Jack White, Boarding House Reach

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Quando ho visto il video del singolo Connected by Love, senza attenzione ai testi, ho avuto l’impressione di essere in una delle puntate de Il miracolo, la serie televisiva italiana ideata dallo scrittore Niccolò Ammaniti. E il brano avrebbe avuto un ruolo nel racconto e magari lo avrà nella seconda stagione, se il popolo del web dovesse essere accontentato.

Ma questa sensazione ci porta fuori strada, non perché il brano sia fuori luogo, ma perché ha uno spartito più tradizionale con linee melodiche definite e perché il disco è un fiume sonoro che diventa un delta tante sono le direzioni che prende. Forse per capire il senso del disco bastano le parole dello stesso Jack White: «Ho voluto prendere punk, hip hop e rock&roll e farli passare attraverso una macchina del tempo per proiettarli nel 2018» [1].

In Boarding House Reach la diversità  è già chiara nella lunghezza delle tredici canzoni che vanno dagli 88 secondi di Abulia and Akrasia agli oltre 5 minuti di Corporation. Su questo fiume il Caronte che ci conduce è la chitarra, con il suo mozzo, la batteria che non abbandonano mai il viaggiatore. Tanto per dirne una Over and Over è uno sventagliare folle di chitarre con movimenti che mettono a dura prova le corde, assopite solo per qualche istante da un coretto o da un accenno di assolo di percussioni latine o da qualche digressione di un computer assalito da bachi. È un pezzo che «risale ai tempi dei White Stripes e Jack ha cercato di registrarlo molte volte nel corso degli anni, anche insieme a Jay-Z» [2].
Le chitarre di Respect Commander non sono da meno in un blues moderno che nel finale sembra mutare ma è illusoria la nostra prospettiva perché chiude i battenti.
E così troviamo i movimenti country di What’s Done Is Done o Humoresque che riprende la musica di Antonín Dvořák con un vecchio testo dove a dominare sono un pianoforte, una chitarra classica e una batteria che ci portano in un’atmosfera delicata, soave ben lontana da Al Capone a cui piaceva e che la trascrisse e la cantò con un testo che insieme fecero pensare ad una canzone scritta dal gangster ad Alcatraz. E poi c’è il funk di Ice Station Zebra (il titolo è quello di un film del ’68) che parte con un piano impazzito scariche di batteria e escursioni jazz dove si ascolta anche un testo rappato che parla dell’essere originali nel creare opere.

La creatività di Jack White in questo suo terso album solista ha anche motivazioni tecniche per il passaggio dall’analogico delle prime registrazioni al digitale e per la scelta di far suonare le sue canzoni a musicisti che maneggiano altri generi come r&b e hip-hop di suonare le sue canzoni. Ha registrato per la prima volta a New York e Los Angeles e ha poi maneggiato la materia in un grande sforzo combinatorio, manipolando con Pro Tools le registrazioni effettuate in analogico.
A quattro anni da Lazaretto il rocker di Detroit continua a stupirci per la sua istrionica creatività.
Non vi curate di noi e ascoltate!
Ciro Ardiglione

[1] Brian Hiatt, “Jack White, l’ultima leggenda del rock | Parte I”, https://www.rollingstone.it, 22 aprile 2018
[2] Brian Hiatt, ibidem

genere: rock
Jack White
Boarding House Reach
etichetta: XL
data di pubblicazione: 23 marzo 2018
brani: 13
durata: 00:43:17
album: singolo

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