La crisi della Turchia. Ne parliamo con Dimitri Bettoni

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La Turchia sta vivendo un periodo molto complesso e delicato, sia per le scelte del suo presidente che per l’evolversi del contesto internazionale,  Medio Oriente in testa data la collocazione del paese. Per comprendere le ragioni di quanto sta accadendo e se vi sono degli spazi di dialoghi all’interno per evitare il peggiorare ulteriormente le cose, abbiamo rivolto alcune domande a Dimitri Bettoni giornalista che vive e lavora ad Istanbul. È corrispondente per l’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e collabora con alcune riviste e quotidiani.

Ascoltando i notiziari, non solo italiani, si ha la sensazione che gli attentati rivendicati dallo Stato islamico siano solo una vendetta per la nuova politica di Ankara, in Siria in particolare. Mi hanno colpito le dichiarazioni – nell’intervista pubblicata su il Manifesto e rilasciata a Chiara Cruciati – dell’analista saudita Ali al-Ahmed dell’Institute of Gulf Affairs ed editorialista per numerosi media. La sua opinione è, relativamente  all’attentato di Istanbul, che «l’attacco può essere parte dello show con cui il governo turco tenta di presentarsi alla Russia come forza anti-Isis. Ma così non è, non è considerabile una forza di opposizione agli islamisti. […] Possiamo definirlo una false flag operation: l’obiettivo è dare l’idea che lo Stato sia sotto attacco, sia la vittima. La Turchia è ancora in debito con l’Isis e questa strategia ne è la prova». La sua opinione in proposito?

L’attacco di capodanno ha una serie di elementi oscuri che alimentano le più disparate teorie. L’incredibile (o irrealistica?) fuga del responsabile (o dei responsabili?) e la confusione sulla sua/loro identità, insieme ad una radicata tendenza della società turca al “cospirazionismo”, alimentato anche dai media e persino da elementi di spicco del governo, hanno portato a maturare diverse teorie su quanto accaduto. Dietro ciascuna teoria c’è un “mandante” diverso, con lo Stato Islamico nel ruolo di esecutore materiale. Ad esempio negli ambienti nazionalisti e governativi si biasimano soprattutto CIA e Stati Uniti, con un caso cresciuto attorno al superstite americano Jake Raak. Oppure c’è una recente intervista ad un parlamentare siriano in cui ha dichiarato che l’IS sarebbe pesantemente infiltrato dai servizi segreti siriani e questo spiegherebbe perché la Turchia sia presa di mira, mentre a Damasco non si assiste ad attentati.
Poi c’è la teoria di al-Ahmed e la false flag operation, che personalmente mi lascia perplesso per due motivi. Il primo è che c’è una rivendicazione dello Stato Islamico, circolata su diverse fonti considerate attendibili (Amaq, Rumiyah, diversi account Telegram vicini all’IS). Bisognerebbe quindi spiegare perché l’IS, esecutore materiale anche secondo al-Ahmed, avrebbe favorito il gioco della Turchia nel volersi ripulire l’immagine.
Il secondo e ben più importante motivo è che una teoria, anche se ben strutturata, necessita di prove e il movente di per sé non dimostra nulla. Il problema di queste teorie è che non hanno riscontri.
Faccio mie le dichiarazioni di Cevdet Öneş, ex vicedirettore del MIT, i servizi segreti turchi: “It’s highly probable that it was an ISIL attack, but when you examine ISIL’s emergence in the Middle East it is an open question whether there are possible foreign service connections. But it would be wrong to say ‘this country did it’ before concretely determining it”.
L’unico altro elemento certo, oltre alla rivendicazione, è il cambio di politica della Turchia in Siria. Beninteso non lo considero una redenzione di Ankara, ma la pragmatica risposta al fallimento del tentativo di giocare un ruolo in Siria, contro Assad e contro i Curdi, senza metterci piede, ma sfruttando una guerra di prossimità attraverso i vari gruppi ostili al governo siriano. L’intervento russo ha fatto pendere la bilancia verso Assad, il sostegno US ai Curdi ha azzerato l’IS come elemento anti-curdo. Non restava che intervenire in prima persona e per farlo era necessario riavvicinarsi alla Russia e a Damasco per ottenere un via libera senza il quale l’operazione Scudo dell’Eufrate nel nord della Siria era impensabile. Un brutto rospo da ingoiare, ma Erdogan è un pragmatico prima che un ideologico.

Sulla guerra in Siria, la Turchia si è per molto tempo schierata, appoggiando anche le forze terroristiche, contro Bashar al-Assad. Quali sono state le motivazioni che hanno di fatto capovolto la politica delle alleanze in Medioriente?

La Turchia ha appoggiato la ribellione ad Assad nel suo complesso, non solamente i gruppi più estremi. Ma i rapporti tra Siria e Turchia non sono mai stati idilliaci, semmai ci sono stati riavvicinamenti sporadici, pretese di idillio utili ad entrambi, con ben poca durata. Ideologicamente Ankara e Damasco sono molto distanti. La rivoluzione siriana è stata un richiamo troppo forte per il governo turco, che ambisce ad essere difensore e punto di riferimento della comunità sunnita. Aggiungiamo che Ankara era inoltre già impegnata da tempo con Washington ad allontanare la Siria dalla sfera di influenza iraniana. Fallito quel tentativo, s’è tentato di rovesciare il governo. Che non significa che la guerra in Siria sia stata solo il frutto di un complotto occidentale: la rivoluzione inizialmente era giusta e genuina, ma è stata presa dal tritacarne degli interessi delle potenze regionali e mondiali.

La Turchia è un paese in guerra civile, ha scritto su la Repubblica Lucio Caracciolo. Il paese è sotto una repressione totale e feroce voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, dai giornalisti arrestati, alle decine di migliaia di personale pubblico incarcerato o licenziato per le accuse di essere sostenitori di Fethullah Gülen o del Pkk, agli arresti di massa tra presunti simpatizzanti fiancheggiatori e sostenitori dell’Is, fino ai membri delle forze armate arrestati e torturati dopo il tentato golpe di Luglio. Lei vive e lavora a Istanbul può descriverci come viene vissuta dai turchi questo clima di terrore?

Ci sono due problemi principali in questo momento: l’accusa di terrorismo e gli spazi di dialogo.
In questo momento è facile per chiunque trovarsi accusato di essere simpatizzante di questo o quel gruppo considerato da Ankara “terrorista”, in genere Gulen, PKK e DHKP-C, i quali coprono uno spettro di opposizione abbastanza ampio da poterci far rientrare chiunque. La legge antiterrorismo e lo stato di emergenza combinati consentono alle autorità azioni di polizia e giudiziarie di ogni tipo senza timore di doversi confrontare con diritti individuali e collettivi, che sono di fatto sospesi.
Gli spazi di dialogo sono stati ristretti fin quasi ad essere azzerati: nei media con tv, radio e giornali chiusi, negli spazi pubblici con il divieto di ogni manifestazione, sui social media per cui il governo sta affilando le armi (ma è un’impresa ardua), in parlamento con l’arresto dell’opposizione filocurda, passata in poco tempo dall’essere riconosciuta mediatrice nel processo di pace con il Pkk a complice del terrorismo.
Naturalmente l’umore nell’altra fetta della popolazione è ben diverso. C’è chi crede sia giunto il tempo di  riportare il paese agli antichi fasti, purgandolo e liberandolo dalla degenerazione interna e dai legacci e legacciuoli del nemico esterno. Per costoro Erdogan ha, senza alcuna esagerazione, un’aura di mistica santità. Oppressi per lungo periodo dall’élite kemalista, non abbandoneranno il palcoscenico senza combattere (anche fisicamente).
Il vero problema della Turchia quindi è come riuscire far convivere le molte anime del paese, che oggi appaiono inconciliabili, creando e diffondendo un’etica in cui il dibattito resta nell’arena politica. Sarebbe un’amara ironia del destino se questo paese, che da sempre teme il complotto per disgregarlo dall’esterno, si sbriciolasse invece per i suoi scontri intestini.

La questione curda sembra incontrollabile anche per una serie di complicanze avvenute negli sviluppi tra l’Iraq e la Siria. Poi, come lei ha scritto, per buona parte della popolazione turca non c’è alcuna differenza non solo tra il PKK e il TAK, ma anche tra il PKK e il progressista Partito democratico dei popoli (HDP), entro cui è confluita la rappresentanza politica curda, nonostante il partito abbia costantemente condannato con veemenza sia gli attacchi, sia la risposta violenta del governo. Esiste una qualche possibilità che si ritrovi la via della ragione?

L’HDP ha fallito la sua missione più importante: presentarsi come una forza non solo curda, ma rappresentativa della sinistra liberale di tutto il paese nella sua interezza. Le ragioni del fallimento sono complesse: il peso dell’eredità delle precedenti esperienze politiche curde, alcuni errori pacchiani, il ruolo di una stampa. Quando Erdogan nel 2015 ha chiuso l’esperienza del processo di pace perché non aveva pagato politicamente, ha messo all’angolo l’HDP costringendolo a scegliere tra lo stato e la propria storia ed identità. Era inevitabile andasse così, diversamente l’HDP avrebbe tradito la propria base e quindi sarebbe morto in ogni caso. Non solo: io credo che anche il Pkk abbia voluto riprendersi la scena a scapito dell’HDP, con un messaggio nell’estate del 2015 simile a “avete provato, avete fallito, ora tocca a noi”.
La speranza è che un domani, ma temo non sarà a breve, si ricreino le condizioni per un dialogo condiviso e partecipato. Le quali possono essere, com’era stato nel 2012-2013, anche mere ragioni d’interesse e non soltanto ideali. Ma s’è anche visto quanto le ragioni d’interesse siano fragili.

La deflagrazione della Turchia sul fronte occidentale significa, tra l’altro, cosa succede alla sua presenza nella NATO e alle  bombe atomiche presenti sul suo territorio, e per gli europei soprattutto, cosa succede ai tre milioni di profughi tenuti nei campi in Turchia grazie al patto con cui l’Europa si lavava le mani del destino di chi fugge da sofferenze indescrivibili. Immagino che nelle cancellerie di mezzo mondo si stia pensando a come evitare di far precipitare in maniera irrimediabile la situazione…

Per quanto riguarda la questione migratoria, è stata al 100% una scelta europea. Delocalizzare la gestione dei flussi migratori verso i paesi confinanti è il piano dell’Unione per superare l’insoddisfacente Convenzione di Dublino, che ha caricato il peso della gestione sui paesi mediterranei, e al contempo tamponare i malumori della dilagante xenofobia europea. Invece di redistribuire equamente i doveri tra i paesi membri, si è scelto di esternalizzare verso paesi al di là del Mediterraneo. L’accordo con la Turchia, partorito essenzialmente da un think tank europeo come l’European Stability Initiative, è un progetto pilota che Bruxelles spera poi di estendere a paesi come Egitto, Marocco, Tunisia e forse persino la Libia. È soprattutto un accordo in cui hanno vinto gli spauracchi di un Europa troppo debole per tener fede a se stessa.
Quanto al destino dei 3 milioni di rifugiati in Turchia (e ricordiamo che lo status di rifugiato non è stato concesso), si dice una falsità quando si paventa che se l’accordo crollasse ripartirebbero immediatamente per l’Europa, a meno che non ci siano sondaggi dove la volontà di questi 3 milioni sia stata ascoltata, cosa che non mi risulta. All’inizio della crisi siriana c’era chi voleva vivere in Europa e chi preferiva attendere in Turchia il rientro della normalità per tornare a casa propria. A distanza di anni, la maggior parte di queste persone hanno ricominciato una vita qui. Gli unici pronti a muoversi di nuovo sono probabilmente quelli ancora nei campi, circa 240mila, perché vivere nei campi è inumano e alienante. Gli altri stanno, per la maggior parte, lentamente e con gran difficoltà integrandosi nella società turca, com’è normale che accada.
Parlando di NATO, sicuramente l’alleanza atlantica dovrà rivalutare i termini di collaborazione con un membro la cui leadership è notevolmente cambiata rispetto a quella del XX secolo, che aveva l’occidente come punto di riferimento. La Turchia rivendica maggior libertà d’azione e un sostegno alla propria politica estera che però compromette la rete di alleanze degli Stati Uniti nel mondo.
Siamo in una fase di ridefinizione degli equilibri.

Un’ultima domanda. Erdoğan ha goduto di un vasto appoggio dell’opinione pubblica, il suo partito è saldamente alla direzione del paese e ha potuto smantellare pezzi importanti della struttura statale ad ogni livello. Gode ancora di vasto consenso? È solo capacità repressiva o qual è il blocco socio-economico che lo sostiene?

Sicuramente sì, gode ancora di un enorme consenso nella popolazione. E la capacità repressiva non ha molto a che fare con il suo successo, che semmai colpisce le opposizioni o i vecchi alleati.
Il successo è invece costruito su tre direttrici: religione, economia, stampa. La sua base elettorale resta quella borghesia anatolica di animo profondamente conservatore, arricchitasi negli ultimi 20-30 anni. Teniamo anche conto che lo stato è in Turchia il vero motore dell’economia, grazie alle sue commesse. Restano anche i circoli islamici (tarikat, cemaat, organizzazioni poltiche) che hanno una  presa forte sul territorio, tanto che l’AKP è considerato da alcuni un governo di coalizione di questi gruppi. E resta il fatto che il cittadino medio riceve un’informazione dal pluralismo azzoppato e con una penetrazione di internet, l’unico medium che ancora offre una certa diversità a patto di avere le conoscenze tecniche per superare la censura, attorno al 50% (è l’80% in Europa). Quanto quindi il consenso di cui Erdogan gode sia genuino e quanto costruito è un tema aperto e di grande interesse e, credo, non solo per la democrazia turca, ma per tutte le democrazie in generale.

Pasquale Esposito

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