Janis (Janis) di Amy Berg

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Janis Joplin non era solo una delle più influenti icone del rock e una regina della musica, era molto di più. Ha ispirato un’intera generazione, aprendo la strada alle cantanti rock che seguirono. In un turbinio di relazioni sentimentali tormentate e di dipendenza, la sola costante era la sua dedizione alla musica, immutata sino alla sua tragica morte, a soli 27 anni. Narratrice della storia è la stessa Janis, attraverso le lettere inviate alla famiglia, agli amici e ai suoi amanti. Chan Marshall (Cat Power) presta la sua voce roca e il suo accento del Sud al film, leggendo quelle lettere intime e sofferte.


Confesso di non amare molto i biopic, poiché spesso mancano al proprio dovere, ovvero quello di raccontare il personaggio in tutte le sue sfaccettature, anche quelle non proprio edificanti. Probabilmente ciò avviene sopratutto perché i parenti della persona che si racconta sono ancora vivi, e stuoli di avvocati sono pronti a fare causa se sentono solamente odore di diffamazione. Quindi, di solito, nei biopic si sorvola sugli aspetti che potrebbero mettere in cattiva luce il protagonista o i suoi parenti, o coloro che ne erano amici. Inoltre, i tempi del racconto del biopic si sono sempre più accorciati. Fra un po’ non si farà in tempo a schiattare che dopo due giorni sarà già pronto il film che racconta la tua vita.
E questo è il motivo per il quale mi sono avvicinato con estrema perplessità a tale lavoro. Un documentario sulla vita di Janis Joplin, una delle icone rock della fine degli anni ’60, morta di overdose da eroina il 4 ottobre del 1970,all’età di 27 anni, prometteva un esubero di retorica e agiografia, che avrebbe potuto risultare indigeribile. Invece, bisogna  riconoscere che il documentario, per quanto non perfetto, è piuttosto interessante e ben costruito.
Il meccanismo è il solito: gavetta, ascensione, successo, decadenza, distruzione. Da questo punto di vista l’opera si sviluppa attraverso il solito meccanismo descrittivo dell’ “artista maledetto”. Il film quindi si interrompe nel momento in cui, probabilmente, la cantante stava iniziando la sua discesa artistica, interrotta dalla sua morte.
Ma l’ottima ricerca iconografica, l’uso di alcune lettere che la cantante scriveva ai propri cari, e la presenza costante delle canzoni cantate da quella voce straordinaria che era Janis, permettono a questo lavoro di compiere uno scarto rispetto al genere che conosciamo.
Fin dall’inizio si rimane ammaliati dalla pervasività della voce della Joplin, che continua ad incantare per tutta la durata del film. Ma questa voce, verso la fine, sembra cominciare ad incrinarsi, sembra perdere la propria potenza, la propria individualità.
La Janis del festival di Monterey (giugno 1967) è l’esplosione di una voce che esprimeva l’urgenza di cantare, di mostrare le proprie capacità; la voce invece del Festival di Woodstock (agosto 1969) è una voce fiaccata dall’abuso di eroina, iniettata in grandi quantità nei bagni chimici prima dell’inizio dell’esibizione. In questo senso la macchina da presa mostra tutto senza infingimenti, quasi con crudeltà.
Anche il materiale iconografico che mostra le interviste televisive alla cantante, evidenziano le imbarazzanti condizioni di dipendenza di Janis Joplin.

In questo lavoro, anche attraverso le lettere, lette nella versione originale da Cat Power, e in quella italiana, inspiegabilmente, da Gianna Nannini, si mostra l’aspetto più privato, più fragile, meno conosciuto di Janis Joplin.
Un filmato la mostra ad un raduno di ex studenti che si rivedono dopo 10 anni. Parliamo delle stesse persone che 10 anni prima avevano nominato Janis Joplin “l’uomo più brutto della scuola”. È evidente il disagio reciproco sia dell’artista che dei suoi ex compagni di scuola. In questo senso il documentario è anche il tentativo di descrivere il costante senso di inadeguatezza della cantante, e del suo inseguire ostinatamente amori che si riveleranno sbagliati. Ma viene raccontato anche il bisogno di rivalsa e di riconoscimento da parte degli altri.
Il lavoro svolge il proprio dovere, evitando di invadere intrusivamente la vita privata dell’artista, ma non spingendosi mai oltre nella riflessione sulla capacità distruttiva dei meccanismi dello spettacolo. Invece racconta bene il contesto storico e l’impatto delle canzoni sull’ambiente dell’epoca ma non esprimendo alcun pensiero sulla rappresentazione iconica del personaggio, ovvero di quanto il volto e il corpo della cantante siano diventati elementi della costruzione di un immaginario che è andato oltre la reale bravura di Janis Joplin.
Da guardare evitando lo sguardo deferente da discepoli del culto del rock maledetto, ma come l’espressione di uno spaccato di un epoca e di una generazione, che voleva e purtroppo ancora si crede in grado di cambiare il mondo.
Francesco Castracane

Scheda

Titolo originale: Janis: Little Girl Blue
Nazione: U.S.A.
Anno: 2015
Genere: Documentario
Durata: 107′
Regia: Amy Berg
Cast (voce): Cat Power
Produzione: Disarming Films; Jingsaw Production
Distribuzione: I Wonder Pictures
Data di uscita: Festival del Cinema di Venezia (Fuori Concorso)

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