Kendrick Lamar, DAMN.

la copertina di Damn il disco di Kendrick Lamar
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Kendrick Lamar ha ancora una volta avuto la critica e il pubblico dalla sua parte. Certo non manca qualche giornalista contrariato come A. Harmony su exclaim! che parla di un momento di “atonia” dell’artista riferendosi al disco. Ma è una rarità.

la copertina di Damn il disco di Kendrick LamarPoteva non essere così perché il nostro veniva da uno strepitoso successo, in ogni direzione, con il disco di due anni fa To Pimp A Butterfly. Del resto quando si scrivevano cose del tipo «Kendrick Lamar è un narratore, un mago della parola e dello storytelling che pesca a piene mani dal reale di ognuno per restituirne l’incommensurabile complessità. Un disco, prima che bello, terribilmente importante, per come sa portarsi sulle spalle un sanguinario presente» [1], si capisce che un calo di creatività poteva esserci.
A proposito di testi non deve mai sfuggirci la considerazione che la profondità nella parola di questo artista a molti di noi sfuggirà perché la nostra padronanza della lingua è limitata a meno che non disponiamo di sottotitoli e perché no delle note a margine.

Nel mondo anglosassone, ad Aprile secondo le analisi sulle trentuno recensioni di Metacritic, DAMN. raggiunge quota 95 su 100 con il precedente era arrivato a 96. E così scrive Christopher R. Weingarten, a proposito del disco, al termine del suo articolo: «è una brillante combinazione dell’eterno classico e del moderno, della vecchia scuola e del futuro livello» [2].

Qui in Italia, tra le cose che si leggono, le annotazioni più interessanti mi sembra le abbia scritte Luca Roncoroni che parte da un presupposto: i dischi di Kendrick Lamar sono delle Opere per cui «la densità di contenuti, di mezzi espressivi e stilistici utilizzati, tale la complessità e profondità di temi declinati e riferimenti usati, che uno studio evitato o anche solo abborracciato e raffazzonato alla buona risulta semplicemente insultante». Nel suo saggio analizza i temi che KL affronta, dalla preponderante religione (DNA., YHA.) alla politica con il suo carico di temi razziali (XXX) fino all’introspezione personale in FEAR. Si tratta di un concept album che «si può ascoltare in due direzioni: dalla traccia 1 alla 14, e – all’inver(s)o – dalla 14 alla 1. Nel primo senso la Morte, annunciata da quel fulminante gunshot sparato dalla vecchia cieca, perde; nel secondo invece il disco termina con la fine (a questo punto, anche fisica) dello stesso Kendrick, freddato dalla stessa empatia che si è declinata nell’umana carità faticosamente perseguita attraverso le 13 tracce precedenti. […]un disco di dualismi[…] il più importante di questi sembra però essere quello tra hybris e umiltà: in questo senso i pezzi spesso sembrano dialogare tra loro, come nel caso di PRIDE e HUMBLE, non a caso posti uno accanto all’altro in scaletta e antitetici sin dal titolo» [3].
Giuliano Delli Paoli e Luca Bazzana pongono l’accento in questo quarto disco, tornato sulla terra dopo il precedente, sull’”introspezione”, sul volgere “lo sguardo dentro di sé”, largamente presente, nonostante i temi classici come la religione e le questioni razziali siano parti importanti.
Un album di ottimo livello ma non tra i migliori che si divide in due parti: una prima che si chiude con l’”inutile” LOYALTY., «con Rihanna nelle vesti dell’oca giuliva di turno in formato “rap”» e una seconda «più ricca di aspetti interessanti sotto il profilo musicale» dove si possono ascoltare i brani migliori da LUST. A FEAR. fino all’ultima DUCKWORTH., «la sola a ricalcare appieno le vocazioni e lo stile che dominava l’ambizioso album precedente» [4].
Non si tratta di un concept album e non raggiunge le vette del precedente secondo Michele Boroni che nota in DAMN. sonorità che tornano ad un ottimo ‘hip-hop west coast abbandonando le “influenze jazz”. Tra le le quattordici canzoni troviamo «almeno 4 singoloni di potenziale successo. LUST è una bellissima riflessione sulla celebrità dove Lamar, accompagnato dallo strumentale dei BadBadNotGood, palesa una voce particolarmente soulful; c’è poi la kanyewestiana ELEMENT. […] su uno standard beat hip-hop riesce a tirar fuori un testo particolarmente arrabbiato e con un flow magistrale. […] XXX., la traccia con gli U2 che sulla carta aveva fatto alzare più di un sopracciglio e invece rappresenta la punta di diamante di questo DAMN.: una canzone imprevedibile e molto articolata, con continui cambiamenti di andamento e dove la voce di Bono in coda non solo è discreta, ma è assolutamente ben amalgamata con il resto» [5].
Marina Montesano invece ritiene questo album non «meno coinvolgente o ispirato» del precedente To Pimp A Butterfly. Un disco che parte con BLOOD. è DNA., “musica d’assalto” e «se l’ispirazione di To Pimp A Butterfly era il jazz, DAMN. brilla di soul e funkadelic, come nella successiva YEAH., ma anche di una produzione minimalista qual è quella di ELEMENT., co-prodotta da James Blake (il piano malinconico sembra proprio un suo marchio di fabbrica), e utilizzata per un tema classico dell’hip-hop: la sfida alle altre star del genere, Drake in testa» [6]
Non vi curate di noi e ascoltate.
Ciro Ardiglione

genere: hip-hop
Kendrick Lamar
DAMN.
etichetta: Aftermath
data di uscita: 14 aprile 2017
brani: 14
durata: 54:54
cd: singolo

[1] Andrea Macrì, http://sentireascoltare.com/recensioni/kendrick-lamar-to-pimp-a-butterfly/, 24 marzo 2015
[2] Christopher R. Weingarten, https://web.archive.org/web/20180622083725/https://www.rollingstone.com/music/albumreviews/review-kendrick-lamar-damn-album-w477376, 18 aprile 2017
[3] Luca Roncoroni, http://sentireascoltare.com/recensioni/kendrick-lamar-damn/, 19 Aprile 2017
[4] Giuliano Delli Paoli, Luca Bazzana, http://www.ondarock.it/recensioni/2017-kendricklamar-damn.htm, 23 aprile 2017
[5] Michele Boroni, https://web.archive.org/web/20180803115710/https://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/7050/kendrick-lamar-damn, 18 aprile 2017
[6] Marina Montesano, http://www.tomtomrock.it/review/recensione-kendrick-lamar-damn/, 17 aprile 2017

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