Kenya, il memoriale che restituisce un po’ di verità sui Mau Mau

Kenya bandiera
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L’eroica epopea della lotta ancestrale al colonialismo e all’imperialismo in Africa nacque e si estese intorno a un numero smisurato di uomini, idee, movimenti che tracciarono il perimetro di quelli che poi sarebbero divenuti, via via nel tempo, i confini delle arcaiche, ma al tempo stesso nuove, Nazioni del Continente. Molte di queste storie sono state però occultate, coperte da quel velo di senso evidente di sopraggiunto imbarazzo millenaristico, sviluppatosi nelle coscienze dei governanti e degli infausti interpreti europei, in tutti quei paesi macchiati dal disonore di atrocità compiute nel nome della depredazione di risorse e genti. Ancora oggi l’Africa, nella sua privazione estrema, patisce in maniera tragicamente diretta di quel periodo, mentre la parte “ricca” del mondo, è divenuta tale proprio grazie a quell’ignobile, apocalittico saccheggio.

Tra i tanti episodi, nel cammino faticoso verso l’emancipazione e la libertà, sono da ricordare le gesta del movimento Mau Mau che, a partire dalla la fine degli anni ’40, si distinse in Kenya nella lotta contro il colonialismo britannico. L’Impero aveva stabilito nel paese un protettorato sin dalla fine dell’800 e sfruttava sistematicamente quelle terre, abitate e lavorate dalle popolazioni locali dall’inizio dei tempi. Il movimento si propose quindi come braccio armato di una più vasta prospettiva indipendentista del Paese ed ebbe seguito soprattutto presso una delle più grandi e organizzate tribù, quella dei Kikuyu. L’ideologia che lo caratterizzava era intrisa, oltre che di impellenze politiche, anche di una forte religiosità: una sorta dunque di sincretismo, in cui era prevalente l’elemento del “cerimonialismo” e del sacrificio anche a costo della vita. Il termine “Mau Mau”, infatti, si deve con molta probabilità al suono vocale della pronuncia di giuramento con cui venivano accolti via via i nuovi membri, indistintamente uomini e donne. Ruolo rilevante all’interno del gruppo fu svolto proprio da queste ultime, che si occupavano dei rifornimenti, della cucina, fino a svolgere compiti di grande impegno fisico, come scavare trincee di notte nei pressi di quelli che poi, di giorno, sarebbero diventati campi di battaglia.
È soprattutto nella prima parte degli anni ’50 che le frange dei ribelli si resero protagoniste di clamorose azioni, mettendo in grande difficoltà il risoluto apparato di dominazione, culturale ed economica, formatosi nei decenni precedenti. Tuttavia, oltre alla zelante presenza di notabili e militari britannici, il dominio era esercitato anche all’ombra e attraverso l’efferata complicità di tutte quelle autorità keniote “addomesticate”, manipolate e arricchite dagli stessi occupanti stranieri. Il gruppo dei ribelli, che nel frattempo si era reso protagonista di episodi di guerriglia, con agguati compiuti sia nella boscaglia che nei centri abitati, venne così ben presto additato come terrorista e messo perciò fuori legge.
Guidati all’inizio dal “leggendario” capo rivoluzionario Dedan Kimathi, detto “Ciui” (leopardo), i Mau Mau divennero molto velocemente un esempio di lotta anche per gli altri movimenti indipendentisti e anticolonialisti dell’Africa e lo stesso Nelson Mandela ne ricorderà spesso le gesta. Così come altri gruppi politici attivi nel Paese si riunirono, incoraggiati proprio dalle gesta dei Kikuyu rivoltosi, attorno alla figura di Jomo Kenyatta, ex esule che, rientrato in quegli anni in Patria, avrà successivamente un ruolo determinante, alla guida del Kenya Africa Union (KAU), nel traghettare il Kenya verso l’indipendenza definitiva, alla fine del 1963.

Il timore sempre più concreto di perdere il dominio sull’intera zona e dell’allargamento della rivolta, procurò la risposta del Governo Britannico che, nell’intento di soffocare ogni focolaio, fu terribile e spietata. In un breve lasso di tempo, all’arresto e all’impiccagione di Dedan Kimathi e alla messa fuori legge del KAU, seguirono migliaia deportazioni in quelli che si possono considerare veri e propri campi di concentramento. Inoltre, dal momento che nel ruolo di oppressori e aguzzini, furono reclutate anche oltre ventimila “Home Guard” keniote, ovvero una sorta di Guardia Nazionale, il Paese si avviò di fatto verso la guerra civile. Durante tutto questo periodo, che va’ dal 1952 al 1960, vennero trucidate una quantità enorme di persone: oltre 10 mila vittime tra guerriglieri Mau Mau, oltre a più di mille “indigeni simpatizzanti”.

Nel 2011, dopo circa cinquant’anni, l’Alta Corte britannica ha riconosciuto le accuse di tre ex ribelli (ora ottantenni). Si tratta di Paulo Muoka Nzili, Wambuga Wa Nyingi e Jane Muthoni Mara. La sentenza dei giudici arrivò al termine di un racconto dei fatti spaventoso: abusi sessuali, percosse e violenze varie subite nei campi di prigionia. Così lo scorso settembre è stato inaugurato a Nairobi un memoriale dedicato alla gloriosa rivolta Mau Mau. Si tratta di un monumento in bronzo, finanziato dal governo britannico, che raffigura una donna intenta a dare del cibo a un ribelle. La scultura è stata realizzata come simbolo di parziale, minimo risarcimento, insieme al riconoscimento di un indennizzo di 20 milioni di sterline stanziati per superstiti e discendenti.

È una decisione senz’altro tardiva e sicuramente insufficiente, tuttavia costituisce il riconoscimento tangibile di colpe e responsabilità atroci, non solo del Governo Britannico, ma di tutti quei Paesi che per secoli hanno perpetrato la sistematica distruzione di ogni risorsa e in ogni angolo di un continente intero. Il monumento eretto a Nairobi dovrebbe essere di monito e contribuire a sollevare e scuotere le coscienze di chi, soprattutto in Europa, ancora si rifiuta anche solo di scegliere di restituire, a coloro che ha depredato, un minimo di dignità e di speranza.
Cristiano Roccheggiani

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