La balcanizzazione dell’Europa? Il separatismo avanza in Belgio, Scozia e Spagna.

history 7 minuti di lettura

La crisi del debito e dell’economia ha accentuato le derive separatiste e così, nel giro di qualche anno, l’Europa potrebbe vedere ridisegnata la carta geografica. Non è raro trovare nei commentatori l’uso del termine balcanizzazione a paventare conflitti ben più drammatici di una disputa sul fiammingo o sui trasferimenti da destinare alla Catalogna. E pensare che da poco l’Unione Europea ha ricevuto il premio Nobel per la pace.
In questi tempi di crisi e conseguenti misure di austerity uno dei cavalli di battaglia più in voga, ad esempio nelle Fiandre e nella Catalogna, è quello di pagare tasse in misura fortemente superiore ai contributi e servizi erogati dal governo centrale. Una contrapposizione, per  restare in tema di debito, che oppone il ricco nord europeo (Austria, Finlandia, Germania in particolare) e lo “sprecone” sud.


Belgio. Gent. Agosto 2008. Foto Ciro Ardiglione

Questa affermazione sempre più decisa delle istanze indipendentiste sembra paradossale rispetto agli sviluppi dell’Europa stessa negli ultimi anni. Se da una parte, secondo Mark Leonard, direttore del Consiglio europeo per le relazioni estere, <<l’espansione complessiva dell’integrazione europea di fatto ha abbassato l’asticella del secessionismo, perché le entità emergenti sanno di non dover essere del tutto autonome e indipendenti. Sanno che avranno accesso a un mercato di 500 milioni di persone e ad alcune delle garanzie dell’Ue>>,
dall’altra la stessa Unione sta procedendo in direzione di una maggiore omogeneità con regole e misure più rigide vero tutti i suoi membri, da una banca centrale più forte al controllo dei bilanci nazionali (fiscal compact) per evitare deficit e passivi oltre le soglie stabilite.
Non ci  sono solo tematiche economiche perché come ha sostenuto Heather Grabbe, per cinque anni consulente del commissario Ue per l’allargamento e ora  direttore dell’Open society institute, <<la variabile cruciale del separatismo è più una questione di rancore storico e di lingua che una questione di soldi>> [1].
Un altro paradosso che invece attiene alle cause dell’accelerazione delle richieste separatiste è quello dell’arretramento delle forze militari. <<La causa storica dell’attuale spinta separatista catalana, oltre che nella crisi economica, può essere individuata nella fine del terrorismo indipendentista basco: da quando l’Eta non uccide più, anche un partito moderato (e il grosso dell’opinione pubblica) può parlare di secessione senza essere associato a una banda armata. D’altronde, tra Regno Unito e Scozia si è assistito a una dinamica simile, resa possibile dalla fine dell’Ira>> [2].
La carta geografica potrebbe tornare a ricordare quella del XVIII secolo quando, secondo i nazionalisti catalani e scozzesi,  Catalogna e Scozia persero la loro indipendenza. Nel 1707 con la firma dell’Act of union con l’Inghilterra nasce il Regno Unito e sette anni dopo Barcellona cadeva nelle mani dell’esercito del borbone Filippo V.

Prima di dar conto degli ultimi accadimenti in atto nei diversi paesi del vecchio continente vale la pena sottolineare come in Italia è in controtendenza. Due fattori più importanti: la sempre meno rilevanza della Lega e del suo progetto politico e l’interventismo a tutto campo del governo Monti in favore del potere centrale che avoca a sé certe funzioni e mette in atto procedure di controllo, soprattutto per le spese, su poteri locali e istituzioni a vario livello. La cancellazione  di un buon numero di province è una degli esempi più eclatanti.
E a proposito di aggregazioni invece che di separazioni è recente la notizia di un possibile campionato di calciojugoslavo” (progetto UEFA) che potrebbe disputarsi, a partire dal 2015, tra le squadre le sei repubbliche ex-jugoslave (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia) più Bulgaria e Ungheria [3].

In Scozia il primo ministro indipendentista Alex Salmond e il premier David Cameron hanno siglato l’accordo per il referendum sull’indipendenza nel 2014. Senza lasciare la regina, in caso di vittoria, la Scozia potrebbe essere assimilata all’Australia riprendendo le redini della difesa, della politica estera e dell’energia materie ancora in mano a Downing Street.
Da un punto di vista economico ovviamente scomparirebbero i finanziamenti ma si riapproprierebbe dei giacimenti di gas e petrolio nel Mar del Nord.
Al momento gli scozzesi non sembrano spingersi decisi verso la secessione totale. Un sondaggio pubblicato sullo Herald Scotland e realizzato dalla società TNS BMRB mostrava qualche settimana fa che il 53% degli intervistati non sarebbe favorevole all’indipendenza, in confronto ad un 28% per cento che la chiederebbe. Il punto di arrivo della disputa con Londra è la cosiddetta “devo max” con quale il parlamento potrà legiferare anche in materia fiscale e tutto ciò che non sia politica estera e difesa.

Un altro scossone all’unità del Belgio potrebbe arrivare in conseguenza della vittoria della Nuova alleanza fiamminga alle comunali di Anversa con Bart De Wever, leader del partito separatista, a chiedere sempre più una Costituzione federalista. La divisione tra fiamminghi e valloni è già un fatto per comunità divise da lingue, religioni ed economie, ma la crisi spinge a chiedere di più per non pagare più tasse e i sussidi alle aree più disagiate.


Irlanda del Nord. Belfast. Agosto 2011. Foto Ciro Ardiglione

In Catalogna si voterà il 25 novembre prossimo con Convergència i Unió (CiU), il partito nazionalista liberal-conservatore che governa la regione a cercare la maggioranza assoluta e indire un referendum per la separazione da Madrid.
Ancora una volta la crisi non è estranea. La più ricca regione spagnola si ritrova a chiedere aiuti per risanare i debiti e fronteggiare i mesi avvenire, ma secondo il governatore catalano Arturo Mas, come molti catalani, sostiene che se avessero ottenuto l’autonomia finanziaria le condizioni sarebbero state diverse. Troppi soldi finiscono per sussidiare le regioni più povere, come Andalusia o Estremadura.
I catalani potrebbero riuscirci nonostante la forte opposizione di Rajoy e del Partido Popular (Pp) che, nel recente passato, ricorse alla Corte per il nuovo Estatut de Catalunya (il potere giudiziario e il potere legislativo in materia fiscale passavano a Barcellona) e ottenendone la bocciatura.

Al di là di tutte problematiche interne di natura politica e costituzionale queste nuove nazioni <<dovrebbe ovviamente fare i conti con gli ostacoli giuridici derivanti dall’elegante formulazione dell’articolo 4.2 del trattato di Maastricht. Infatti la presa di decisioni nell’Ue si indirizza verso una generalizzazione della maggioranza qualificata in tutti i casi tranne uno, l’adesione di nuovi stati, che continuerebbe ad avere bisogno dell’unanimità. Questi meccanismi possono rappresentare uno sbarramento: il presidente della Commissione è stato chiaro sull’argomento>> [4].   E si, l’Europa rispetta le autonomie e le minoranze ma questi nuovi Stati dovrebbero iniziare la trafila dell’adesione e l’approvazione deve essere unanime.

Il Kosovo è un esempio della confusione, per non dire di peggio, nelle politiche tra stati europei. Il 17 febbraio 2008 il Kosovo si autoproclamò indipendente dalla Serbia e subito la secessione venne riconosciuta da diversi governi ma da quelli che avevano problematiche simili in casa come quello greco, cipriota o spagnolo.
Se queste spinte indipendentiste dovessero avere sbocchi dovremo, naturalmente, attenderci evoluzioni anche per nordirlandesi, baschi, macedoni, senza dimenticare i Balcani dove focolai di guerra covano ancora sotto le ceneri di accordi e divisioni malferme.
Forse per rispondere a queste spinte dovremmo fare come ha suggerito qualche hanno fa Alfred Heineken, il produttore di birra, e cioè un’Europa unita composta da 75 stati con popolazione tra i 5 e i 10 milioni di abitanti? <<In questo modo saremmo in grado di competere sul palcoscenico mondiale e allo stesso tempo decidere a livello locale se è il caso di consentire la tauromachia o il consumo di marijuana. Molti dei problemi attuali scomparirebbero. Non dovremmo più preoccuparci di trovare un equilibrio tra i grandi e i piccoli stati, o del salvataggio del sud da parte del nord>> [5].
Forse ma fino a che l’Europa non avrà come sua ragion d’essere il futuro del suo popolo invece che quello della finanza gli attriti o peggio i conflitti non si ridimensioneranno a fisiologici confronti.

Pasquale Esposito

[1] Steven Erlanger, “I ricchi cambiano la mappa”, www.presseurop.eu, 8 ottobre 2012
[2] Riccardo Pennisi, “I non trascurabili problemi di una Catalogna indipendente”, temi.epubblica.it
[3] Alfredo Sasso, “SPORT: Calcio, ritorna il campionato jugoslavo?”, www.eastjournal.net, 8 novembre 2012
[4] Claudi Pérez, “Ci mancava solo la Catalogna”, “www.presseurop.eu, 24 settembre 2012.
[5] Philip Ebels,  “Facciamo gli Staterelli Uniti d’Europa”, www.presseurop.eu, 8 agosto 2012

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: