La città porosa. L’urbanistica di Bernardo Secchi

Roma
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Ho sempre avuto riverenza per il pensiero e l’azione dell’architetto Bernando Secchi, di recente scomparso. A mio avviso uno dei massimi teorici “urbanisti” italiani degli ultimi tempi, che, però, a causa della grande difficoltà del “fare Urbanistica” in Italia, ha spesso emigrato in altre realtà europee, dove ha sperimentato modi diversi di concepire e fare l’Urbanistica totale. Quella che si dice “in crisi”.

Un caso recente è quello del nuovo Piano urbanistico generale di Anversa in Belgio, storica città d’acqua e di terra, segnata da grandi canali navigabili, e, quindi, da importanti flussi terrestri/marittimi. Nella seconda guerra mondiale è stata segnata anche da imponenti buchi urbani, non ancora del tutto sanati. Nelle proposte di Secchi questi vuoti sono utilizzati per un progetto innovativo di nuova porosità urbana totale. Ad Anversa è da tempo in atto un fenomeno di emigrazione degli strati sociali endogeni, e nuove immigrazioni esogene, con settorializzazioni e chiusure stagne di varia gravità.

Il Piano Strutturale di Anversa Bernardo Secchi e Paola Viganò. Foto Studio Secchi Viganò

Le criticità urbane rilevate da Bernando Secchi e l’architetto Paola Viganò con la quale ha condiviso lo studio, sono state ribaltate in nuove ipotesi di ri-equilibrio generale, attraverso alcuni concetti di Urbanistica diversa. Il tradizionale Piano urbanistico generale, preceduto dai preliminari Piani strutturali (in genere astratti), è stato qui ri-organizzato attraverso una empirica ricerca di pre-Immagini urbane, simil cartoline urbane di inversione percepibile del Piano. Quest’ultimo altrimenti solo teorema su carte topografiche. Immagini costruite, invece, attraverso la memoria e la fantasia collettiva (partecipazione pre-simultanea). Ribaltando così il Piano tecnico in un Album urbanistico di pre-sensazioni progettuali. Che inventano una nuova porosità urbana spontanea, vissuta più che solo pensata.
Le Immagini di origine (sette) diventano vere e proprie pre-componenti strutturali trasferibili, con spunti in ordine inverso. Immaginazione visiva prima delle opzioni di sola tecnica urbanistica rarefatta. Un fondo pre-scenico generale, visivamente colorato, più facile per la successiva dinamica della osmosi urbana, intuitiva collettiva, prima idea di porosità urbana figurata.

Il parametro corrente della porosità urbana, introdotto già da alcuni decenni, aveva l’obiettivo più semplice di slacciare materialmente i tessuti della città sempre più annodata, arroccata. Città chiusa, città aperta. Anche densificando, ma rendendo le maglie del tessuto urbano più facilmente perforabili.
Il concetto ordinario della porosità urbana ha poi superato la sola ricanalizzazione fisica di tutti i meandri possibili della città sigillata, ma la ha ampliata attraverso speciali travasi impalpabili, sociali, economici, politici, culturali. Combattendo le divergenze, le divaricazioni, le segregazioni multiformi. (la “Città dei ricchi e dei poveri” dello stesso Bernardo Secchi).

La porosità urbana, così, è diventata uno dei nuovi parametri globali nella grande folla attuale delle mode urbanistiche, e non solo. Per risollevare ogni crisi, compresa quella urbanistica in atto da tempo. Appare come uno degli strumenti più utili alla causa della disciplina urbanistica in generale, ma soprattutto al ribaltamento globale delle città, da sempre scenari principali della intera società.
L’angolazione totalizzante, in crescent, trasporta, così, il tema della porosità urbana su un piano completamente diverso, che, quasi quasi, non ha più nulla di tecnico, diventando concettuale tout court. Campo addirittura filosofico. O virtuale, se si pensa alle nuove città come aggregati virtuali di una nuova Rete di comunicabilità digitale. Espressione ultima della comunicabilità infinita.
La porosità urbana, quindi, più di ogni altra connotazione urbana in voga, si propone come una teoria di totale sfondamento di tutti i vecchi paradigmi urbani e sociali/altro precedenti, perseguendo una nuova visione globale. Un fenomeno annebbiato dalla grande crisi in atto. Ogni crisi inizia e finisce nelle città, come dicono. Da cui l’importanza di strumenti urbani flessibili e globali.
Comunque sia il tema tecnico nudo e crudo della porosità edilizia-urbanistica, riguarda l’eliminazione fisica di ogni serramento spaziale urbano della città chiusa. Riguardo in particolare alle parti interne chiuse di dimensioni più circoscritte e localizzate. Che, a loro volta, creano micro-tensioni sempre più ingarbugliate, che si trasmettono subito alla scala-macro totale.
Alla scala tecnico-edilizia si annoverano vari strumenti di dettaglio. Dalle operazioni di cuci e scuci edilizi-urbanistici, all’agopuntura urbana, alle connessioni multiple di Corridoi polifunzionali continui, passanti. Ovvero ai progetti urbani di nuovi Vuoti/Spazi urbani, delle Aree/cordoni di verde ed altro, tesi a ri-connettere, ed, al tempo stesso, sgonfiare le pressioni interne. Grazie alla creazione di benefici cortocircuiti edilizi micro-urbanistici interni, invertendo le singole situazioni complicate, con sistemi quasi autonomi, auto-crescenti, di cosiddetta reazione urbana a catena. Trasformando le mono-Zonizzazioni razionalizzanti (e divaricanti) di un recente passato ormai superato, in nuovi effetti propulsivi, lungo specifiche spirali urbane. Aggiungendo al metodo classico dei raggi di influenza quello dei collegamenti a rete.
Poi interviene, così, la successiva macro-scala urbanistica, attraverso la nuova strategia della Rigenerazione urbana, che non ha limiti concettuali e che ha come obiettivo principale quello di coordinare tutti gli strumenti urbanistici possibili, risanando l’organismo vivo della città.
Una strategia generale che era già insita nelle città storiche, ai tempi dell’Urbanistica implicita, lenta, collettiva. Le quali comprendevano in modo naturale tutte le connotazioni aggettivabili oggi usate come strumenti veri e propri di pianificazione globale. Porosità urbana, flessibilità, resilienza, etc. Soprattutto sostenibilità, qualità di città allora immerse in un Ambiente prevalente. (oggi minoritario).

Panorama di Roma dai giardini dell'Accademia di Francia foto 2017
Panorama di Roma dai giardini dell’Accademia di Francia. Foto Pasquale Esposito 2017

Le città storiche porose sono un esempio eccezionale di tutto questo. Sono state e sono ancora anche le più attraenti proprio per la loro specificità porosa. I grandiosi edifici pubblici, gioielli storici dell’Architettura, soprattutto italiana, sono riferimenti speciali ed efficaci in termini di coinvolgimento urbano allargato. Le città storiche sapevano aprire e non chiudere. Non riesce lo stesso nelle città attuali, pur anche attraverso gli ultimi monumenti contemporanei, solo icone autoreferenziali o virtuali.
La città storica accompagna, ancora oggi, verso i suoi monumenti storici, quasi esplicitamente preannunciandoli, i quali, a loro volta, fungono da catalizzatori di rimando urbano profondo. I monumenti contemporanei, invece, sono eventi improvvisi nella loro violenta e scarna annunciazione urbana irrisolta.
Nelle città storiche murate, comprese anche le loro parti murate interne, sono, in effetti, un esempio di trasparenza spontanea. Nelle città attuali la complessità alza, invece, muri invisibili invalicabili. Dove infuria sempre più la lotta tra individualismo e collettivismo.
Le città storiche, pure addensate, consentono ancora oggi una lettura simultanea dell’intera città. Chiarendo, intuitivamente e subito, le trame, le linee, i percorsi/direttrici, i vuoti e le piazze. Un gioco continuo di anticamere di quello che viene prima e dopo. Percorrendo una città storica si apprende, in modo ovvio e facile, la sua forma urbana globale. In una città moderna ci si perde più facilmente.
Le città antiche, pur murate, rendevano chiari gli accessi urbani, anticipando la figura urbana interna, retrostante, attraverso significativi percorsi e spazi pubblici a ridosso. Che, a loro volta ri-distribuivano alle parti successive. A cascata, ovvero a circuito. Gli ingressi urbani moderni sono invece contorti, impropri, confusi, non indicativi. Anzi spesso sono le parti più brutte delle città moderne.

Teatro romano di Catania
Catania, Teatro romano. Foto Pasquale Esposito 2017

La porosità urbana psicologica è uno dei segni essenziali della trasparenza urbana di qualsiasi epoca. Demolendo o attenuando, realmente e/o virtualmente, ogni barriera progressiva di ogni tipo.
Solo di recente i Piani moderni di Ristrutturazione urbanistica (Rigenerazione) tentano, ad una scala maggiore, ogni strategia per il ri-pareggiamento delle varie componenti antropiche divaricate, incomunicabili, con contestuale e nuovo incastro urbano. A partire in primo luogo dalle specifiche ristrutturazioni edilizie ed urbanistiche filtranti; quindi attraverso il recupero-ristrutturazione di Vuoti e/o Aree dismesse; con ri-considerazioni più fluide sulla mobilità e sull’accessibilità urbana (Porte urbane); con ri-destinazione urbana più inducente, etc. Sono sistemi di macro scala, che spesso, però, tornano indietro, a causa di una inevitabile specificità localizzata. O anche per effetto della crescente velocità delle trasformazione urbane.
Interventi analoghi sono stati sperimentati anche nelle nuove espansioni urbane, dove tutto è ancora da inventare. Ma non è così. Talvolta i nuovi quartieri periferici sono più ostici nei confronti dei processi di una integrazione continua. A causa di una perdurante carenza teorica, ma anche perché diventano sede facile di tutti i ghetti possibili della labilità globale in corso.
Gli auspicabili processi di induzione centripeta, diventano effetti centrifughi a carico (nuovamente) dei Centri urbani (antichi). Policentrismi interni/esterni incomunicabili. Reciprocamente interferenti.
Il fenomeno denunciato è il contrario della porosità urbana. Un circolo vizioso che rende le situazioni irreversibili. Difficoltà economiche-sociali, politica lontana ed indecifrabile, fenomeni di immigrazione iperbolica, senso di nuovo individualismo o opposto collettivismo solitario. E la città si chiude ancora di più in se stessa. O perde ogni suo riferimento locale identitario, per un globalismo imperfetto.
Ritorniamo, allora, al principio che la vera porosità urbana e globale è, in effetti, nel nostro cervello, e nella evoluzione/involuzione di una nuova società (mutante), che è lo specchio delle nostre difficoltà di allontanamento reciproco. L’unione fa la forza non funziona più.
(Il tema della porosità urbana è estremamente complessa. È solo in parte una questione di tecnica Urbanistica. Dovremo allora continuare a parlarne in termini più ampi. Oltre la stessa Tecnica).
Eustacchio Franco Antonucci

Bibliografia navigante
Il Piano Strutturale di Anversa: un nuovo dispositivo di convivenza per la città contemporanea. Intervista a Bernardo Secchi e Paola Viganò di Giulia Fini e Nausica Pezzoni – planum.net
La città dei ricchi e dei poveri – Bernardo Secchi – Ed. Laterza
La città porosa. Conversazioni su Napoli – Cronopio
Per una città porosa di Pepe Barbieri – succedeoggi.it

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