Scuola e Università non assicurano livelli accettabili di istruzione, specialmente al Sud

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I fenomeni di declino economico si contrastano anche con lo sviluppo di un elevato livello di istruzione dei cittadini e delle sue forze di lavoro. Nel XXI secolo il rafforzamento dell’istruzione è un fondamentale prerequisito per lo sviluppo. Una condizione necessaria, anche se da sola non sufficiente, per costruire nuove occasioni di lavoro, di realizzazione professionale e di mobilità sociale. Il potenziamento dell’istruzione – come non si stancano di invocare diversi economisti – dovrebbe essere il primo elemento di qualsiasi strategia nazionale e regionale, in Italia ed in particolare nelle sue aree più deboli. Ciò non è successo – ha sottolineato l’economista Gianfranco Viesti – nel primo ventennio dell’attuale secolo.

Non da oggi il livello di istruzione del nostro Mezzogiorno è assai modesto rispetto alle medie italiane ed europee. Nella seconda metà del Novecento, attraverso un processo continuo, i livelli di istruzione al Sud sono molto migliorati. Nel nuovo secolo questo processo è rallentato. Oggi, all’inizio degli anni Venti, gli scarti nei livelli di istruzione fra il Mezzogiorno e il resto dell’Italia e dell’Europa sono ancora decisamente ampi. Le carenze nell’istruzione riguardano evidentemente in particolare gli strati più deboli della società e favoriscono il perpetuarsi delle disuguaglianze, dato che a minori livelli di istruzione dei padri e delle madri sono collegati minori livelli di istruzione dei figli e delle figlie. Al Sud c’è meno scuola, in particolar modo rispetto ai servizi socioeducativi per i bambini e di tempo pieno nelle elementari. La scuola italiana non riesce a compensare i divari di partenza degli studenti provenienti dalle famiglie o dai contesti socioeconomici territoriali più deboli. Certo è scomparsa l’evasione dall’obbligo scolastico, ma sono notevoli gli abbandoni nelle scuole superiori. La percentuale di giovani con un diploma è molto inferiore rispetto a quasi tutte le regioni europee. Inoltre, gli apprendimenti degli studenti sono insoddisfacenti e un terzo di loro, al Sud, non dispone di elementari conoscenze matematiche.

A ciò si aggiunge che dall’inizio del nuovo secolo è in atto un forte ridimensionamento dell’università italiana, già notevolmente più piccola di quella degli altri paesi europei. Il finanziamento pubblico è diminuito ed è aumentata la tassazione delle famiglie con un effetto negativo sulle immatricolazioni. A causa di criteri estremamente discutibili – ha evidenziato Viesti, economista in forza presso l’Università di Bari – sono state realizzate politiche molto selettive da un punto di vista territoriale. In maniera miope si è disincentivata l’istruzione universitaria, «si sono ridotte le dimensioni e le capacità di ricerca degli atenei delle aree più deboli del paese e si è favorita l’emigrazione dei giovani, studenti e ricercatori, più qualificati. Questo, mentre le attività di ricerca pubblica extrauniversitaria e di diffusione tecnologica sono rimaste piuttosto modeste».

L’istruzione è decisiva nelle economie e società contemporanee e rappresenta sempre più un elemento fondamentale per favorire i processi di crescita dei paesi e delle regioni. Infatti, ad un basso livello di istruzione corrispondono solitamente più modesti processi di partecipazione alla vita politica, sociale, culturale; una minore capacità di curare il proprio stato fisico e la propria salute; minori possibilità di occupazione e più bassi livelli di reddito. L’impatto economico di maggiori livelli di istruzione è notevole. Viesti nei suoi studi ha evidenziato che in Italia meno del 15% dei piccoli imprenditori è laureato, ma gli imprenditori più istruiti sono diversi dagli altri, assumono personale più istruito e lo pagano meglio. Ciò produce migliori risultati per le loro aziende, dato che ogni anno in più di scolarità dei dipendenti di una piccola impresa italiana fa aumentare i tassi di crescita del valore aggiunto del 5%, come ha rilevato l’ISTAT. Nell’economia europea le attività di trasformazione industriale a maggiore contenuto di tecnologia e innovazione e le attività di servizio anche a matrice digitale, per le quali sono decisivi lavoratori più qualificati, trainano lo sviluppo delle città e delle regioni.

Quali sono i livelli di istruzione nelle regioni italiane? I livelli di istruzione della popolazione nel suo insieme dipendono da processi di scolarizzazione che risalgono a diversi decenni indietro nel tempo. Tenuto conto di ciò, nel 2019 i livelli di istruzione dei giovani del Mezzogiorno erano molto inferiori alle medie italiane, con divari importanti. Al Sud un terzo di essi non aveva raggiunto neanche il diploma; solo poco più di un quinto dei giovani meridionali aveva una laurea (in percentuale dieci punti in meno che nel resto del paese). Fra le regioni del Sud Abruzzo, Molise e Basilicata avevano dei dati decisamente migliori, molto vicini alle medie nazionali; le altre cinque invece erano molto distanti. Ma il quadro italiano non è certo dei migliori rispetto all’Europa dato che i giovani senza diploma erano nel 2019 il 27% contro una media europea del 16% e i laureati il 28% contro il 42%. In tutta l’Europa centro-settentrionale ed orientale, tranne che in Romania, i livelli di istruzione sono decisamente migliori di quelli italiani e, in particolare, in quasi tutti i paesi dell’Europa orientale la percentuale di giovani senza diploma è bassissima. In Germania e in Polonia le differenze regionali sono contenute; mentre sono invece sensibili, oltre che in Italia, in Spagna e in Romania, dove le regioni in ritardo di sviluppo hanno livelli di istruzione giovanile molto più bassi. Sciaguratamente la Puglia e la Sicilia, che hanno i dati peggiori, erano nel 2019 rispettivamente 271a e 270a fra tutte le 272 regioni dell’Unione Europea a 28 e solo la poverissima area del Nord-Est della Romania ha livelli più bassi di questo indice di istruzione. Non se la cavano le altre regioni del Sud: Campania, Calabria e Sardegna sono fra il 264° e il 267° posto in graduatoria. Tuttavia, se consideriamo gli stessi dati per l’anno 2000 rileviamo i cambiamenti nel ventennio con la situazione che è migliorata ovunque; i progressi in Italia sono stati simili a quelli medi europei, lasciando quindi inalterati gli scarti nei livelli di istruzione dei giovani. All’interno del paese, l’indice per le regioni del Mezzogiorno è invece migliorato un po’ meno di quello del Centro-Nord, facendo crescere seppur lievemente le disparità. È opportuno sottolineare che la situazione del Mezzogiorno è migliorata più che nella media nazionale per quanto riguarda la percentuale di giovani senza diploma, che nel ventennio è diminuita molto, mentre è stato più modesto l’aumento dei laureati.

Quindi il Mezzogiorno ha livelli di istruzione giovanile molto inferiori al Centro-Nord e nel quadro europeo è in assoluto l’area con i dati peggiori. Questo scarto negativo nel XXI secolo si è lievemente ampliato ed è indispensabile riflettere perché i livelli di istruzione al Sud sono e rimangono così modesti. Su ciò sono disponibili molte analisi e soluzioni sul sistema scolastico in Italia che evidenziano numerosi aspetti. In sintesi, constatiamo che – considerato che il sistema scolastico al Sud non è in grado di compensare le condizioni sociali e culturali delle famiglie di provenienza di una parte rilevante degli studenti, lasciando indietro nei percorsi formativi quelli più deboli – in Italia la spesa per l’istruzione, rapportata al Pil, è inferiore a quella degli altri paesi europei. Il finanziamento dell’istruzione scolastica è statale e l’allocazione della spesa non presenta disparità, essendo largamente proporzionale al numero di studenti. Eppure, i ragazzi e le ragazze del Sud ricevono meno istruzione che nel resto del paese a partire dall’inizio dei percorsi formativi, dato che i bambini che frequentano gli asili nido, primo passo verso percorsi di socializzazione e apprendimento, sono molti di meno. Nella scuola primaria il tempo pieno è molto meno diffuso; riguarda circa una scuola su due nel Centro-Nord, una su sei nelle grandi regioni del Sud, ma solo una su quattordici in Sicilia. Tali servizi, asili nido e tempo pieno, sono particolarmente carenti nelle aree del Sud a maggiore disagio sociale. Teniamo conto che il finanziamento degli asili nido e dei servizi accessori per l’istruzione, fra cui le mense che consentono il tempo pieno, è a carico degli enti locali e ne riflette le disponibilità economiche.

Mentre è stata completamente sconfitta nel Mezzogiorno l’evasione dall’obbligo scolastico, come detto, il problema delle famiglie e degli studenti più deboli resta quello della dispersione molto maggiore nelle scuole superiori, dato che più di uno studente su cinque nelle Isole e in Calabria abbandona gli studi prima di conseguire il diploma.

Alle questioni di quantità di istruzione si aggiungono quelli di qualità. Si è sempre molto discusso sulla misurazione dei livelli degli apprendimenti e, pertanto, vanno sempre considerati con una certa cautela. Tuttavia, le note indagini Ocse-Pisa e Invalsi condotte sugli studenti italiani arrivano a risultati difficilmente contestabili. Esse rilevano un notevole divario negativo negli apprendimenti, in modo particolare in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna, tanto in italiano, quanto in matematica e in inglese. In queste regioni ad un giovane su tre che frequenta le superiori mancano sufficienti competenze di base, di calcolo e di comprensione dei testi, con sensibili differenze interne al Sud, con livelli migliori e tendenze più positive nelle quattro regioni adriatico-joniche. Evidentemente non mancano nel Mezzogiorno molte buone scuole i cui studenti raggiungono risultati sugli standard nazionali. Però se nel resto del paese quasi tutti gli istituti sono mediamente in queste condizioni, al Sud sono ampie le differenze con molte scuole deboli, situate nei quartieri più difficili. Questi gap difficilmente si recuperano nella vita adulta. Infatti, l’OCSE ci informa che le competenze degli adulti in Italia mostrano un quadro di significative carenze rispetto agli altri paesi europei, in particolare linguistiche e numeriche; nel Mezzogiorno il 40% degli adulti avrebbe un livello scarso di competenze linguistiche, e il 35% di competenze numeriche.

Detto tutto ciò, vanno evitate generalizzazioni. Ma il quadro complessivo è desolante. Il guaio è che manca del tutto una chiara assunzione di responsabilità nazionale per gli effettivi livelli di istruzione che devono essere raggiunti dai giovani italiani, pur essendo la scuola pubblica nazionale una fondamentale infrastruttura del paese,. Conosciamo le disparità regionali, ma continuiamo a restare privi di politiche che mirino a garantire livelli essenziali delle prestazioni delle strutture educative (e quindi livelli essenziali degli apprendimenti che devono essere garantiti ad ogni giovane cittadino italiano), perpetuando disuguaglianze ed esclusione sociale. In Sicilia, i giovani fra 18 e 24 anni che non studiano e non lavorano erano nel 2019 il 39% del totale ed è il dato più alto fra tutte le regioni europee e dei paesi più avanzati del mondo, ma anche che è maggiore rispetto a quello di tutte le regioni messicane o brasiliane.

C’è poi il capitolo dell’università dove sono state compiute scelte per accrescere disparità territoriali. Le attività dell’università italiana è stata caratterizzata da nuove politiche di revisione della spesa. Esse ne hanno ridotto la dimensione complessiva, in particolare nel Centro-Sud, agendo in direzione opposta rispetto a ciò che sarebbe auspicabile per accrescere i livelli di istruzione. La politica universitaria – ricorda Viesti – è particolarmente importante perché produce effetti non solo sugli apprendimenti, ma anche sulla mobilità sociale, sulla capacità di ricerca e sullo sviluppo regionale. Giova ricordare che il sistema universitario svolge infatti tre funzioni centrali: eroga l’istruzione superiore per i cittadini, con i conseguenti effetti sulle loro conoscenze e capacità; svolge attività di ricerca tanto di base quanto applicate, che favoriscono i processi di innovazione; interagisce con i contesti esterni, diffondendo in senso più ampio i saperi. E svolge indirettamente una ulteriore funzione di capitale importanza agevolando la mobilità sociale. Pertanto, l’impatto del sistema universitario ha tanto una dimensione nazionale quanto locale e le sorti economiche delle regioni sono legate anche alla presenza sul proprio territorio di istituzioni universitarie. L’emigrazione degli studenti è particolarmente cresciuta dalle province senza atenei, specie in Sicilia. Essa comporta uno spostamento di reddito dalle famiglie meridionali verso il Centro-Nord, per le tasse, l’alloggio, il vitto e tutte le spese di permanenza, che può essere stimato in 2 miliardi e mezzo di euro all’anno. Serve una riflessione sulla mobilità selettiva: gli studenti universitari italiani che cambiano regione o nazione (tutti, non solo i meridionali) hanno un voto di diploma più alto, provengono in maggior misura dai licei, e da famiglie con reddito decisamente superiore rispetto a coloro che non si muovono per studiare. Quindi il Sud (e il nostro paese) perde più che proporzionalmente gli studenti “più forti”.

Antonio Salvati

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