IVG e pillola Ru486: cosa cambia in Italia

confezione ru486
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Dopo il passo indietro di una regione, l’Umbria, dove la sua governatrice Donatella Tesei (Lega) aveva di fatto associato l’uso della pillola Ru486 ad un qualunque altro tipo di interruzione volontaria della gravidanza (IGV) vincolandolo ad un ricovero di almeno 3 giorni, l’Italia, tutta, fa un passo avanti nei diritti dell’individuo. Il Ministro della Salute Roberto Speranza, a seguito del parere positivo del Consiglio Superiore di Sanità rilasciato lo scorso 4 agosto, ha pubblicato le nuove linee guida che ci allineano finalmente al resto dei paesi europei rendendo possibile l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico in day hospital e fino alla nona settimana.

In Italia l’aborto è stato legalizzato nel 1978 con la legge 194 ma l’introduzione del metodo farmacologico risale solo al 2009 quando, con parere positivo dell’Aifa – l’Agenzia Italiana del Farmaco, il ricorso alla Ru486 fu autorizzato entro la settima settimana e a seguito di un “consigliato” ricovero di 3 giorni, lasciando appunto ampio spazio alle interpretazioni regionali. Pur essendo la pratica meno pericolosa ed invasiva è applicata solo nel 18% dei casi contro il 95% del nord Europa. Del resto, il 75% dei ginecologi italiani è antiabortista.

La pillola abortiva andrà sempre assunta in una struttura idonea (ospedale, consultorio o ambulatorio) e sotto la sorveglianza di un medico, ma la donna potrà ricorrervi fino alla nona settimana e potrà tornare a casa già dopo mezz’ora. Si tratta di una preparazione medica a base di mifepristone, un corticosteroide che agisce bloccando l’ormone progesterone in assenza del quale il rivestimento dell’utero si rompe interrompendo di fatto la gravidanza. Ad esso è associata la somministrazione, entro le 48 ore successive, di prostaglandina, molecole di origine naturale normalmente prodotta all’organismo, che ha una funzione essenziale nei processi infiammatori e che facilita l’espulsione del tessuto embrionale tramite la vagina.

I vantaggi sono molti e non solo in termini economici e di risparmio per lo Stato. Meno aborti chirurgici vogliono dire meno ricoveri, anestesie e sale operatorie. Il metodo è efficace nel 95% dei casi, vi si può ricorrere anche quando quello chirurgico non può essere eseguito, è sicuramente poco invasivo ed annulla i classici rischi associati all’intervento: traumi al collo dell’utero, rischio di sterilità e di gravidanza extrauterina. Ad oggi non sono stati riscontrati effetti collaterali quali infertilità o complicazioni nelle gravidanze successive né tantomeno rischi cancerogeni. Gli studi eseguiti sinora non hanno rivelato alcun potenziale genotossico.
Non tutte però possono ricorrervi. Il metodo non è indicato per persone che soffrono di alterazioni della coagulazione del sangue, insufficienza surrenalica, gravidanza ectopica e porfiria ereditaria.

Fermo restando che la decisione di procedere ad una interruzione di gravidanza, chirurgica o farmacologica che sia, non è mai facile e non va sottovalutata, l’aborto volontario fra scelte, metodi, diritti e salute è sempre un lutto. Cerchiamo di renderlo meno brutale. Le donne devono essere libere di scegliere, in sicurezza.
Federica Crociani

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