La caduta dell’impero americano di Denys Arcand

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Devo confessare che ero piuttosto preoccupato della lunghezza annunciata del film (129 minuti), per un film che veniva presentato come un polar. Mi sono detto che un regista “intellettuale” come lui, non sarebbe mai stato in grado di maneggiare un genere così particolare, che ha bisogno di registi sanguigni, di polso. Invece, devo riconoscere che il lavoro fila benissimo, preciso e senza fronzoli. Ed è un appassionante e ironico polar, con un protagonista filosofo (un disoccupato intellettuale che svolge il lavoro di fattorino), un delinquente ex componente di una gang di motociclisti, una prostituta d’alto bordo, un gruppo di gangster che cerca un bottino e due poliziotti che inseguono tutti questi. Ma i più criminali in questo film, non sono i veri criminali, ma un avvocato esperto in paradisi fiscali, che nasconde i soldi dei politici e degli imprenditori in posti difficili da trovare.

Il regista canadese, all’età di 77 anni, ha ancora molto da dire su come va il mondo. Il film può essere considerato l’episodio finale di una trilogia, anche se Arcand ha dichiarato che potrebbe anche essere il terzo episodio di un ciclo che potrebbe continuare. Gli altri due film della trilogia sono “Il declino dell’impero americano” (1986), e “Le invasioni barbariche” (2003), vincitore fra l’altro dell’Oscar per il miglior film straniero. Questo film è l’ideale prosecuzione di questi due lavori precedenti. Ne “Il declino dell’impero americano” la riflessione è attorno all’edonismo e sulla chiusura individualista, che non può che portare al declino della società capitalista. Il senso del film è spiegato in un passo di una sua recente intervista, dove l’intervistatore chiede: Uno dei suoi personaggi collegava il declino dell’impero americano – di fatto il declino di tutte le nostre società occidentali – alla volontà esacerbata di perseguire la felicità individuale… e il regista replica: “Che cos’è una società se non un gruppo di persone che hanno un obiettivo comune e camminano nella stessa direzione? Risulterebbe molto difficile mobilitare in una nobile causa degli individui la cui esistenza si riduce alla vicina di casa che intendono rimorchiare il fine settimana successivo o alla ricetta che sceglieranno per cucinare il pesce la sera. A partire dal momento – ed è quello che mostravo in Il declino dell’Impero americano – in cui scegli di fare parte di un clan totalmente indifferente alla vita della comunità, provochi immancabilmente l’indebolimento e poi la distruzione della società. Ma è un processo che può durare anni ed essere molto piacevole da vivere…” Il suo film successivo, “Le invasioni barbariche”, racconta invece della decisione di un professore universitario di porre fine alla sua vita. Da molti è stato letto come un lavoro sulla eutanasia. Invece a mio parere, la morte del protagonista è da interpretarsi come la morte metaforica degli intellettuali, che rifugiandosi in discussioni estetizzanti e inutili e rifiutandosi di divenire strumento interpretativo della realtà, segnano la propria inutilità e la fine del proprio ruolo di coscienza critica.

 

una scena del film La caduta dell'impero americano
La caduta dell’impero americano. Pierre Curzi, Alexandre Landry Maripier Morin e Alexandre Landry e Rémi Girard

 

Si è ritenuto importante analizzare velocemente i primi due film, allo scopo di potere adeguatamente definire questo lavoro all’interno della trilogia sopra indicata. L’edonismo e la passività raccontata nei primi due lavori, porta alla riflessione sulle conseguenze di tali atteggiamenti: il potere intrusivo del denaro che porterà all’abbandono dei limiti etici, provocando di conseguenza la caduta dell’impero americano, che diviene ovviamente crisi del capitalismo avanzato.

La cosa interessante di questo lavoro però, è che tutti questi sottotesti presenti, possono passare anche in secondo piano, poiché ci si trova dinanzi ad un gustoso ed eccentrico polar, con una sceneggiatura alquanto solida ed una regia che pare essere invisibile. Quindi il film può essere visto come un semplice poliziesco, dove, come ci insegnano le regole del genere, si può intimamente tifare per i “cattivi”, senza che questo rappresenti la smantellamento delle nostre regole morali interiori.

Qui va ripresa la questione della “regia invisibile” che in questo caso non è aspetto negativo, ma la necessità di rendere la storia il più possibile semplice, ripulendola da inutili fronzoli e formalismi cinematografici.

Folgorante la sequenza iniziale, dove il protagonista, è seduto al bar e una donna le domanda: “«Se sei così intelligente, perché non sei presidente di una banca?» e lui risponde «Perché sono troppo intelligente. L’intelligenza è un handicap…». In questa risposta sta probabilmente l’opinione che il regista ha delle strutture che fanno funzionare le società in genere: non bisogna essere troppo intelligenti ed è meglio preferire i mediocri. La sequenza continua con il racconto delle meschinità dei grandi personaggi della filosofia e della cultura: Hemingway era convinto di essere un grande pugile e voleva combattere sul ring; Sartre difendeva Pol Pot; Dostoevskij si vendette il cappotto della moglie per andarsi a giocare i soldi; Tolstoj impediva ai suoi compaesani di vaccinarsi. La lucidità del protagonista, che riconosce che anche i grandi personaggi avevano dei difetti, ce lo rende immediatamente simpatico. Questo sarà il tema portante del film: anche il più puro e il più consapevole delle questioni etiche, se ha l’occasione accaparra i soldi. La questione diventa quindi, non prenderli, ma cosa farci. E le persone che frequentano questo film, sono tutti individui che hanno a che vedere con i soldi, e che li maneggiano con grande eleganza e indifferenza.

Alcuni hanno criticato l’assenza di conflitti morali nel protagonista, ma a parere di chi scrive, anche questo è funzionale alla storia: non ci sono più dilemmi morali in un mondo in cui tutto è crollato, dove clochard vivono per strada, le persone che lavorano non sono in grado di mandare i figli in vacanza e la gente non sa come vivere. Per altri invece in questo film manca il senso del tragico, che sarebbe inadeguato a raccontare la fine di un impero. Ma la storia ci insegna che gli imperi si sono dissolti da un giorno all’altro, e molti neanche se ne accorsero. Se ne accorsero dopo, quando le condizioni di vita peggiorarono e i vecchi schemi conosciuti cominciarono a crollare.
Voto: 8

Francesco Castracane

 

LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO
Canada, 2018
durata 129 minuti

Regia e sceneggiatura Denys Arcand

Personaggi e interpreti
Pierre-Paul Daoust                                Alexandre Landry
Aspasia/Camille Lafontaine               Maripier Morin
Sylvain Bigras                                        Rémy Girard
Pete LaBauve                                        Louis Morissette
Carla McDuff                                         Maxim Roy Me
Wilbrod Taschereau                             Pierre Curzi
Jean-Claude                                          Vincent Leclerc

Produttrice                                             Denise Robert
Produttori associati                              Victor Loewy, Dominique Besnehard, Patrick Roy, Martin Desroches
Fotografia                                               Van Royko
Art Director                                             Patrice Bengle
Set Decorator                                         Michèle Forest
Montaggio                                              Arthur Tarnowski
Musiche                                                  Mathieu Lussier, Louis Dufort
Sound Design                                         Marie-Claude Gagné
Suono Martin                                         Desmarais Louis Gignac
Costumi                                                  Sophie Lefebvre
Key Lighting                                           Daniel Dallaire
Key Grip                                                  Guillaume Canniccioni
Effetti speciali                                       Jean-François Ferland
Key Hairdresser                                    Chantal Bergeron
Key Make-up Artist                               Jeanne Lafond
Line Producer                                        Christian Ménard
Post-production Manager                   Georges Jardon
Production Accountant                        Anik Fournier

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