Jonathan Wilson. Lo spirito di Laurel Canyon

Jonathan Wilson Fanfare
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Sembra proprio che il 2013 sia l’anno dei Wilson. In Inghilterra, Steven, leader dei Porcupine Tree e titolare di un album solista The raven that refused to sing che ha ricevuto tanti consensi.
Jonathan Wilson FanfareNegli Stati Uniti, Jonathan, che con l’ultimo Fanfare ha fatto gridare al miracolo. Con i dovuti distinguo a livello di collocazione stilistica, i punti in comune fra i due sono molti di più di quelli che si potrebbero immaginare. Entrambi polistrumentisti e produttori, genietti degli studi di registrazione, gusti sopraffini nel rinverdire le proprie ascendenze senza alcuna vergogna e timore reverenziale, veri cataloghi viventi di quelle musiche del passato che tanto ancora sono in auge…e ciò sia detto in senso positivo. E così come Steven ha innestato nuova linfa su un canovaccio ormai risaputo quale il progressive rock, con un caleidoscopio di rimandi a tutto lo scibile di quel genere, Jonathan ha compiuto la stessa operazione sul glorioso rock americano degli anni d’oro.
Molto dipende dal Laurel Canyon, luogo geografico ma forse più luogo dell’anima non lontano dal vortice del peccato del Sunset Strip di Los Angeles. È qui che negli anni sessanta molti musicisti scelsero il proprio buen retiro, all’ombra degli eucalipti, per nutrire la mente e l’ispirazione e, nonostante i recenti assalti della speculazione immobiliare, probabilmente quello spirito aleggia ancora, trasuda dal legno delle pareti di quelle case un po’ strane, evapora dalle ninfee di piscine che hanno mille storie da raccontare. Celebrata nel 1968 da John Mayall, uno dei padri del blues inglese, che in visita nella California del flower power rimase ammaliato dalle buone vibrazioni che si spandevano nell’aria, tanto da intitolarci un disco famosissimo, Blues from Laurel Canyon, l’area è sempre stata zona franca artistica e luogo mitico e mitizzato.
Jonathan Wilson vive qui. Quarant’anni fa i suoi vicini di casa sarebbero stati David Crosby, Graham Nash, Jackson Browne, Neil Young, Frank Zappa, Joni Mitchell, Jim Morrison, i Love e guarda caso i primi tre collaborano al disco con le loro meravigliose armonie vocali.
Ma lo spirito guida dell’album è senza’altro David Crosby, evocato in Her hair is growing long, il terzo pezzo che segue Dear Friend, la ballata psichedelica definitiva, che inizia come un valzer e si dipana poi in territori liquidi e orizzonti ampi, dove sembra davvero di essere alle Perro Sessions con Jerry Garcia alla chitarra. Spirito, che si materializza nella superba Cecil Taylor, omaggio al grande pianista free jazz americano ( mio zio mi raccontava che dal vivo, dopo aver maltrattato il pianoforte per un’ora e passa, chiudesse i concerti eseguendo un’impeccabile sonata di qualche brano classico, casomai a qualcuno fosse venuto in mente che non sapesse suonare). Illumination parte come un brano di Neil Young con un gran riff di chitarra, in Fazon riecheggiano fiati zappiani, mentre Lovestrong rende omaggio ai Pink Floyd funky di Echoes. New Mexico ha un flauto stupendo e la conclusiva All the way down è un lungo excursus ripetitivo e lisergico.
Ma non fatevi fuorviare da tutti questi nomi, citazioni e rimandi, come se il disco fosse una scopiazzatura di qualcosa già sentito: è la maledizione di chi ascolta musica da quarant’anni riconoscere questo e quest’altro  e far riferimento a qualcosa del passato per definire il presente. Fanfare è grande musica, ispirata, superbamente suonata ed arrangiata con un’anima da jam session che è raro trovare al giorno d’oggi.
Mario Barricella

genere: psych-rock
Jonathan Wilson
Fanfare
etichetta: Bella Union
data di pubblicazione: ottobre 2013
brani: 13
durata:  78:13
cd: singolo

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