Keith Jarrett Trio: sostanza e forma della musica contemporanea.

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Sono le 18:50 di un torrido pomeriggio estivo all’Auditorium Parco della musica di Roma. Seduta in quarta fila nella magnifica ed elegantissima sala S. Cecilia, ho soltanto dieci minuti per realizzare quanto accadrà a breve: quel contrabbasso adagiato sul parquet del palco sarà sollevato da Gary Peacock, i piatti e i tamburi di quella silenziosa batteria scandiranno ritmo e tempo con Jack DeJohnette e quel sontuoso gran coda nero Steinway & Sons prenderà vita grazie al genio che abita le mani di Keith Jarrett.


Foto by Rose Anne

A distanza di qualche anno, tornano nella capitale tre colossi del panorama jazz contemporaneo, classe ’35, ’42  e ’45, insieme da trent’anni e con diciannove album all’attivo. Essi hanno reinventato la maniera di interpretare i cosiddetti temi standard del songbook americano, ai quali conferiscono ogni volta nuova linfa. Insomma, vere e proprie leggende viventi.
Il cuore va talmente veloce che non so più nemmeno in quale parte del corpo si trovi adesso. Essere un pianoforte non è mai stato tra i miei più grandi desideri, tranne oggi.
Il rispettoso silenzio che pervade la sala dell’auditorium viene interrotto dalle prime note di All of you, brano d’apertura.  Segue Summertime, quasi ad inneggiare questa calda domenica di luglio nella capitale.
Per Jarrett il ricorso agli standard ha una funzione ben precisa: rappresenta da sempre una sorta di ritorno alle origini, ad una lingua primigenia, e lo si evince dalle stesse parole del pianista: Il mio trio è un re-incontro con due ragazzi con i quali siamo cresciuti insieme nello stesso villaggio. Nonostante il villaggio diventi sempre più piccolo, il significato di quella lingua non viene sminuito. Dall’altro lato, si configura come un bisogno di auto-espropriazione, nel senso di non suonare sempre musica propria, ma di porsi anche al servizio di quella altrui, sebbene il risultato sia sempre un’opera nuova.
Un concerto di Jarrett, seppur fatto di standards, non può mai rassomigliare al precedente né al seguente, perché con lui l’old school di filone “evansiano” diventa ogni volta sperimentazione, vita nuova. Ciò che sbalordisce l’orecchio dell’ascoltatore è tutto ciò che si colloca prima e dopo il tema: la quasi perfezione delle introduzioni soliste e l’incessante fluire delle improvvisazioni successive.
Jarrett evoca il passato tramutandolo in presente. Il suo stile sta molto più nel come che ne cosa, nel gesto e non nella materia: nel tempo musicale, nell’ampio respiro carico di tensione, nella gestualità ossessiva e nei continui mugolii dei quali – come egli stesso dichiara – si serve per poter meglio seguire il flusso delle note.
Il trio continua con I fall in love too easily e When I fall in love. Innamorarsi, qui, è un attimo; ma letteralmente, nel senso che nell’amore ci sei dentro del tutto e, quando c’è la musica di mezzo, non ne esci. Ed è d’amore puro il rapporto tra Jarrett e il suo Steinway: veloce e impetuoso come quello di un adolescente, equilibrato e armonioso come il sodalizio – ormai consolidato da anni – tra i membri del trio.
Tre geniali artisti in sintonia perfetta dal 1982: elegante il contrabbasso di Peacock, che crea un’intesa totale con le improvvisazioni di Jarrett; incredibilmente viva e mai banale la ritmica di DeJohnette. Proprio quest’ultimo, parla di Keith Jarrett e del suo pianoforte in questi termini: Io non ho mai visto nessuno avere un tale rapporto con il proprio strumento, qualcuno che come lui conosca i propri limiti e nonostante questo riesca a superarli, a portarli al di là dei loro stessi confini, trascendendo lo strumento, che è proprio quello che io cerco di fare con la batteria.
Quelle di Jarrett sono visioni estatiche. Egli non suona mai ciò che ha pensato di suonare; la musica in atto annulla quella in potenza, o meglio, la trasforma: Non saprei spiegare quanto poco so di ciò che avviene sul palcoscenico durante un concerto. Perciò, quando ascolto la registrazione di un mio concerto, io stesso sono tra il pubblico, ad ascoltare qualcuno che fa questa cosa: l’improvvisazione.
Jarrett improvvisa la musica come un flusso continuo che si sviluppa nel presente, da un silenzio iniziale a un silenzio finale; ogni attimo di musica è un attimo di vita reale vissuta dall’artista. L’orecchio ascolta, segue, ma non riuscirebbe mai a riprodurre quella sequenza musicale nata e trasposta sul piano così, immediatamente, senza seguire alcuna regola. Ho detto alla mia mano sinistra: “Non ho un’idea predefinita di ciò che devi fare, sto togliendo di mezzo un po’ di regole, anzi un sacco di regole, perché voglio vedere di che cosa sei capace. Poi ho capito che la mia mano sinistra sapeva molte più cose di me”.
La musica si crea nello stesso momento in cui la si suona; invenzione ed esecuzione coincidono. Le mani scorrono veloci, scompaiono nell’avorio e nell’ebano, eppure la melodia resta; la qualità musicale e la perizia tecnica dei suoi brani non lascerebbero indifferente nemmeno un orecchio che approccia al jazz per la prima volta; è tutto lì, pronto a catturare l’attenzione e l’emozione dell’ascoltatore incantato. Magia pura.
E per magia, il blues delicato di Things ain’t what thay used to be chiude il primo set del concerto. Venticinque minuti di pausa – fin troppi per chi desidera lasciarsi ancora travolgere da queste note –
e si ricomincia passando dall’estate all’autunno: Autumn leaves, altro grande classico, interpretato innumerevoli volte dai più grandi jazzisti di sempre. E le “sunburned hands” del brano sembrano proprio le stesse che lo riproducono in questo momento.
Dalle ballad al blues, dal latin al ragtime, tutto resta, comunque, inconfondibilmente Keith Jarrett. Su quest’ultimo, ho chiuso gli occhi e mi sono ritrovata nella New York anni ’20 di Francis Scott Fitzgerald, in una delle feste sontuose organizzate nei saloni della villa di Jay Gatsby, insieme a uomini in smoking e donne in abito lungo che bevono champagne.
Eccolo, il potere della musica: ti catapulta in luoghi ed epoche di cui senti la nostalgia, ma che in realtà non hai mai vissuto.
Riapro gli occhi, il concerto sembra finito: i musicisti sono in piedi, s’inchinano al pubblico entusiasta, ed escono di scena. Seguono – con stupore e soddisfazione di tutti- ben tre bis. Evento più unico che raro – questo – nei live di Jarrett, se si considerano il suo stato psicofisico, le idiosincrasie ( le riprese, le foto, i flash, i rumori, i colpi di tosse) e la sua fama per gli atteggiamenti tutt’altro che cordiali nei confronti del pubblico.
Quanta importanza può avere la socievolezza di un artista, quando il mondo che restituisce a chi gli sta di fronte, è così immenso e sempre nuovo?
Il primo bis è uno spontaneo e commovente erompere dei sentimenti del pianista, dopo la calorosa risposta che il pubblico ha tributato alla sua performance. Come del resto gli altri due, emozionanti e perfetti come solo le cose inaspettate sanno essere. Degna conclusione di un concerto impeccabile.
Siamo di fronte ad un uomo che pare fatto apposta per polarizzare le reazioni più antitetiche, dall’adorazione all’odio, senza vie di mezzo. E questa, bisogna ammetterlo, è una prerogativa solo dei grandi.
Parafrasando la dedica che il pianista pensò per la moglie e inserì nel libretto di The Melody at night, with you : “For Keith Jarrett, who heard the music, then gave it back to us”.

Angelica Falcone

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