Joseph Medicine Crow, l’ultimo capo guerriero

Statua nativi americani
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L’istinto era quello di saltare in groppa ad uno di loro, il più bello, montarlo a pelo e guidarlo in una scorribanda tra le praterie agitando al cielo un bastone decorato con perline e piume a dimostrazione delle sue abilità di guerriero. Perché per lui la guerra era quello. Rubare un cavallo, l’animale magico con il fulmine nelle zampe e le stelle negli occhi, al proprio nemico. Magari a un giovane Sioux. Nelle sue tradizioni raramente la guerra comportava morte. Ma adesso il cavallo era quello di un ufficiale delle SS e non si trovava tra le immense pianure del Montana, ma dietro la linea Siegfried. Era il 1945 e il suo compito era quello di esplorare la pista, condurre la sua squadra attraverso il fuoco delle mitragliatrici nemiche per sistemare la dinamite. Il suo comandante aveva pensato che fosse lui l’uomo ideale per questo compito. Aveva 6 anni quando il nonno Yellowtail lo aveva addestrato alle prime tattiche di combattimento e a come infiltrarsi nel campo nemico. Lo aveva abituato a muoversi in tutte le condizioni climatiche in un territorio difficile e avverso. Gli era stato insegnato a notare i graffi degli orsi sulle cortecce degli alberi, rintracciare le impronte dei cervi nel fango, interpretare le abitudini degli uccelli acquatici e i movimenti lontani della polvere.

Joseph Medicine Crow l'ultimo capo guerrieroJoseph Medicine Crow. Disegno Federica Crociani

High Bird, il suo nome Crow, lo aveva guadagnato proprio grazie alla sua astuzia. L’aquila imperturbabile che scruta la preda dall’alto e si tuffa su di essa senza lasciarle scampo.  E così, con il corpo dipinto dalla vernice rosso-guerra sotto la giubba blu e una penna d’aquila colorata di giallo, simbolo del suo spirito guida, nascosta sotto il casco, scivolava tra i nemici e sottraeva loro vettovaglie e cavalli. Quando in un villaggio un milite della Wehrmacht lo sorprese, con uno scatto gli sottrasse il fucile, lottò con lui in un combattimento corpo a corpo sottomettendolo e risparmiandogli la vita. Non ne prese lo scalpo, come forse si aspettava il terrorizzato tedesco, proprio come aveva fatto con il giovane Sioux molto tempo prima. E proprio come allora montò sul suo bottino, un purosangue indiano con la stella bianca sul muso, e cavalcò verso le colline urlando il suo canto di vittoria “Grande uccello! Alto uccello! Hai combattuto i tedeschi! Sei un grande guerriero!“.
Quell’episodio e molti altri gli valsero il titolo di Capo di Guerra del suo popolo, come era stato il fratello della nonna materna White Man Runs Him, scout indiano di George Armstrong Custer, comandante del famoso distaccamento del 7° Cavalleria. Da bambino adorava ascoltare intorno al fuoco, dentro le capanne fumose, le storie del suo popolo.

Gli Absaroke, più noti come Crow, sono un popolo di Nativi Americani originari delle pianure del Montana e del Sud Dakota. In principio nomadi, vivevano cacciando e compiendo razzie, ma col tempo divennero abili cavalieri e furono i primi indiani a saper usare il fucile. Durante la guerra indiana si allearono con il Governo degli Stati Uniti e furono impiegati come esploratori dal generale Custer nella battaglia di Little Bighorn nel 1876 per combattere contro i loro vecchi nemici delle pianure, i Lakota Sioux e Cheyenne.

Ma Joseph Medicine Crow  non era solo un abile guerriero. Era stato il primo della sua tribù ad andare al college e ad ottenere una laurea. E stava lavorando a una tesi di dottorato quando fu chiamato alle armi. Il titolo era “Gli effetti della cultura europea sulla vita economica, sociale e religiosa degli indiani Crow“. Aveva scoperto che l’influenza della cultura “bianca” aveva i suoi risvolti positivi. Poteva leggere, scrivere e ottenere posti di lavoro ben pagati e non importava se per farlo doveva indossare giacca e cravatta per buona parte della giornata. La sua vita doveva essere un anello di congiunzione tra i due mondi, il vecchio e il nuovo, per combinarne il meglio e incoraggiare la pace e l’amicizia. Quando fu chiamato alle armi nel 1943 fu invaso da sentimenti contrastanti. Voleva dimostrare il suo valore in Europa, ma lo avrebbe fatto nel suo modo. Quello dei Crow.
Dopo il conflitto  si dedicò alla difesa delle proprie origini lottando contro nuovi nemici. La droga, l’alcol, la disoccupazione e la mancanza di fondi sulle terre Crow divenendo uno dei maggiori sostenitori dei diritti dei nativi americani. Ma la sua più grande campagna, come custode delle memorie della sua tribù, è stata quella per far conoscere la vita degli Indiani delle Pianure. Nel 1939 ottiene un master in antropologia, diventando storico dei popoli indigeni. Con pazienza e cautela, in decine di scatole impilate nella sua casa e nel suo garage, ha conservato le storie dei veterani scritte a mano, le fotografie e i disegni a matita dei loro usurati e superbi volti, raccogliendo e rilanciando aspetti a volte poco noti.

Quando, come capo di guerra, ha accolto Barack Obama nel 2008, ha esortato il candidato presidenziale a riconoscere i nativi americani come cittadini di prima classe e a non relegarli “nella parte inferiore della scala sociale“. Nel 2009 fu proprio Obama, oramai presidente, a conferirgli la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile americana.

Joe Medicine Crow, l’ultimo capo guerriero del popolo Crow, è morto il 3 aprile in una casa di risposo di Billings a 102 anni. Il giorno successivo 200 nativi americani avrebbero condotto a cavallo una marcia di protesta contro il progetto di costruzione di un oleodotto che invaderebbe le loro terre nel Nord Dakota e che potrebbe inquinare il fiume Missouri.
Federica Crociani

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