Nel 1971 Jim Morrison moriva a Parigi

tomba di Jim Morrison
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Che cosa si può scrivere per i cinquant’anni dalla morte di un personaggio che ha accompagnato la giovinezza di molti di noi?
Il 3 luglio del 1971 muore a Parigi James Douglas Morrison (Jim), cantante rock americano.
Partiamo dalla fine, come ci suggerirebbe lo stesso Morrison.
Le circostanze della sua morte assumono tratti misteriosi – referti medici, strane testimonianze e così via – e aiutano ad alimentare la leggenda di una scomparsa volontaria per sottrarsi all’insostenibile clamore del successo musicale.
Jim Morrison, con la complicità di Pamela (Pam) e pochi fidatissimi amici avrebbe messo in atto un piano pensato già da tempo.
La storia che molti hanno amato e incoraggiato poggia sul misterioso Mojo Risin (anagramma di Jim Morrison) che appare in una canzone dei Doors. Insomma, il cantante americano, desideroso di consacrarsi alla poesia e alla scrittura, avrebbe deciso di fuggire altrove (Africa?) e iniziare una nuova vita riservata. Morrison non avrebbe voluto che il suo ruolo di rock star ormai celebre contaminasse la sua carriera di poeta. In tanti hanno continuato ad alimentare e raccontare questa leggenda. In cinquant’anni sono più volte apparse le cronache e anche le fotografie di quelli che dicevano di averlo visto o incontrato. Come una specie di icona vagante, il buon Jim è riapparso in diversi punti del pianeta, ovviamente cambiato e ovviamente sempre simile a se stesso.

La sua morte ha però aperto anche un’altra tradizione legata alla sua tomba nel cimitero parigino di Père-Lachaise. Per i suoi fan, o anche per i semplici curiosi, la tomba di Morrison, in un cimitero in cui gli artisti sono di casa, è diventata luogo di una sorta di pellegrinaggio per riti e ricordi che hanno lasciato un segno indelebile.

La parabola del Crawling King Snake, dell’Ultimo Sciamano, del Back Door Man è stata veloce, rapida e piena di “fuoco”, un fuoco che ne ha bruciato la vita da dentro e ha lasciato una sorta di icona disponibile per tutti noi. Ognuno di noi l’ha riempito di quello che aveva a cuore e ha girato intorno alla sua musica per cercare un nesso definitivo e rassicurate tra Eros e Thanatos.
Morrison è stato, molto prima di ogni dimensione virtuale, corpo che si metteva in scena e corpo che sapeva legare la vita e la morte, spingendo lo spettatore verso confini inesplorati. Le sue esibizioni pubbliche – non semplici concerti – sono diventati eventi speciali e sempre più difficili da portare a compimento a causa delle condizioni di Morrison. Il rapporto con le droghe e con tutte le esperienze di allargamento delle capacità percettive hanno aperto la strada ad una ricerca in cui il dolore sapeva farsi lirica. The Doors of Perception – con ovvio riferimento al testo di Aldous Huxley – sono state la soglia che Morrison e il suo gruppo hanno varcato, in pratica senza possibilità di ritorno.
La più celebre delle biografie dedicate a Morrison è – il titolo non è casuale – Nessuno uscirà vivo di qui di Jerry Hopkins e Daniel Sugerman e può ancora oggi essere considerato come un ottimo punto di partenza per avvicinarsi alla vita del cantante americano. La vita familiare, – il padre di Morrison era un ufficiale della marina statunitense – gli studi legati al cinema con incontri importanti, i primi passi nella musica ci mostrano un ragazzo che non è ancora consapevole delle sue doti e del fascino che emana dal suo corpo, dalla sua voce e dalle sue movenze. La conquista del successo è veloce e improvvisa a partire dal primo album della band – The Doors – e, tralasciando mille e mille passaggi, l’impressione che si ricava dalle vicende personali e pubbliche di Jim e dei Doors è una sorta di paura ad essere costretti nei ruoli che il mondo dello spettacolo assegna. Insomma, Morrison inizia a sentire su di sé il peso di essere il personaggio che tutti si aspettano.
La sua morte lo colloca nel triste club dei morti a ventisette anno: Jones, Morrison, Hendrix, Joplin tra il 1969 e 1971.

Eppure, avevamo iniziato pensando di scrivere ad una sorta di amico perduto e, a tratti ritrovato.
La mia generazione è stata sempre in difficoltà rispetto ai grandi eventi della storia: una volta eravamo troppo giovani e un’altra troppo vecchi. Siamo venuti in molti casi anche noi dalla provincia e ci sentivamo un poco laterali e quasi mai al centro degli eventi. Jim Morrison, almeno per quello che siamo stati, ha costituito un punto di riferimento anche per questo. La sua breve parabola di vita ci ha raccontato di un mondo che non ammetteva conciliazioni e non dava vere speranze di redenzione: ci siamo insieme a lui illusi che saremmo stati per sempre contro, diversi e un poco out. Le cose non sono andate precisamente così, ma Jim Morrison ha continuato a farci pensare che le porte del mondo si potessero sempre aprire, anche senza correre i rischi che lui aveva affrontato. Cinquant’anni dopo, credo che di questa sua capacità di essere un modello impraticabile dobbiamo essergli grati.
Antonio Fresa

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