Israele: crisi, elezioni e pandemia

Israele Tel Aviv
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In Israele la politica deve ricorrere ancora a chiusure più stringenti per arginare l’espansione della pandemia. In molte città del paese il livello di contagio è salito di molto e si è entrati nel terzo lockdown nazionale. Secondo una ricerca del ministero della Sanità in Israele, il 5,5% della popolazione ha contratto il coronavirus.
Le autorità sanitarie e scientifiche premono per una chiusura rigida e ampia:

«quando il ministero della Salute consiglia di chiudere tutto, l’intenzione è chiudere tutto, compreso il sistema scolastico ultraortodosso ovviamente»

dichiarava la direttrice dell’Istituto per la salute pubblica, Sharon Alroy-Preis.
Non è un caso il riferimento alle comunità ortodosse perché sono tra quelle che fanno meno attenzione al rispetto delle regole. Non sono solo loro perché anche in Israele, come in molte parti del mondo occidentale, si sono viste scene di assembramenti senza controllo.

Al momento in cui scriviamo i contagiati attivi sono 50.041 e i morti in totale sono 3.433. Vanno aggiunti, in Cisgiordania altri 9.421 contagiati in questo momento e 1.225 morti e a Gaza sono 9.784 i casi e 398 i decessi.
Il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto di essere intenzionato a riunire nuovamente il governo nelle prossime 48 ore per inasprire ulteriormente il lockdown “nel tentativo finale di sradicare il virus” e insieme alla somministrazione veloce del vaccino, essere il primo paese a ripartire con l’economia.
In Israele il livello di efficienza, anche per l’aiuto del personale dell’esercito, nella vaccinazione è altissimo.

È evidente che lo sguardo va alle prossime elezioni parlamentari, le quarte in due anni, che si svolgeranno il prossimo 23 marzo quando potrebbe iniziare la svolta se il piano delle 60.000 vaccinazioni al giorno dovesse funzionare. E aggiungiamo se gli israeliani andranno in massa a vaccinarsi. Secondo un sondaggio

«il 63% degli israeliani è orientato a farsi vaccinare, una quota in salita rispetto ai giorni scorsi ma anche in Israele è consistente il numero dei dubbiosi e dei no-vax» [1].

Il Parlamento è stato sciolto prima di Natale quando è risultato impossibile approvare la legge di Bilancio 2020. Il governo era nato dopo tre inutili elezioni a Maggio dello scorso anno e fin dall’inizio ha dimostrato di non essere solido.
Netanyahu e il leader centrista del partito Blu Bianco e ministro della difesa, Benny Gantz si sono incolpati vicendevolmente della mancata approvazione del Bilancio e della crisi.

Con questa crisi sembra definitivamente tramontata la forza di Blu Bianco e di Gantz accusati fin dalla formazione del governo di aver violato le promesse elettorali. E gli impietosi sondaggi elettorali li danno ora in caduta libera, poco oltre lo sbarramento al 3,25%.

Anche Netanyahu, pur avendo i sondaggi dalla sua, ha i suoi problemi essendo sempre un premier in attesa di processo per corruzione, frode e abuso di potere e per questo sono molte le manifestazioni che ne chiedono da settimane le dimissioni. Inoltre è accusato di una pessima gestione della pandemia. Certo può vantare, grazie al totale appoggio di Trump, dei risultati in politica estera come gli accordi con Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Marocco e Sudan, nonché il consolidamento di un fronte comune contro l’Iran.

La pandemia da Covid-19 incide sulle scelte e la preparazione delle elezioni per i partiti che probabilmente cancelleranno le primarie dei partiti, un sistema importato in Israele negli anni ’90. L’ha già fatto il Likud, partito del premier, approvando la richiesta di Netanyahu e mantenendo la lista adottata nelle precedenti elezioni. Il premier indicherà altri sei candidati che dovrebbero anche servire, nelle sue intenzioni, ad allargare lo spettro politico e fronteggiare meglio i suoi avversari. Infatti per quanto tutti i sondaggi degli ultimi giorni diano in grande vantaggio il Likud non ci sono i margini per un’agevole formazione della coalizione per il prossimo governo [2].
Netanyahu per poter essere eletto per la sesta volta dovrà guardarsi da un ex deputato del Likud, Gideon Sa’ar che lo aveva già sfidato per la leadership del Likud e dallo scorso anno ha formato un suo partito, Nuova speranza. Il partito si colloca alla destra del Likud e quindi ne mina una parte della base elettorale. Quando lo scorso dicembre ha registrato il partito ha chiarito subito di voler

«sostenere l’insediamento e l’agricoltura in Galilea e Negev, in Giudea e Samaria, e lungo la spina dorsale orientale – dalle alture del Golan, lungo il Giordano e l’Arab fino a Eilat” usando i nomi biblici per la Cisgiordania» [3].

È di ieri la notizia che Nuova Speranza ha raggiunto un accordo con il partito Yamina, un partito di estrema destra guidato dall’ex ministro della Difesa Naftali Bennett, per la condivisione dei voti. Si tratta di un meccanismo utilizzato per trasferire i voti non sufficienti ad ottenere un seggio da un partito all’altro.
Pasquale Esposito

[1] Michele Giorgio, “Netanyahu avvia le vaccinazioni e la campagna elettorale, 19 dicembre 2020
[2] Raoul Wootliff, “Likud scraps primaries; polls show Huldai party taking votes from Lapid, Bennett, 30 dicembre 2020
[3] Sa’ar registers new party, says it’ll back settlements and judicial reform, 17 dicembre 2020

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