La Conferenza da Virginia Woolf di e con Barbara Chiesa

La conferenza, una stanza tutta per sé di e con Barbara Chiesa
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Un inno all’identità femminile l’ultimo spettacolo di Barbara ChiesaLa conferenza, una stanza tutta per sé”, riadattato dal testo di due discorsi tenuti a Cambridge da Virginia Woolf nell’ottobre del 1928. Uno spettacolo scritto da una donna, interpretato e riadattato da una donna che, secondo me, può essere definito come una meravigliosa ed iperbolica indagine sui misteri dell’universo femminile e sulle limitazioni ad esso imposte dall’ego maschile, perennemente impegnato a contenerlo per mantenere una posizione di controllo ed egemonia.

Il testo intende riflettere sull’annosa questione dell’esclusione – del tentativo di esclusione – del genere femminile dalla vita artistica e letteraria dall’inizio dei tempi. O, per meglio dire, dalla storia in generale. In particolare, Virginia Woolf, in questo caso Barbara Chiesa, cerca di rispondere alla seguente domanda: “Quali sono le condizioni necessarie alla nascita di un’opera d’arte?”

La conferenza, una stanza tutta per sé di e con Barbara ChiesaInfatti, anche se oggi stiamo assistendo, da parte di studiosi e artisti, alla riscoperta del ruolo che alcune donne indubbiamente riuscirono a ricoprire nella storia, nelle arti e nel pensiero, è tuttavia innegabile che si tratti di perle rarissime, rispetto a quante, dotate di genio e velleità artistiche, furono costrette a vite che non avevano scelto. Perché, per cedere la parola al poetico testo, “La violenza fa fuggire il pensiero” e le donne, da sempre, sono state vittime designate. Del resto, le porte del lavoro e, dunque, le possibilità di indipendenza economica, solo recentemente sono state aperte al gentil sesso che, quindi, rispetto agli uomini, non ha mai goduto di quella libertà e indipendenza che dovrebbe essere propria di ogni essere umano.

Solo fino a poco tempo fa le donne erano considerate un bene materiale, prima del padre e poi del marito. Mero strumento di prolificazione e “specchio amplificatore dell’ego maschile”, funzioni esplicabili solo dando per scontata quella certa “inferiorità” senza la quale, non solo le donne sarebbero state inutili, ma persino pericolose.

Del resto, la costruzione mentale della presunta inferiorità femminile è iniziata sin dall’epoca classica, quando Platone, ne “La Repubblica”, mise nero su bianco che donne e bambini non erano allo stesso livello degli uomini. Perché solo gli uomini, ovviamente greci, erano i legittimi detentori del “logos”.

Insomma, la donna, libera creatrice, forse proprio per il suo immenso potere di generare la vita, ha sempre “terrorizzato” gli uomini e per questo è stata sottomessa e depotenziata, bollata come strega e condannata al rogo. Basti pensare che, ancora oggi, in molte parti del mondo, tra cui gli Stati Uniti, le donne vengono private della libertà di decidere autonomamente sul proprio corpo.

Eppure non si sono mai arrese.

Lo spettacolo di Barbara Chiesa, presentato al Circolo della Pipa di Roma nell’ambito del Festival Giallo Raffaello, ne è una prova, perché dimostra come le donne si siano sempre silenziosamente ribellate cercando risposte a queste situazioni. Il sottotitolo dello spettacolo “una stanza tutta per sé” è la risposta che Virginia Woolf attribuisce alla domanda: “Perché non ci sono tante donne scrittrici?”. Per scrivere ci vuole silenzio, raccoglimento, concentrazione, tutti lussi inimmaginabili per delle donne che, all’epoca, non disponevano di una vita privata né, tantomeno, di uno spazio privato. Arrivando alla condivisibile conclusione che “La libertà intellettuale dipende dalle condizioni materiali”, dunque, per espletare delle esigenze umane elevate, come l’espressione del sé, è necessario prima soddisfare dei bisogni esistenziali minimi. Perché, certo, quando è messa in gioco la sopravvivenza non si può pensare alla poesia.

Trovo che questo sia un tema bellissimo, un discorso di sinistra con la S maiuscola, ripreso ed ampliato da Massimo Fagioli che incluse in questa riflessione non solo le donne ma tutte le minoranze e gli emarginati, rivendicando anche per loro il diritto alla cultura e non solo il dovere di lavorare – sfruttati – fino allo sfinimento. Lui poi si spinse ancora oltre, estendendo questo pensiero anche al diritto alla salute mentale, che non poteva e non può essere ad esclusivo appannaggio di chi ha le possibilità economiche di pagare un costoso terapeuta.

Il testo di Barbara Chiesa, che finora avevo conosciuto solo come brillante regista ed autrice e che si è rivelata anche un’efficace e talentuosa interprete, è vivo, intelligente, frizzante. L’attrice, da sola, riempie la scena, trasmettendo la vitalità di una mente agile, pronta, in cerca di risposte. Il flusso di coscienza è talmente appassionante ed avvincente da coinvolgere completamente il pubblico senza bisogno di particolari azioni drammatiche.

Barbara Chiesa ci conduce all’interno del ragionare di Virginia Woolf che si snoda, sempre coerente, attraverso associazioni logico-intuitive. Anche le interruzioni, che apparentemente rallentano il flusso di pensiero, alla fine entrano a farne parte, divenendo elementi funzionali al procedere del ragionamento. Voli pindarici che mostrano, ancora più concretamente, la sensibilità di questa donna e delle donne in generale, di fronte ad un problema che si manifesta tanto nelle vicissitudini più banali e quotidiane, quanto in quelle più elevate.

Ludovica Palmieri

Progetto teatrale di Barbara Chiesa
La conferenza
una stanza tutta per sé
da Virginia Woolf
adattamento traduzione e regia Barbara Chiesa
costumi Lia Morandini
luci Francesco Barbera

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