John Steinbeck. La Grande Depressione e la migrazione americana

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Il 2019 è l’anno in cui gli Stati Uniti ricordano i novant’anni dal cosiddetto “giovedì nero”, il 24 ottobre del ’29; il “crollo della Borsa” e l’inizio di uno dei periodi dolorosi della storia del ‘900, in un contesto non di guerra: la “Grande depressione”. Persone, famiglie, intere comunità e città si trovarono, più o meno improvvisamente, nella miseria, anche estrema: privazione del lavoro, della casa, della terra; esistenze compromesse per sempre. Milioni furono le vittime, in una realtà tragica in cui si moriva di fame, di stenti ma anche di suicidi. Gli Stati Uniti venivano da un periodo di discreta ripresa economica, seppure lenta, subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. Era una società rimasta in realtà ancora profondamente divisa: ai “bordi”, negli stati e nelle città delle due coste, il progresso avanzava cadenzato, a livelli tecnici, antropici, finanziari già molto elevati. Sicuramente e in ogni modo già molto ampi da quanto si potesse vedere ad esempio nel medesimo periodo in Europa. Nello sconfinato “centro”, invece, ancora si respirava un’atmosfera arcaicamente provinciale, agreste e pastorale, anche e soprattutto da un punto di vista sociale e comunitario. Questo creava quindi una enorme contrapposizione tra un’urbanizzazione “protetta”, competitiva e produttiva e uno sterminato contado soggetto alla natura e alle mutazioni ambientali. Divario destinato a restare alle stesse distanze nei decenni a seguire, fino ai giorni nostri. In tutti i casi il decennio che segui quei giorni segnò indistintamente i destini di tutti. La crisi sparò sul mucchio, senza scegliere chi colpire e chi salvare.

Il dramma americano della “Grande depressione” ha spesso trovato nelle pagine della letteratura descrizione e racconto assumendo le sembianze di epiche vicende. Un contesto reale, privo di qualsivoglia tentativo allegorico. La maestosità del Gigante venne tutt’a un tratto schiacciata, abbattuta dal vortice della angoscia e ci si svegliò, forse per sempre, dal sogno, della “frontiera”, quell’orizzonte mitizzato e immaginifico della ricchezza, del rifugio in un nuovo paradiso in Terra. Tra i grandi autori del ‘900, John Steinbeck (Salinas, 27 febbraio 1902 – New York, 20 dicembre 1968) fu senz’altro uno dei maggiori narratori di quella epopea. I suoi romanzi, seppur scritti in un periodo successivo e non coevo, descrivono con devastante realismo le vicende e le cronache dei quegli anni. Così l’intensità delle pagine arriva a livelli di meticolosità descrittiva e fino a portare il lettore a respirare l’aria impolverata e avvelenata, a sentire l’odore della benzina e dell’olio bruciato dei motori rattoppati e della meccanica; il marcio degli umani che imputridiscono negli stracci che fanno tutt’uno con l’epidermide arso, e quello degli animali ridotti a carcassa prima di crollare nel giallo sabbioso e vorticoso della siccità.

Il romanzo simbolo “The Grapes of Wrath” – letteralmente “Grappoli di ira (odio)” – tradotto in italiano con il titolo “Furore”, contiene passaggi considerati emblematici e universali dell’intera l’opera di Steinbeck. Allo stesso tempo la testimonianza sicuramente più importante mai scritta su quel periodo. Vi sono raccontati l’angoscia e il susseguirsi dei momenti drammatici, che sono fatti poi soprattutto di “scelte”. Opzioni dolorose che posero persone, famiglie, intere comunità di fronte ad alternative travagliate e disperate. Per stendere in tutta la loro ampiezza quelle pagine, Steinbeck prese spunto dalla lettura dai tanti articoli di giornale che gli capitarono in quegli anni. Narravano le cronache di questa disperazione comune, dell’aggregazione di persone e famiglie che, di fronte alla miseria e alla morte, decidevano di partire, di mettersi in cammino, con tutti i mezzi disponibili, verso l’ultima speranza, simboleggiata ancora una volta dal miraggio “dorato” del “Far West”, della California. La famiglia Jeod, tre generazioni di coltivatori, si mette in viaggio a bordo di un vecchio, fumoso e malridotto camion. Una “carretta” della strada che posa le sue ruzzolanti, logore ruote sulla mitica “Rute 66”, in un percorso sciagurato che va dall’Oklahoma, proprio al centro dello stato americano, in direzione di un orizzonte messianico di aspettativa. Lungo questo itinerario c’è l’incontro ineluttabile con nuovi compagni, storie di afflizione e di negazione. Soprattutto c’è lo scontro con la non-accettazione dell’altro, il respingimento “militare” del povero deprivato che viene a bussare alla porta alla ricerca del pane e di un ricovero. Una grande, immensa storia di “diversità” allontanata, ricacciata oltre i confini protetti di chi può permettersi ancora una vita tutto sommato dignitosa. È disumano, ma è uno dei “casi” della nostra Storia; lo stesso che stiamo vivendo così intensamente oggi, da dietro i nostri confini. Furore è un grande romanzo americano, probabilmente uno delle opere più importanti della letteratura mondiale, ma è anche è soprattutto una delle più mature rappresentazioni delle cronache di quotidiana migrazione.

Cristiano Roccheggiani

John Steinbeck, Furore
titolo originale: ”The Grapes of Wrath” (1939)
introduzione Luigi Sampietro
traduzione Sergio Claudio Perroni

Bompiani, 2013
pag. 656
Euro 14,00

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