Kosovo e Serbia: ne parliamo con Marco Siragusa

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Le relazioni tra Kosovo e Serbia e quanto accade nei rispettivi paesi è di esiziale importanza per la stabilità nei Balcani oltre che per le condizioni dei cittadini delle due comunità.

Marco Siragusa

Abbiamo affrontato diverse questioni nell’intervista, che trovate qui di seguito, a Marco Siragusa che sta concludendo un dottorato all’Università di Napoli “L’Orientale” con un progetto sulla transizione serba dalla fine della Jugoslavia socialista al processo di adesione all’UE e collabora con EastJournal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani e scrive settimanalmente per Nena-News.

L’altro giorno l’Ambasciatore italiano a Belgrado, Carlo Lo Cascio ha detto che l’Italia sostiene seriamente il cammino della Serbia verso l’integrazione europea, e sul problema del Kosovo si aspetta da parte di Pristina “comportamenti coerenti con lo spirito del dialogo”. Lo scorso 29 maggio la Commissione europea ha pubblicato le sue relazioni annuali in merito al processo di riforme in atto nei paesi dei Balcani occidentali necessarie all’integrazione. A che punto siamo con il processo e quali sono le posizioni delle varie nazioni sull’integrazione della Serbia?

Le parole dell’ambasciatore rispecchiano pienamente quanto fatto dai governi italiani negli ultimi anni. Lo scorso marzo il premier Conte, in visita ufficiale a Belgrado, aveva esaltato i profondi legami che legano i due paesi ribadendo il pieno sostegno dell’Italia al percorso europeo della Serbia e criticando duramente la decisione del governo kosovaro di imporre dazi sulle merci serbe, considerata un ostacolo al dialogo tra Belgrado e Pristina.
Ad oggi, sebbene siano stati aperti 16 capitoli negoziali sui 35 previsti, il processo di integrazione sta vivendo una fase particolarmente complicata. Nel suo report annuale la Commissione ha sottolineato come, nonostante importanti progressi, Belgrado registri ancora preoccupanti ritardi su molti aspetti. Tra le raccomandazioni principali vanno segnalate “l’urgente necessità di creare maggiore spazio per un genuino dibattito tra i partiti“, l’applicazione di una più decisa e concreta lotta alla corruzione e al crimine organizzato e la tutela dei diritti delle minoranze e della libertà di stampa ancora fortemente influenzata da ingerenze politiche. Tuttavia, la principale preoccupazione per le istituzioni europee riguarda il difficile rapporto con il Kosovo la cui normalizzazione rappresenta la vera condizione necessaria per la riuscita dell’intero processo di integrazione. Su questo punto il ruolo principale è svolto da Francia e Germania interessate a favorire il raggiungimento di un accordo di base che possa fungere da road map per la risoluzione definitiva delle controversie. Il sostegno dei più importanti paesi europei all’adesione della Serbia non sembra esser messo in discussione neppure dalla recente vittoria dei partiti “sovranisti” alle ultime elezioni europee. Sia Salvini che il premier ungherese Victor Orban, i veri vincitori delle elezioni, hanno più volte espresso il loro totale supporto al governo di Belgrado, considerato un affidabile alleato nella gestione dei flussi migratori della cosiddetta “rotta balcanica”.

Il tema di maggiore rilevanza quando si parla di Serbia o Kosovo è quello delle relazioni tra i due paesi, anche in ottica di entrata in Europa. La tensione è sempre alta e gli episodi che la rinfocolano ci sono, come quello dello scorso maggio quando la polizia kosovara arrestò 28 persone e di questi 19 poliziotti di cui 11 serbi: ennesima provocazione kosovora o normale operazione contro il crimine? A che punto sono le parti per un accordo duraturo soprattutto dopo l’innalzamento dei dazi sulle merci serbe?

L’operazione condotta dalla polizia kosovara ha provocato forti reazioni tanto tra la popolazione serba in Kosovo quanto a livello istituzionale. Per Pristina si è trattato di una normale azione contro la corruzione senza nessun legame con questioni politiche e con l’appartenenza etnica della maggior parte degli arrestati. Per i serbi kosovari l’operazione ha rappresentato invece una rappresaglia nei loro confronti. L’episodio ha alzato ulteriormente la tensione con violenti scontri tra serbi e polizia kosovara e la dichiarazione dello stato di allerta dell’esercito da parte del presidente serbo Vučić. Negli ultimi mesi non sono mancate le provocazioni che hanno messo a serio rischio la stabilità nella regione. Lo scorso dicembre il parlamento di Pristina aveva approvato, con il supporto di Usa e Gran Bretagna, tre disegni di legge per la creazione dell’esercito del Kosovo. In quell’occasione Vucic aveva parlato di “minaccia alla pace” ottenendo un indiretto sostegno della NATO e dell’Ue. Appena due mesi dopo, il governo kosovaro decideva di applicare dazi al 100% per le merci serbe.
Attualmente quindi le relazioni tra i due paesi sono tutt’altro che distese. Il 29 aprile si è svolto a Berlino un summit con la partecipazione della cancelliera tedesca Angela Merkel, del presidente francese Emmanuel Macron, di quello kosovaro Hashim Thaci e di quello serbo Alexsandar Vučić . Sul tavolo delle trattative è stata posta l’idea di uno scambio di territori tra Kosovo e Serbia. La proposta è stata però accantonata per le preoccupanti ripercussioni che questa potrebbe avere e per il mancato sostegno del resto della comunità internazionale. Le parti si sono riconvocate per il 1 luglio a Parigi con la speranza di giungere ad un primo accordo di base.

Da qualche parte si rende esplicita la tesi che il Kosovo sia di fatto poco più che una pedina di scambio degli Stati Uniti da usare all’interno dello scontro geopolitico con la Russia. Qual è il suo parere? Da qualche parte si rende esplicita la tesi che il Kosovo sia di fatto poco più che una pedina di scambio degli Stati Uniti da usare all’interno dello scontro geopolitico con la Russia. Qual è il suo parere?

Personalmente credo che sia ormai impossibile mettere in discussione l’esistenza del Kosovo come Stato indipendente. Questa prospettiva è ormai condivisa dallo stesso governo serbo a cui manca, però, un preciso piano d’azione per favorire un’ordinata transizione. È innegabile il forte ruolo esercitato dagli Stati Uniti nella difesa delle rivendicazioni kosovare. Altrettanto evidente è il fatto che questo sostegno non nasce da una genuina difesa del diritto all’autodeterminazione del popolo kosovaro quanto da interessi strategici degli Usa nella regione. Oggi, lo scontro con la Russia non si gioca certo nei Balcani ma l’esistenza di un Kosovo indipendente permette agli Stati Uniti di mantenere una forte presenza nella regione, limitando i margini di azione di Mosca. Più che una pedina di scambio il Kosovo rappresenta, quindi, una sorta di avamposto americano ai confini dell’Europa. Dubito fortemente che la Russia, pur rimarcando costantemente il proprio rifiuto al riconoscimento del Kosovo, sia disposta ad aprire un nuovo fronte per la difesa dell’integrità territoriale della Serbia. Le attenzioni delle due potenze sono rivolte ad altri scenari ben più caldi e la situazione in Kosovo sembra più un problema europeo che una preoccupazione per Mosca e Washington. Bisogna inoltre sottolineare la crescente presenza di altri attori globali nella regione, come Cina e Turchia, impegnati in importanti progetti di investimento. La loro presenza potrebbe, nei prossimi anni, ridurre il peso specifico tanto della Russia quanto degli Stati Uniti.

Matteo Zola, fino a poco fa direttore di East Journal, qualche tempo fa scriveva: ”C’è un’ampia zona grigia tra democrazia e dittatura. In Serbia, dentro quella zona grigia, il presidente Aleksandar Vučić ci sguazza”. Una larga fetta del paese si oppone. Ci può spiegare meglio questa situazione e chi e come si oppone? Una parte dei parlamentari non partecipa ai lavori: chi sono e perché?

A distanza di vent’anni dai bombardamenti della NATO contro la Serbia la tanto acclamata transizione democratica non sembra aver prodotto i risultati sperati. A partire dal 2012, con la prima vittoria elettorale del Partito Progressista fondato e guidato dall’attuale presidente della Repubblica Vučić, la Serbia sembra vivere una sorta di stallo democratico, come perfettamente riassunto dalle parole del direttore Zola. Vučić è riuscito a sfruttare al massimo le falle di un sistema ancora ibrido concentrando su di sé un potere enorme ed agendo come un vero e proprio sovrano, pur in un contesto formalmente democratico. La principale accusa che viene rivolta a Vučić è quella di uno smisurato controllo dei mezzi di informazione, ormai quasi completamente assoggettati al suo partito. Bisogna ricordare inoltre che Vučić era stato il Ministro dell’Informazione nell’ultimo governo di Slobodan Milosevic e portava la sua firma la legge che limitava fortemente qualsiasi forma di indipendenza dei media. Negli ultimi anni non sono mancate minacce e aggressioni nei confronti dei pochi coraggiosi giornalisti non allineati e degli oppositori politici. Proprio in seguito alle violenze subite da uno di essi, il leader della lista Sinistra serba Borko Stefanovic, a dicembre è nato il movimento “1 di 5 milioni”. Da allora ogni sabato pomeriggio decine di migliaia di persone si riversano per le strade di Belgrado e altre città serbe per chiedere le dimissioni del presidente e l’avvio di un reale pluralismo politico e dei media. Tra i principali sostenitori delle proteste vi sono Bosko Obradovic, capo del partito nazionalista di destra “Dveri”, e Dragan Djilas, leader della coalizione “Alleanza per la Serbia” che raggruppa i partiti di opposizione più liberali ed europeisti. Alle proteste di piazza si è aggiunto il boicottaggio delle attività parlamentari considerate inutili dall’opposizione dato il basso livello democratico del sistema politico. Le manifestazioni degli ultimi i mesi si inseriscono in un più ampio malcontento della popolazione concretizzatosi già due anni fa con la nascita in un movimento civico, Ne davimo Beograd (Non affondiamo Belgrado), che contesta il progetto di riqualificazione urbano, cofinanziato dagli Emirati Arabi, teso a trasformare il quartiere di Savamala in un grande centro turistico di lusso. Le proteste, frutto anche delle fallimentari riforme economiche basate su massicce privatizzazioni sostenute dall’Ue e soprattutto dal Fondo Monetario Internazionale, hanno ottenuto il risultato di mettere in dubbio lo strapotere di Vucic e del suo partito costretti a convocare nuove elezioni per la primavera prossima.

Kosovo, Pristina

Veniamo al Kosovo dove la leadership è ancora espressione di quella venuta dalla guerra e dell’Esercito di Liberazione (Uck). Una leadership con il governo Ramush Haradinaj che sembra più interessato al mantenimento del potere conquistato che a migliorare le sorti del proprio paese, tra i più poveri in Europa. Qual è situazione economica e sociale nel paese?

Il Kosovo è sempre stato tra le regioni economicamente più svantaggiate di tutta la regione. La situazione non è cambiata neppure dopo la dichiarazione di indipendenza del 2008. Nonostante una crescita del Pil del 4%, il paese registra dati piuttosto preoccupanti riguardo il tasso di disoccupazione che, negli ultimi anni, si è attestato intorno al 30% con punte del 52% per i giovani tra i 15 e i 24 anni mentre il Pil pro-capite supera di poco i 3500 euro. La disastrosa situazione economica obbliga migliaia di kosovari ad emigrare all’estero come dimostrato anche dal costante calo della popolazione ridottasi di circa il 25% tra il 2006 e il 2017. La leadership al potere non è riuscita a garantire un processo di sviluppo adeguato ma soprattutto ha fatto ben poco per limitare l’enorme peso della criminalità organizzata. La collusione tra politica e criminalità favorisce il mantenimento di una zona grigia in cui quasi tutto è concesso. Nonostante sul territorio siano presenti circa 3500 unità della missione internazionale KFOR, il paese è al centro di grandi traffici internazionali di droga, armi e prostituzione. A questo va aggiunto il preoccupante fenomeno dell’aumento della radicalizzazione religiosa e del ritorno in patria dei foreign fighters dalla Siria. Il quadro non è quindi dei più promettenti e la classe politica dovrebbe cercare di trovare soluzioni adeguate alle pessime condizioni di vita della popolazione invece di cercare di alimentare la tensione con Belgrado per veder riconosciuta la propria autorità su questa o quella porzione di terra.

Pasquale Esposito

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