Italia diritto o meglio rovescio. Difficoltà di fare impresa o di fare sistema?

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Il Rapporto Doing Business  si occupa della difficoltà e vincoli sul sistema paese della burocrazia e delle leggi. Può essere illuminante per chi volesse risposte non banali al quesito su come le leggi possono  influenzare la vita di tutti i giorni, limitando o incoraggiando sviluppo ed economia. La Banca Mondiale pubblica il rapporto sul suo sito, rendendolo parzialmente accessibile.
In detto rapporto,  vengono individuati e analizzati gli indicatori relativi ai costi e vincoli per fare impresa derivanti da specifiche norme che favoriscono o ostacolano gli investimenti, la produttività e la crescita in oltre 180 paesi sparsi in tutto il mondo, compresi ovviamente i  30 paesi  OCSE.

 


Jasper De Bijer, SMOG. Foto, dimensioni cm. 100×150, collezione privata

Al primo posto Singapore (da quattro anni consecutivi in testa alla classifica) seguito da Nuova Zelanda, Hong Kong, Stati Uniti, Regno Unito e Danimarca. L’Italia è posizionata all’ottantesimo posto nella classifica su 183 economie. E continua a perdere posizioni (4 posizioni dallo scorso anno). I Paesi che hanno determinano una forte crescita nel processo di riforme e hanno conquistato più posizioni rispetto al 2009 sono stati: il Ruanda, il Kirgizistan e la Macedonia.
Gli indicatori si occupano dei seguenti parametri: Start up dell’impresa (tempi e adempimenti), Permessi di costruzione, Registrazione della proprietà, Concessione dei crediti, Protezione degli investitori, Pagamento tasse, Facilità di  commercio internazionale e transfrontaliero, Procedure a difesa dei contratti, Recupero delle quote dopo la liquidazione della società.
I dati in qualche caso sono avvilenti e possono scoraggiare i potenziali imprenditori, per esempio 257 giorni per ottenere la formalizzazione della registrazione della proprietà ,  285 ore l’anno da dedicare agli adempimenti fiscali e oltre 4 anni medi occorrenti alla eventuale difesa dei contratti davanti al giudice. Per questo  e altro, tra le ragioni che penalizzano il nostro sistema vengono indicate: l’inefficacia del sistema giudiziario civile, la difficoltà nel pagamento delle imposte e dell’accesso al credito, la rigidità del mercato del lavoro.

Purtroppo Il rapporto è costruito su una visione ultraliberalista e contraddice le reiterate dichiarazioni sulla necessità di migliorare le reti di sicurezza sociale. Si continuano, pertanto, a scoraggiare i Governi  nell’intraprendere misure di protezione dei lavoratori per combattere la disoccupazione.  il Portogallo è un paese inaffidabile perché ha ampliato il periodo di preavviso in caso di licenziamento e la Bielorussia è un paese virtuoso perché ha introdotto misure che facilitano i licenziamenti. L’Honduras è cattivo perché – in risposta alla crisi economica – ha aumentato le indennità di licenziamento e il tempo di preavviso, ma il Ruanda è veramente eccezionale perché ha eliminato ogni procedura di consultazione preventiva dei rappresentanti dei lavoratori e la notifica agli ispettori del lavoro della riduzione degli occupati.
Organismi economici internazionali. Si occupano dei massimi sistemi ma purtroppo molte delle indicazioni impattano  con i nostri problemi di “persone comuni” condizionando comunque la nostra vita.
Senza sposare integralmente le tesi sostenute,  rifiutando  una visione strettamente liberista e una spietata logica neocapitalistica, bisogna ormai accettare che il nostro paese è  in coda allo sviluppo del PIL dei paesi sviluppati e conseguentemente  accettare l’«outlook», le prospettive che sconta , come sostiene S&P,  le attese di bassa crescita e il rischio di paralisi politica.
Triste conclusione di una vicenda politica che doveva portare a una “rivoluzione liberale” e a un “nuovo rinascimento italiano”.
Tutto  questo incide pesantemente sul quadro sociale se le previsioni dell’Istat evidenziano  che un quarto della popolazione (24,7%) è a rischio povertà o esclusione mentre i  passi indietro sono sempre più precipitosi e per il World  Economic  Forum la competitività dell’Italia è risultata al 42mo posto, dietro a nazioni come Tunisia, Polonia e lontanissima dai paesi più sviluppati come Inghilterra, Francia, USA per non parlare di Svezia, Finlandia e Norvegia. E per il Global Information Technology Report è addirittura  48ma nel ict.
Questa situazione è stata sottolineata dalle considerazioni del Governatore della Banca d’Italia che testualmente ha affermato che: <<l’economia italiana ha recuperato soltanto 2 dei 7 punti percentuali di prodotto persi nella crisi. Nel primo trimestre di quest’anno il ritmo di espansione è stato appena positivo. Nel corso dei passati dieci anni il prodotto interno lordo è aumentato in Italia meno del 3 per cento; del 12 in Francia, paese europeo a noi simile per popolazione. Il divario riflette integralmente quello della produttività oraria: ferma da noi, salita del 9 per cento in Francia. Il deludente risultato italiano è uniforme sul territorio, da Nord a Sud>> [1]

In un mondo in cui dopo tutto quello che già è successo, la  bolla speculativa fa crescere ancora il valore dei contratti derivati negoziati sia sui mercati non regolamentati  che sui mercati regolamentati: raggiunge 601miliardi di dollari (415 mila miliardi di euro). Certo che la situazione è tale e dovrebbe suggerire di mobilitarsi per costruire un piano che possa salvare in Italia economia e sicurezza sociale che non sono e non possono essere antitetici.

Francesco de Majo

[1] Mario Draghi, “Considerazioni finali. Assemblea.Assemblea Ordinaria dei Partecipanti. Anno 2010”, 31 maggio 2011

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