Kosovo: una nazione da formare. Ne parliamo con Pierluca Merola.

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Abbiamo approfittato dei dieci anni trascorsi dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo per parlare di questo paese e del ruolo dell’Europa nell’area dei Balcani. Per farlo abbiamo raggiunto Pierluca Merola, studioso di Balcani, si interessa principalmente di allargamento dell’UE e di cooperazione regionale tra gli stati dei Balcani. Ha studiato e lavorato a Zagabria per due anni, ora si trova a Bruges presso il Collegio d’Europa per un master in politica e amministrazione dell’Unione Europea. Collabora con East Journal da Maggio 2016. Parla correntemente inglese, francese e serbo-croato.

A dieci anni dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza, il Kosovo è uno stato in bilico, molto lontano da un consolidamento delle sue istituzioni e della sua comunità, anche per un passato invadente. Iniziamo questa intervista con una domanda sulla situazione interna al paese.
La popolazione soffre di condizioni economiche e sociali disastrose: possiamo fare un punto della situazione individuandone le cause?

Effettivamente, in questi 10 anni, dalla dichiarazione d’indipendenza del 17 febbraio 2008, i progressi in termini di sviluppo economico e sociale, di dialogo inter-etnico e riconciliazione, di consolidamento dello stato di diritto sono stati lenti. Un discorso diverso va invece fatto per quanto riguarda il consolidamento dell’indipendenza, lo sviluppo di un’identità kosovara e l’affermazione del Kosovo sulla sfera internazionale. Su questi aspetti si è concentrata la classe politica kosovara in questi dieci anni, in ragione sia della priorità del riconoscimento internazionale sullo sviluppo di determinate politiche interne, che dell’opportunità politica e dell’interesse elettorale. Per queste ragioni andrebbero distinti un piano interno ed esterno del consolidamento dello stato kosovaro.
Per quanto riguarda il piano esterno, il Kosovo, sostenuto dagli Stati Uniti e dai maggiori stati europei, è stato riconosciuto come stato indipendente da 115 membri delle nazioni unite e ha raggiunto alcune vittorie simboliche come le prime partecipazioni alle competizioni sportive internazionali. Inoltre, Pristina e Belgrado, su forte pressione dell’Unione Europea, hanno avviato il difficile dialogo sulla normalizzazione dei rapporti. Al di là dell’importanza in termini di riconciliazione post-bellica, il dialogo ha permesso al Kosovo di partecipare a diverse iniziative europee per lo sviluppo e la cooperazione nei Balcani occidentali, e la loro integrazione nel più ampio spazio europeo. Nel corso di questi anni, un’identità kosovara si sta affermando tra la popolazione albanofona. Con l’avvicinarsi delle celebrazioni per i dieci anni d’indipendenza sono apparse spontaneamente molte più bandiere kosovare, mentre tradizionalmente la popolazione ha sempre preferito festeggiare l’indipendenza con i colori albanesi. Questa maggiore consapevolezza, mischiata a una competizione elettorale basata sul nazionalismo, si va progressivamente traducendo in un’insofferenza verso le missioni e le ingerenze della comunità internazionale. La quale ha assicurato fino ad oggi l’indipendenza, il funzionamento e la stabilità dello stato kosovaro.

In effetti, per quanto riguarda il piano interno, la classe politica kosovara ha fatto poco e niente per favorire la riconciliazione e migliorare le condizioni economiche e sociali della popolazione. Le diverse forze politiche, benché per la maggior parte provenienti da ranghi dell’Esercito di Liberazione (l’Uck), sono frammentate e impegnate a spartirsi il potere e le risorse disponibili. Preferiscono lasciare l’onere di gestire le relazioni post-belliche tra albanesi e serbi alle forze militari internazionali KFOR e alla missione di polizia e giudiziaria EULEX. Su questa poca lungimiranza della classe politica s’innesta quindi una situazione economica svantaggiata: il Kosovo è il territorio meno sviluppato dell’area dei Balcani, la quale è a sua volta l’area meno sviluppata d’Europa, specialmente dal punto di vista infrastrutturale. A ciò si aggiunge che il sistema politico e le risorse limitate favoriscono corruzione endemica e criminalità organizzata. La corruzione e la criminalità organizzata sono spesso legate alle élite politiche al potere che ha pochi stimoli per affrontare il problema.
L’assenza di infrastrutture adeguate e un ambiente sfavorevole impediscono lo sviluppo di un’economia vitale in Kosovo che si traduce con una forte mancanza di lavoro. La maggior parte delle famiglie dipende dalle rimesse della diaspora e molte attività economiche dipendono dagli aiuti internazionali. Con una disoccupazione giovanile al 50%, l’obbiettivo dei giovani kosovari è spesso quello di lasciare il paese.

La leadership istituzionale del paese da Hashim Thaci, presidente della Repubblica a Ramush Haradinaj, primo ministro a Kadri Veseli, capo del Parlamento, tutti ex capi dell’Uck, rischiano di essere incriminati per crimini di guerra. Quanto sono concrete queste prospettive e perché? Come mai non c’è stato un ricambio ai vertici?
La Corte speciale per i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi dall’Uck nasce a seguito di un’indagine della Special Investigative Task Force (SIFT), messa in piedi dal 2011 all’interno della missione EULEX sulla base di un report del Consiglio d’Europa. La corta con base all’Aja non è una corte internazionale, come il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, ma è stata incaricata a perseguire questi crimini da una legge dell’assemblea nazionale del Kosovo del 2015. Fa quindi parte del quadro normativo interno del paese ed è parte del suo sistema giudiziario. Il costo e il personale della corte sono però assicurato dall’Unione Europea e le sue camere giudiziarie sono formate da soli giudici internazionali.
La corte intende perseguire i crimini e le persecuzioni contro i serbi, i rom e gli stessi albanesi perpetuati al termine della guerra dai vertici dell’Uck. Se i crimini perpetuati da parte serba sono stati perseguiti dal Tribunale Penale per l’Ex-Jugoslavia, quelli dell’Uck sono stati fino ad oggi perlopiù accantonati. Il Tribunale dell’Aja processò per violenze ai danni dei civili serbi e albanesi l’attuale Primo Ministro Ramush Haradinaj, poi assolto per insufficienza di prove. Al momento la nuova corte non ha ancora emesso dei rinvii a giudizio. Sembrerebbe però che la Task Force dell’EULEX abbia lavorato per almeno sei anni nella minuziosa raccolta delle prove per i futuri processi e che questi riguarderanno un numero limitato di personalità politiche di spicco. Non è certamente da escludere una nuova incriminazione di Haradinaj. Di fatto, il nuovo primo ministro da quando è al governo ha tuonato ripetutamente contro la corte speciale, tentando, nel dicembre scorso, di far abrogare la legge kosovara del 2015 che la istituì. Il tentativo fu sventato da un intervento massiccio della comunità internazionale e delle diplomazie occidentali. Una situazione diversa dovrebbe riguardare il Presidente Hashim Thaci che ha sempre svolto, anche durante la guerra, il ruolo di rappresentante politico e internazionale dell’Uck, di cui difficilmente potrà essere provato un coinvolgimento con le violenze perpetuate sul terreno. Nei fatti, più che per timore personale, il Presidente Thaci sembra aver tenuto un atteggiamento di riserva verso la corte per non incrinare i rapporti nella coalizione di governo tra il suo partito, il Partito Democratico del Kosovo (PDK), e gli alleati dell’Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK) del Primo Ministro Haradinaj.
Per quanto riguarda il ricambio ai vertici del sistema politico, va sottolineato come il Kosovo partecipa alle dinamiche dell’interna regione. In tutte le ex-repubbliche jugoslave, con gradi differenti, si può notare come le forze nazionaliste e fautrici dell’indipendenza si siano saldati al centro del sistema politico. Ciò è stato possibile sia per il prestigio che queste forze hanno acquisito nella lotta per l’indipendenza, che per la retorica bellica e nazionalista che le stesse forze impongono abilmente anche in tempo di pace. Inoltre, va sottolineato che tutti i paesi della regione sono andati in contro a una transizione post-comunista e post-bellica, situazioni che favorisce l’accentramento del potere politico, economico e giudiziario. Acquisito il controllo su tutto lo stato, le forze politiche vittoriose hanno quindi proceduto alla distribuzione delle posizioni di potere a una cerchia di fedelissimi.
Oltre a questa dinamica comune a tutta la regione, per il Kosovo, bisogna sottolineare l’incidenza della frammentazione del sistema partitico su base personalistica, con il fine di competere per il potere per mettere in sicurezza gli interessi propri e dei propri affiliati. Dei quattro partiti della maggioranza albanofona che compongono la coalizione governativa, tre vengono dalle file dell’Uck. Il quarto è invece il partito personale dell’imprenditore svizzero-kosovaro Behgjet Pacolli. L’opposizione all’Uck, sia prima che dopo la guerra, era stata portata avanti dalla Lega Democratica del Kosovo (LDK), fautrice di una linea di resistenza non-violenta e dello sviluppo di uno stato parallelo clandestino durante gli anni ’90. Nonostante le violenze subite dall’Uck, dopo la guerra, la Lega Democratica del Kosovo ha governato più volte con il PDK di Thaci perdendo la spinta di maggiore forza di rinnovamento e opposizione. Proprio il partito di Thaci ha fatto cadere, a maggio dell’anno scorso, il proprio governo di coalizione con il LDK guidato da Isa Mustafa sull’accordo per la demarcazione dei confini con il Montenegro. A guidare l’opposizione all’establishment politico kosovaro c’è oggi il movimento Vetëvendosje (VV, Autodeterminazione). Questo movimento che ha molta presa tra i giovani e governa la capitale Pristina, si scaglia contro la corruzione del sistema politico kosovaro, le privatizzazioni e la distanza delle forze politiche dai problemi reali della popolazione. Al contempo promuove però una piattaforma nazionalista contestando, spesso in modo violento, la presenza della comunità internazionale in Kosovo e invocando l’unificazione con l’Albania. La comunità internazionale si trova quindi obbligata a sostenere quelle forze moderate come Thaci, il PDK e il LDK di Mustafa, che hanno legato la loro carriera politica e fortuna personale alla sopravvivenza del Kosovo come stato indipendente.

L’UE ha ribadito il suo notevole interesse all’allargamento verso i Balcani occidentali a partire dall’ ingresso di Montenegro e Serbia e poi dopo i negoziati alla Macedonia e all’Albania. Del Kosovo nemmeno a parlarne? L’Europa sembra disposta a forzare la mano visti i suoi interessi prettamente geopolitici: porre argine ad altri attori come Russia e Turchia in un’area che può diventare il suo tallone d’Achille anche sul fronte migratorio.
Nella sua nuova strategia per l’allargamento l’UE ha ribadito la prospettiva europea per i tutti i paesi dei Balcani, Kosovo compreso. È certo però che il Kosovo sta molto indietro rispetto agli altri nel percorso d’adesione e d’allineamento agli standard europei. In particolar modo, rispetto ai due “capofila” Serbia e Montenegro, per i quali è proposto il 2025 come ambiziosa data per l’adesione.
Il Kosovo deve fare ancora notevoli passi avanti nel suo allineamento con l’UE. Per esempio, il Kosovo non gode ancora della liberalizzazione dei visti, condizionata all’approvazione dell’accordo di demarcazione dei confini con il Montenegro. I rapporti tra il Kosovo e l’UE sono per ora regolati dal solo accordo di stabilizzazione e associazione entrato in vigore ad aprile 2016 e da diverse organizzazioni settoriali, come la comunità dei trasporti e dell’energia, che integrano i Balcani nel quadro normativo europeo nei settori dell’energia e dei trasporti. La nuova strategia dell’UE sull’allargamento mette nelle mani dei governi e dei parlamenti locali il successo o il fallimento dell’allargamento. In questo come in altri aspetti, bisogna vedere se le forze politiche locali sapranno cogliere l’opportunità ed impegnarsi in un progetto a medio-lungo termine, oppure se continueranno a preferire una visione a breve termine concentrandosi sulla spartizione del potere per garantire i propri interessi.
Per alcuni anni, l’UE ha effettivamente diminuito il suo impegno nella regione generando un vuoto geopolitico che è stato parzialmente riempito da altri. La nuova strategia per l’allargamento sottolinea in modo chiaro che l’integrazione dei Balcani è un interesse geopolitico primario per l’Unione Europea. I rivali dell’UE destano preoccupazioni diverse a seconda della loro strategia. La Russia svolge un ruolo di influenza retorica verso le aree serbe, o generalmente ortodosse, della regione con l’obiettivo di destabilizzarne il cammino euro-atlantico. Questa non ha però i mezzi economici per garantire alle repubbliche dei Balcani uno sviluppo alternativo a quello europeo. Ben più preoccupante per l’UE è diventata l’attività della Cina, la quale promette investimenti a fiotti pretendendo però un trattamento privilegiato. Un atteggiamento che riduce l’attrattività del modello economico europeo basato su libera concorrenza, contrasto ai monopoli, gare di appalto e protezione dei diritti sociali. D’altro canto, la Cina non ha interesse a impedire l’integrazione europea della regione, che ne garantirebbe la stabilità e di conseguenza la sicurezza dei propri investimenti. La Turchia si situa a metà tra Cina e Russia, svolge un ruolo di influenza politica nelle aree a maggioranza mussulmana della regione e investe nelle infrastrutture della regione tutta. Non è chiaro se la Turchia voglia andare al di là dell’intenzione di costruire dei rapporti privilegiati con dei futuri membri dell’UE.

Dopo dieci anni che giudizio dà della dichiarazione d’indipendenza che ha avuto come sponsor principale gli USA e che vede solo 115 stati ad aver riconosciuto il Kosovo? La Serbia è stata la prima ad opporsi, ma sembra che qualche passo in avanti è stato fatto: a che punto siamo delle relazioni tra le due parti e soprattutto tra la comunità albanese e la minoranza serba visto che non più tardi del 16 gennaio scorso un leader serbo è stato ammazzato davanti al suo ufficio?
Come sottolineavo precedentemente, credo che il consolidamento della presenza del Kosovo sulla scena internazionale sia l’unico successo del paese in questi 10 anni. Non bisogna scordare che dopo la guerra del ’98 – ’99 non era né scontato né previsto che il Kosovo sarebbe divenuto uno stato effettivamente indipendente (e per molti versi non lo è ancora). Data la specifica situazione della dichiarazione unilaterale di indipendenza kosovara, il riconoscimento da parte di altri 115 stati indipendenti è buon risultato che è stato possibile solo grazie all’aiuto degli Stai Uniti. Benché la Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU ha dichiarato la proclamazione unilaterale di indipendenza “non illegale”, ciò non basta per guadagnarsi il riconoscimento da parte di quei paesi che vivono spinte secessioniste all’interno dei propri confini. Non bisogna dimenticare che ben cinque paesi membri dell’Unione Europea (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna) non riconoscono il Kosovo per questo motivo. A questo va aggiunto, che Cina e Russia, in quanto membri del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, impediscono l’adesione del Kosovo a questa organizzazione perché fermamente contrarie alla possibilità di un precedente per future dichiarazioni unilaterali di indipendenza.
Vien da sé, e qui passiamo al secondo punto, che per quanto non venga detto molto spesso in pubblico, l’affermazione completa del Kosovo sulla scena internazionale passa inevitabilmente dal riconoscimento dell’indipendenza da parte della Serbia. La commissione europea ha chiarito questo aspetto alla Serbia nella recente strategia sull’allargamento, reiterando che “la risoluzione definitiva delle dispute bilaterali nella regione è una condizione irrinunciabile per l’adesione all’Unione Europea”. Dal canto suo, il Presidente della repubblica serba Vučić ha detto di aver avviato delle consultazioni interne al paese per il risolvere in modo definitivo il nodo delle relazioni tra Serbia e Kosovo. Per ora commissioni e consultazioni interne non hanno prodotto alcun documento, situazione che fa sospettare che l’avvio del “dialogo interno” sia una mossa per prendere tempo.
È nell’ottica di un totale riconoscimento internazionale del Kosovo che le relazioni e la riconciliazione tra la comunità albanese e la minoranza serba divengono sempre più importanti. I passi avanti però sono stati veramente pochi. La minoranza serba vive sostanzialmente separata dal resto della popolazione kosovara, non solo nel nord del Kosovo a maggioranza serba, ma anche nel sud dove sopravvivono diverse enclave serbe. Uno dei problemi maggiori, soprattutto al sud, è divenuto l’accesso ai servizi statali e la discriminazione nella ricerca di lavoro per motivi linguistici. Il dialogo sulla normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina ha creato alcuni successi concreti (come il prefisso telefonico internazionale per il Kosovo), ma non è ancora riuscito ad attuare le parti più ambiziose degli Accordi di normalizzazione firmati a Bruxelles nel 2013. Ad esempio, non è ancora stata creata, a causa delle forze nazionaliste nel parlamento kosovaro, l’Associazione delle municipalità serbe.
Per quanto riguarda l’assassinio di Oliver Ivanović, è presto per individuarne le cause, al momento non si può escludere la pista dello scontro etnico, ma personalmente ritengo più valida la pista che porta a un regolamento di conti all’interno della leadership politica serba del Kosovo. Oliver Ivanović era un leader serbo dialogante, autonomo da Belgrado e interlocutore privilegiato per la comunità internazionale tra i serbi del Kosovo. Ivanović e il suo partito Iniziativa Civica Serba era da tempo in rotta con un altro partito della minoranza serba: la Lista Serba controllata da Belgrado e dal Partito Progressista Serbo del Presidente Vučić. L’indipendentismo di Ivanović contemporeaneamente a una maggiore presenza di Belgrado nel nord del Kosovo, lo avevano portato a un progressivo isolamento. Nelle elezioni locali del 2017, Ivanović aveva denunciato un clima di intimidazioni da parte della Lista Serba nei confronti suoi e del suo partito. La pista di un regolamento di conti interetnico porta invece a sottolineare l’arresto e l’accusa a Ivanović da parte delle autorità di Pristina di crimini di guerra contro la comunità albanese del nord del Kosovo, quando, durante il conflitto, era a capo dei “Sorveglianti del ponte”, un gruppo di volontari serbi nel nord del Kosovo. Al momento non si può escludere nessuna delle due piste, ma il fatto che l’omicidio sia avvenuto a Mitrovica nord fa sospettare perlomeno di un coinvolgimento di personalità serbe. Non è nemmeno da escludere una collaborazione tra le frange estremiste e contrarie al dialogo delle due comunità.

Il Kosovo oltre a relazioni pericolose con la Serbia non ha buone relazioni con il Montenegro, paese nella Nato dal giugno scorso, e nemmeno con quella parte di Tirana che ha sempre in mente la “Grande Albania”. Può spiegarcene le motivazioni?
Per quanto riguarda le relazioni con il Montenegro, non bisogna scordare che fino al 2003 il Montenegro faceva parte della Repubblica Federale Jugoslava guidata da Belgrado e fino al 2006 dell’unione di Serbia e Montenegro. Volontari e forze montenegrine hanno quindi partecipato al conflitto in Kosovo e tutt’oggi circa il 30% della popolazione montenegrina si dichiara di etnia serba. Al giorno d’oggi il principale punto di frizione tra Kosovo e Montenegro riguarda l’accordo di demarcazione dei confini che Pristina si ostina a non ratificare benché riguardi territori montani, poco accessibili e scarsamente popolati. Infine, al sud del Montenegro, al confine con l’Albania, si concentra una cospicua minoranza albanese, che rappresenta circa il 5% della popolazione totale. Questa minoranza viene spesso utilizzata dai nazionalisti albanesi per rivendicare il mito della “Grande Albania” e viene perciò trattata con sospetto dalle autorità montenegrine.
La “Grande Albania” è un’idea nazionalista e nostalgica di alcuni estremisti albanesi che vorrebbero riunire in un unico stato le popolazioni albanesi che vivono in Montenegro, Kosovo, Macedonia e Grecia. Il mito della “Grande Albania” si rifà ai movimenti risorgimentali, allo sviluppo di un’idea nazionale albanese e si riconnette idealmente all’esistenza del Protettorato Italiano d’Albania della seconda guerra mondiale che si estendeva su quei territori.
Benché girano dubbi sondaggi che sostengono che la maggioranza delle popolazioni albanesi di questi territori sono favorevoli alla creazione di una “Grande Albania”, i partiti che propongono questa soluzione sono sempre risultati insignificanti e minoritari. Fa eccezione il partito kosovaro Vetëvendosje (Autodeterminazione) il quale però vede nell’unificazione con l’Albania la soluzione per sbarazzarsi della corrotta leadership kosovara e della comunità internazionale. Come avevo sottolineato precedentemente, sono queste stesse ragioni che portano l’élite politica kosovara a salutare con poco entusiasmo l’idea di una “Grande Albania”, ciò vorrebbe dire rinunciare a potere e i privilegi acquisiti sinora. Infine, l’idea di un’unione tra Kosovo e Albania è stata recentemente tirata fuori dal primo ministro albanese Edi Rama in piena campagna elettorale. Rama, nel dichiarare che “se non venissero integrati nell’UE Albania e Kosovo potrebbero unificarsi”, voleva sia utilizzare uno strumento di pressione nei confronti dell’UE che guadagnare qualche punto percentuale in campagna elettorale. Rama è solito fare dichiarazione del genere, tra il serio e l’ironico, l’autunno scorso a un evento in cui si lodavano i progressi dell’Albania nel campo della riforma della giustizia disse “se non volessi portare l’Albania nell’Unione Europea, sarei attratto dal modello di governo putiniano”.
Per concludere vorrei sottolineare che ogni ridefinizione territoriale nei Balcani deve essere ovviamente esclusa. Il rischio di riaccendere conflitti e rivendicazioni a catena è troppo alto. Per queste ragioni, l’UE e la comunità internazionale puntano all’integrazione europea dei sei stati dei Balcani occidentali per annegare tensioni e irredentismi nel più ampio spazio europeo. Benché la commissione sembra intenzionata a rimettere l’allargamento ai Balcani al centro delle sue priorità, il percorso d’adesione non appare certo più facile per i governi dell’area, in particolar modo per il Kosovo.
Pasquale Esposito

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