John Fante: “Chiedi alla polvere”

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Che voi siate sognatori, aspiranti scrittori, alcolisti o amanti delle donne, non importa: John Fante non fa distinzioni, ma parla a tutti nello stesso modo. E lo fa a volte con drammatico cinismo, a volte con irriverente ironia, che tu resti lì, fisso sulla pagina, immerso nelle parole, a chiederti come riesca a coordinare insieme abilmente sarcasmo e malinconia, speranza e delusione, amore e religione. Già, dimenticavo, potreste essere benissimo anche semplici innamorati o credenti praticanti, Fante non si dimenticherebbe neanche di voi. Il problema è che di John Fante, spesso, ci siamo dimenticati noi, lasciando che i suoi libri rimanessero nell’oblio per troppo tempo, nascondendo al mondo la loro potente grandezza.

Non a caso egli è universalmente conosciuto come lo “scrittore dimenticato”, ma probabilmente non basta. Forse occorrerebbe dire che è stato: “ripudiato, ignobilmente escluso, incredibilmente accantonato”.
Infatti, questo scrittore americano, nonostante una vita spesa per la letteratura, ha rischiato di fare la fine di Arturo Bandini – protagonista del suo più celebre capolavoro, “Chiedi alla polvere” – che scrittore di successo, come tanto desiderava, non lo diventerà mai.
Scoperto e poi abbandonato, protetto e poi cancellato, sedotto e dimenticato, Fante ha conosciuto e odiato l’indifferenza della critica moderna nei confronti della sua produzione letteraria, ampia, ricca, amara e allo stesso tempo piena di sana vitalità. Probabilmente, la sua più grande genialità, sta nella semplicità: i suoi libri sono veri. I suoi libri sanno e odorano di vita.
Leggendo le sua pagine, sembra quasi di passeggiare per le strade di Los Angeles fianco a fianco di Bandini, conoscere i suoi dubbi, scoprire i suoi sogni; sembra di esserci in quel bar dall’atmosfera cupa e mesta, dove incontra e si innamora di Camilla Lopèz, una giovane cameriera messicana; sembra di rotolarsi insieme a loro nella sabbia e fare il bagno nudi, in un vortice di libertà inattesa.
Tu sei lì, che leggi, leggi, leggi, e Arturo e Camilla ti passano davanti, ti girano intorno, seducono anche te: non te ne accorgi, e stai fumando insieme a loro, stai bevendo la loro stessa birra economica, li stai osservando fare l’amore e poi offendersi a vicenda. Perché il loro amore è un po’ quello di tutti: un amore senza regole, colmo di passioni ed emozioni forti, ma pieno anche di urla, insulti e pianti. Un amore spesso non corrisposto, che Arturo estremizza e Camilla maledice; un amore che avrebbe i lineamenti e le premesse fiabesche, ma che non esplode mai, rimanendo intrappolato in un vortice di passioni sessuali e squallide ipocrisie.
Questo è Arturo Bandini: un uomo solo, nostalgico e profondamente contraddittorio. Ama Camilla, e questo è evidente nel modo in cui le parla, la fissa e frequenta assiduamente il bar in cui lei lavora; eppure fa l’amore con un’altra donna, perché non è mai sazio o, forse, mai soddisfatto. Vorrebbe essere uno scrittore di successo, ma finisce per vagare per le strade con una copia del suo racconto – “Il cagnolino rise” – di cui va tanto fiero, senza avere una meta, senza avere, soprattutto, una vita che lo appaghi fino in fondo.
Vorrebbe essere indipendente, autonomo; vorrebbe cavarsela da solo in quel mondo tanto spietato e cinico che è l’America, ma si ritrova a dover elemosinare soldi in qualsiasi modo e a telefonare continuamente alla madre, mostrando da un lato la sua fragilità, dall’altro l’amore per la famiglia: valore, questo, probabilmente apprezzato grazie alle sue origini italiane.
Arturo Bandini è così: sognatore ingenuo, professionista dell’illusione e, allo stesso tempo, mago del disincanto.
È, insomma, un visionario utopista e consapevole: conosce le sue paure e le sue debolezze, ma non abbandona mai la sua più grande ambizione: quella di diventare scrittore. E la insegue sempre, si lascia guidare da essa, come la più luminosa delle comete, tra le ardue strade di Los Angeles e della sua periferia. Perché quelle sono strade dove se non sei forte e resistente, inevitabilmente crolli; sono strade pericolose, che insegnano a vivere, ma conducono al fallimento; sono strade in cui l’asfalto brucia e la sabbia scotta e devi correre, correre lontano, per salvarti, insieme a tutti i tuoi miseri sogni. Sono le stesse strade su cui gli invincibili della Beat Generation affronteranno i loro folli viaggi, spingendo al massimo l’acceleratore delle loro auto malandate, godendosi il vento tra i capelli e ubriacandosi di sole, whisky e poesia.
Così l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere”.
Come poteva tanta eleganza, tanto potente realismo, tanta avvincente liricità, essere dimenticata dalla letteratura moderna? Come poteva la speranza irrequieta di Arturo Bandini e, quindi, di John fante, e la loro fragile decomposizione interiore, lasciarci indifferenti? Per fortuna, la penna e lo stile geniale di John Fante hanno affascinato e sedotto uno dei grandi della letteratura americana del XX secolo: Charles Bukowski. È stato lui a riscoprire Fante e farlo conoscere e apprezzare al mondo. Evidentemente, la dolcezza di Fante è talmente profonda, sottile e autentica, da riuscire a far breccia addirittura nel cuore tanto cinico, ma sensibile, del poeta maledetto dei giorni nostri. Bukowski rimase folgorato dall’elegante umorismo della scrittura di Fante. Arrivò persino a dire che Fante fosse il suo Dio. Non che ci fosse nulla di assurdo e blasfemo: Fante deve esserlo davvero un Dio, perlomeno di tutti i sognatori, aspiranti scrittori o semplici forestieri della vita.
Lorenzo Di Anselmo

John Fante
Chiedi alla polvere
Einaudi, 2004
Pagine 234, € 13,00

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