Ius soli, ius scholae, le medaglie e gli squilli della politica

discriminazioni ius soli
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S’ode a destra uno squillo di tromba; A sinistra risponde uno squillo.
Riparte il dibattito sullo ius soli e lo ius scholae dopo i successi olimpici.

Come si sa, il governo italiano è impegnato in faccende complesse. I partiti di questa strana maggioranza, nel mentre sono impegnati nel sostegno al governo Draghi, hanno ogni tanto necessità di battere qualche colpo che li riporti ad una loro possibile identità politica, con la speranza di parlare ancora ad un elettorato fatto di convinti (più o meno) sostenitori. 

Ed ecco che le vittorie olimpiche si trasformano nell’occasione per tornare a parlate di ius soli, ius scholae e migranti.
Certo, se qualche risultato dovesse venire sarebbe meglio che niente, ma la voglia di cavalcare i sentimenti, i ritardi nell’azione, i silenzi sui valori e le omissioni nelle scelte ci dicono davvero tanto dello stato dei partiti in Italia. 

Le medaglie italiane alle Olimpiadi di Tokyo sono state tante e costituiscono un record; le medaglie sono recenti perché le gare sono finite da pochi giorni e ancora le immagini ci accompagnano.
Le medaglie sono giunte dopo i lunghissimi mesi della pandemia e hanno portato con sé una sorta di gioia, riscatto e senso del divenire.
Le Olimpiadi di Tokyo sono state strane e particolari, ma non hanno perso il loro fascino, anche perché c’era un mondo intero ad aspettare che accadesse qualcosa per poter dire che la vita riprende. 

Non è un caso che le Olimpiadi siano slittate di un anno e che il tradizionale quadriennio si sia allungato oltre misura. L’attesa è stata premiata nonostante tutte le paure della vigilia e l’assenza degli spettatori. Anche i giapponesi, all’inizio particolarmente titubanti, si sono poi lasciati prendere dalla curiosità per le gare.

Per mesi c’era stato detto che c’erano cose più importanti cui pensare e che lo sport, soprattutto quello che vive appunto ogni quattro anni grazie alle Olimpiadi, poteva attendere.
Poi i nostri atleti sono partiti e hanno vinto: hanno vinto con la pelle bianca, con la pelle nera, con la pelle ambrata e ogni volta sono corsi a fasciarsi nel tricolore italiano, senza se e senza ma. 

Un esempio per tutti è costituito dalla staffetta 4X100 maschile, composta da Patta, Jacobs, Desalu e Tortu. Le storie degli atleti sono diversissime e si integrano in un meccanismo che è stato perfetto sulla pista.
Atleti che vincono e gareggiano nel nome di una nazione in cui vivono e si allenano, spesso con mille difficoltà, unico fattore che sembra spesso e davvero accomunare tutti.
Ed eccoli pronti i mille commenti sulla società multietnica, multirazziale, lo sport come ibridazione, lo sport come meticciato. 

Bellissime storie di sacrificio e riscatto ci sono state raccontante da chi è venuto da lontano e da chi ci ha ricordato, con un misto di orgoglio e di disperazione, che il Molise “esiste e mena forte”, come ha detto la medaglia olimpica Maria Centracchio, prima molisana sul podio. Insomma anche in Italia ci sono ancora tanti luoghi e tanti cittadini che sono alla ricerca di un riscatto. 

I complimenti vanno fatti ai tanti giornalisti che con le immagini e le parole hanno saputo restituire lo spirito di una competizione meravigliosa e ancora descritta dai cerchi colorati che vogliono cingere donne e uomini dell’intero globo.

Non cadere nella retorica è cosa difficile in un’occasione come questa, e trovare parole che non siano già usate e abusate è un’operazione complessa assai. 

Il nostro è però un piccolo commento a giochi ormai ultimati, dopo aver visto, ad esempio, la carrellata di commenti più o meno riusciti sulla squadra italiana e i suoi componenti.

Sembra davvero tristissimo immaginare che nel nostro paese lo ius soli non abbia casa o ne potrebbe avere una solo in campo sportivo, come se le possibili vittorie potessero essere il discrimine per l’accesso ai diritti. 

Su questo fronte, le storie di tanti paesi, compresi gli Stati Uniti d’America, qualcosa dovrebbero insegnare nel rapporto fra cittadinanza e accesso pieno e vero ai diritti.

Insomma, capovolgendo la visione delle cose, operazione che appare essere ancora oggi legittima, se non auspicabile, nonostante tutto, per chi continua ad identificarsi in qualcosa che si chiamava vagamente “sinistra”, la riflessione da fare è amara: primi nello sport (potremmo dire stravolgendo una celebre frase) e ultimi nella politica. 

L’intervento del segretario del Pd, Enrico Letta, pur con la volontà di rilanciare un dibattito in parte fermo, sembra giungere troppo a rimorchio della cronaca resa attrattiva dalle medaglie. 

Il dibattito – la posizione della ministra Lamorgese, le proposte del presidente del Coni Malagò e le ovvie e scontate reazioni del leader della Lega, Matteo Salvini, le parole di Mauro Berruto – ci ricorda che il problema doveva essere affrontato prima e senza un legame con le vicende sportive: ma questo è, probabilmente, chiedere troppo. 

Gli interventi di questi giorni ci ricordano che è ferma in Commissione Affari costituzionali di Montecitorio la proposta che poggia su quello che è stato definito come ius scholae che lega la cittadinanza, per tutti bambini stranieri nati in Italia o arrivati dopo, al conseguimento della licenza di scuola media.

La medaglia che avremmo davvero voluto festeggiare è quella di una bella competizione per introdurre lo ius soli tra le regole della Repubblica Italiana. 

Oggi, come sempre più accade anche grazie ai social, appaiono commentatori che vogliono esibire i risultati dei cambiamenti che non sono stati capaci di determinare o seguire. 

Il mutamento è già nei fatti, questo dimostrano le vittorie olimpiche; forse oggi si tratta, con un colpevole ritardo, di sancirlo davvero con un’azione politica che, pur essendo, come spesso sta accadendo, tardiva e riparatoria, possa riconoscere l’esistenza di ciò che nei fatti già è presente.

Antonio Fresa

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