La caduta del Muro e l’ascensore

Muro di Berlino
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Il 9 novembre si ricorderanno i venticinque anni dalla caduta del Muro di Berlino.
Il 9 novembre è una data con un alto valore simbolico e reale. (1989-2014)
È spesso arduo e complesso rappresentare alle nuove generazioni l’atmosfera di un’epoca, che sembrava basata sulla contrapposizione ideologica, usata anche come facile e immediato paradigma.
Per chi è nato ben dopo il 1989 non è sempre facile cogliere, in tutta la sua pienezza, il valore che il Muro di Berlino ha avuto, con i suoi chilometri e con le sue evocazioni che portavano a tutto ciò che separa, divide, nasconde, evita o appena allude.
Abbiamo scelto una scrittura semiseria, senza ovviamente mancare di rispetto a quei tanti che a causa di quel Muro perirono o videro infranti i sogni di vita.
Ci è sembrato possibile un approccio in parte giocoso a un mutamento epocale che, nelle sue conseguenze più profonde, agita anche e ancora il nostro presente.
Ci siamo serviti di un punto di vista davvero particolare, maturato nel chiuso di un ascensore bloccato, in un vecchio palazzo partenopeo, uno di quei luoghi in cui convivevano un tempo miseria e nobiltà, cultura alta e cultura popolare, filosofia e buon senso comune. Anche queste definizioni si sono dissolte e hanno determinato una dialettica fra i termini evocati non sempre chiara.

Il facile successo delle formule (più o meno serie; più o meno utili)
Il facile successo delle formule non è mai del tutto convincente.
Se la caduta del Muro di Berlino è anche la premessa per una maggiore libertà dalle incrostazioni ideologiche, ci sarà lecito anche giocare su alcuni “slogan” della nostra cultura che hanno avuto successo negli ultimi decenni.
Giocando con essi, abbiamo compreso che, in un film di Luciano De Crescenzo era stata già decretata la “morte delle ideologie”.

Il solco culturale dei “nonluoghi” (Marc Augé), la liquidità sociale (Zygmut Bauman) sono affermazioni e definizioni che corrono il rischio di ondeggiare fra le due possibili accezioni del luogo comune: una banalità ripetuta e una ricerca di contatto, attraverso la definizione di un orizzonte comune.
L’uso dell’aggettivo postmoderno (Jean-François Lyotard), in un passato per certi versi recente, ha subito la stessa inflazione che snatura o nobilita il senso delle parole. Su quella scia, ci sarà anche chi ricorda la profezia “della fine della storia” (Francis Fukujama), salutata all’epoca (anni Novanta del secolo scorso) con grande interesse dalla stampa nazionale e non solo.
Così le analisi – o i tentativi di analisi – si tramutano in slogan che dalla complessità conducono all’eccesso di semplificazione.
Lo stesso “pensiero debole” (Gianni Vattimo) visse la stagione del successo e si trasformò già molti anni fa in una delle frasi fatte di Roberto D’Agostino (lo stesso che fece di Milan Kundera un “profeta” con L’insostenibile leggerezza dell’essere) in una trasmissione di successo di Renzo Arbore che celebrava anche i limiti e i successi dell’edonismo reaganiano.
Si proponeva almeno una minima volontà alla riflessione, ben prima degli scontri televisivi con e contro Vittorio Sgarbi – tristemente celebre uno scambio a base di lancio d’acqua e schiaffo – e in un contesto televisivo più lento e garbato.
La cultura del narcisismo – secondo il titolo di una controversa opera di Christopher Lasch – non aveva ancora del tutto invaso di sé quel moderno specchio che è la televisione.
La fine delle ideologie e la globalizzazione non erano ancora il pane quotidiano di ogni commentatore improvvisato. La caduta del muro di Berlino (1989), le nuove relazioni internazionali e così via, sembravano una fase storica da indagare più che una costante da invocare ogni volta che si stentava a capire.
Il monito di Giovanni Paolo II resta ancora oggi importante e, generalmente, inascoltato: non limitarsi a festeggiare la “vittoria del capitalismo”, ma interrogarsi sulle novità e sulle domande che, in special modo per le aree tradizionalmente ricche del pianeta, sono derivate e ancora deriveranno da un cambiamento così importante. Il “secolo breve” si chiudeva (la definizione era stata coniata da Eric Hobsbawn) e il nuovo millennio attendeva di prendere una direzione.
Alla fine del millennio e all’inizio del nuovo, una certezza era ancora accessibile, indipendentemente da tutti i cambi di paradigma: una comunicazione sempre più veloce, elabora formule e schemi interpretativi sempre più veloci.
La nevrosi semiologica – il riferimento è all’uso che di questa definizione ha fatto Luigi Malerba – è diventata una “malattia” diffusa e l’affanno è chiaro ed evidente in tutti noi.

Così parlò Bellavista: una tappa

Nel 1984 un film di Luciano De Crescenzo – Così parlò Bellavista, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore napoletano – aveva già anticipato la morte delle ideologie e le conseguenze della caduta del muro di Berlino.
Con un linguaggio semplice e un alto tasso d’ironia e comicità aveva colto una delle possibili profonde paure che portiamo nella storia: la nostra paura e il nostro sgomento nello scoprire che gli altri sono come noi.
L’umanità riconosciuta nell’altro ci costringe a rivedere la nostra identità, a interrogarci sulla definizione di noi e della nostra comunità. La caduta del muro di Berlino è stata, in effetti, invocata in milioni di occasioni come segno del superamento di steccati ideologici e di una rozza distinzione fra bene e male.

Bellavista e Cazzaniga, il napoletano e il milanese, nello spazio di uno storico palazzo partenopeo, sono presentati come figure della contrapposizione, della nettezza della divisione: professore contro dottore; caffè contro tè; presepe contro albero; panettone contro pandoro; meridionale contro settentrionale; essere in orario contro essere in ritardo; regole contro comprensione; uomini d’amore e uomini di libertà; epicurei e stoici, come insegna il professore in una sua lezione.
Sembra ancora di sentire un’eco lontana dell’opera di Ferdinand Tönnies Gemeinschaft und Gesellschaft, (Comunità e società) e di due possibili modelli di vita sociale.
Bellavista e Cazzaniga si ritrovano poi bloccati in ascensore a causa di un guasto, figlio di una modernità che nasconde insidie, e costretti a passare insieme alcune ore. La sospensione temporale che si determina aiuta l’uno a scoprire l’altro e a divenire, per così dire, alleati contro la solitudine della vita e lo sfacelo sociale che li circonda. I due si raccontano e raccontano dei loro problemi e dei loro affanni; si scoprono molto più vicini di quanto avessero mai potuto ritenere e costruiscono un legame di amicizia. Il professor Bellavista aveva in fondo, nelle sue lezioni e conversazioni, da sempre evocato la caduta di ogni muro, esaltando il valore del dubbio e della disposizione al confronto.
Una piccola storia, si dirà, che suggerisce l’antidoto al pregiudizio. Una piccola storia che ci piace ricordare, con un moto di calviniana leggerezza, perché incentrata sul presepe, sulla filosofia e sulla magia delle parole che ci raccontano.
Antonio Fresa

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