Kosovo. Il parere della Corte agita le acque del separatismo

Kosovo bandiera
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Il 17 febbraio 2008 il Kosovo proclamò la propria indipendenza dalla Serbia. Il 22 luglio 2010 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja [1], con una votazione a maggioranza, ha sentenziato che la dichiarazione d’indipendenza non è un atto contrario al diritto internazionale ed è coerente con la risoluzione ONU 1244 votata dopo la fine della guerra della Nato del 1999. Lo status del Kosovo era quello di una provincia serba sotto amministrazione ONU.
Una situazione analoga non si verificava dagli anni Settanta con la separazione dal Pakistan dal Bangladesh.

Il parere era stato richiesto dall’Assemblea generale dell’ONU su sollecitazione serba.
Un parere destinato a dispute teoriche per le sue contraddizioni e in particolare per  la sua stretta correlazione al diritto di un popolo alla proclamazione dell’indipendenza [2]. Secondo Di Francesco il documento che esprime il parere <<è lungo, complesso, pieno di «se» e «ma», si nasconde dietro «il caso unico» da non generalizzare, per timore delle tante indipendenze proclamabili nel mondo. Sostanzialmente si arrampica sugli specchi>> [3].

Le reazioni dei diretti interessati sono state immediate e ferme nelle loro posizioni pur in presenza di inviti a non alimentare le tensioni.
Il ministro degli Esteri del Kosovo Skender Hyseni  ha detto che attende la Serbia sulle posizioni di Pristina, mentre il presidente serbo, Boris Tadic, ha dichiarato che il Kosovo non verrà mai riconosciuto e che ora <<la parola passa all’Assemblea generale dell’Onu>>. Ma sia il ministro degli Esteri di Belgrado Jeremic che il patriarca ortodosso Irenej hanno invitato alla calma.
A livello internazionale, dopo un’intensa attività di lobbying, gli USA sono stati quelli ad aver espresso grande soddisfazione ed invitato tutti i paesi, compresa la Serbia, a riconoscere la nuova nazione.
Dei 192 paesi dell’ONU solo 69 avevano riconosciuto lo stato di fatto. Russia e Cina in testa si oppongono sostenendo le tesi di Belgrado.
Le ripercussioni politiche, e speriamo che ci si fermi a quelle, sono di vasta portata. Nell’area balcanica potrebbero esserci riverberi nella Bosnia-Erzegovina dove la causa serba è stata immediatamente perorata dal primo ministro Milorad Dodik [4]. Un’altra ferita aperta è la Macedonia di cui la Grecia non accetta il nome perché storicamente considerata una regione ellenica.
Le richieste di riconoscimento potrebbero giungere da molte parti del mondo. Tanto per fare qualche nome: Quebec, Somaliland, Sudan,  Transnistria, Xinjiang,  Sri Lanka, Cecenia, Nagorno-Karabakh, Ossezia meridionale, Abkhazia.  Sergei Shamba, da febbraio  premier della repubblica secessionista dell’Abkhazia ha dichiarato che il suo paese <<può vantare più argomenti di Pristina per aspirare a diventare uno vero Stato>> [5].
Tornando in Europa le comunità che potrebbero chiedere di separarsi dall’attuale nazione potrebbero essere diverse.

Un giurista belga ha subito commentato che questa sentenza apriva la via agli indipendentisti fiamminghi. Non sono banali in questo momento le preoccupazioni del governo Zapatero perché i Paesi Baschi e la Catalogna potrebbero accentuare le loro richieste.
Senza dimenticare l’Irlanda del Nord  o la Corsica e soprattutto l’isola di Cipro divisa in due. L’Europa sul Kosovo è divisa perché non ha e forse non può avere una linea comune come vorrebbe Washington.
Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro non hanno riconosciuto il nuovo stato.

E’ vero si tratta di situazioni molto diverse ma i patti andrebbero rispettati soprattutto dopo guerre e lacerazioni sanguinose come nella ex-Jugoslavia. La risoluzione 1244 sanciva sia l’integrità territoriale che la sovranità della Serbia erede della Repubblica federale jugoslava.
E se giuridicamente, come scrive Cassese, l’autodeterminazione <<spetta ai popoli coloniali e a quelli sotto occupazione straniera, come il popolo palestinese, solo a quei gruppi razziali che sono sistematicamente discriminati in modo così grave da impedire loro l’accesso al governo>>[6], il parere offre argomentazioni ai molti che unilateralmente sono intenzionati a separarsi e potrebbe accentuare gli scontri con le maggioranze. Spesso, come nel caso del Kosovo, la differenza la fanno i rapporti di forza in campo che non dovrebbero avere appigli. Il Kosovo è parte della strategia di controllo dei Balcani e di ridimensionamento del ruolo di Belgrado che probabilmente sarà costretta ad accettare altri compromessi poco onorevoli per entrare in Europa.

Resta la tendenza di fondo a separarsi senza trovare un corrispondente approdo verso istituzioni comuni. Il risultato che le uniche istituzioni comuni, ed in grado di esprimere posizioni di forza in qualsiasi luogo e contesto, sono i grandi stati e soprattutto le multinazionali con aristocrazie economiche e politiche sovrapposte. Con tutto ciò che ne consegue per i diritti materiali e non delle popolazioni.
Pasquale Esposito

[1] Al dibattito vi hanno partecipato trenta stati e 15 giudici
[2] Un commento al parere con una disamina anche delle posizioni dei giudici della Corte lo si trova in  Stefan Wolff, “Kosovo, l’opinione della Corte risolve qualcosa?”, www.balcanicaucaso.org/ita, 29 luglio 2010. Stefan Wolff è docente di Sicurezza Internazionale all’università di Birmingham (Regno Unito) ed è condirettore della rivista accademica “Ethnopolitics”. Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul blog dell’Association for the Study of Nationalities.
[3] Tommaso Di Francesco, “L’ingiusto parere dell’Aja l’Onu promuove Pristina”, Il Manifesto 23 luglio 2010, pag. 9
[4] Pietro Del Re, “Kosovo, è contagio-indipendenza ora è scontro sui serbi di Bosnia”, La Reppubblica, 24 luglio 2010, pag. 16
[5] Francisco Martinez, “Abbiamo più diritto noi del Kosovo“, www.balcanicaucaso.org/ita, 26 luglio 2010
[6] Sabino Cassese, “Perché Pristina è diversa dal dal Québec”, La Repubblica, 24 luglio 2010, pag. 16

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