La deforestazione: politiche distruttive, commercio illegale e moda.

Brasile Amazzonia
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La lotta al riscaldamento globale passa anche attraverso la lotta alla deforestazione. Basta pensare che “gli alberi più grandi e più antichi della Terra rappresentano appena l’1% della biomassa forestale vivente del Pianeta, ma sequestrano circa la metà del carbonio totale. Le mangrovie tropicali e le torbiere, particolarmente abbondanti nel sud-est asiatico, contengono la più alta densità di biomassa di tutti gli ecosistemi forestali. Se continuiamo a distruggere questi complessi ecosistemi al ritmo attuale, rischiamo di accelerare il cambiamento climatico e di fare danni irreparabili ad alcune delle risorse più preziose del nostro pianeta” [1].

La deforestazione è quel processo per cui gli alberi vengono eliminati da un’area senza nessuna prospettiva che possano rigenerarsi o che vengano rimpiazzati da altri alberi provocando danni enormi come abbiamo appena visto per la loro capacità di difesa del cambiamento climatico.

L’attività dell’uomo soprattutto negli ultimi decenni ha accelerato la deforestazione per inseguire la domanda di materie prime attraverso le estrazioni minerarie, le colture estensive come quelle della soia e per l’olio di palma, di carni con l’allargamento dei terreni per l’allevamento del bestiame. Sono attività che vengono consentite dai governi attraverso leggi inique, senza una visione complessiva delle necessità della nazione e altre invece che sono il risultato di azioni illegali.  È il caso del commercio illegale di legno che assomma ad oltre 200 miliardi di dollari [2]. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e l’ Interpol, tra il 15-30% di tutto il legname scambiato a livello globale è stato prodotto illegalmente.

La deforestazione mette a rischio l’esistenza di molte altre specie vegetali e animali. E quello che spesso si racconta poco è che molte comunità indigene che da centinaia di anni vivono e difendono quell’habitat, vengono sistematicamente defraudate, spesso con violenze ed assassini, delle loro terre e dei loro diritti.

Quello del disboscamento illegale è un fenomeno molto lucrativo come abbiamo visto e la Cina negli ultimi vent’anni circa, con la sua domanda di legno, “è stata un enorme motore di disboscamento illegale in tutto il mondo, specialmente nel sud-est asiatico e in Africa“. [3]. Fortunatamente nel gennaio 2020 Pechino ha modificato la sua legge forestale per includere un divieto a livello nazionale di acquistare, lavorare o trasportare legname di provenienza illegale.

La ong Enviromental Investigation Agency lo scorso settembre pubblicava un rapporto che chiariva come “il legname del Myanmar viene trafficato attraverso l’Italia verso il resto d’Europa nonostante le leggi dell’UE , che hanno esposto alcuni commercianti italiani coinvolti nell’importazione di legname illecito e la scioccante mancanza di un’applicazione significativa da parte delle autorità. Inoltre, il rapporto ha evidenziato varie connessioni tra i fornitori delle aziende italiane di legname e l’esercito del Myanmar, illustrando diversi modi in cui questo commercio potrebbe sostenere finanziariamente il brutale regime” [4].

Quando si parla di deforestazione il pensiero corre a quanto sta accadendo in Amazzonia, uno dei polmoni del Pianeta, soprattutto per le politiche messe in atto dal presidente Jair Bolsonaro. Infatti anche a causa di un aumento notevole degli incendil’area disboscata in Amazzonia nei primi mille giorni di governo dell’attuale presidente Jair Bolsonaro è cresciuta del 74% rispetto al periodo precedente al suo insediamento. Nello stesso triennio, la deforestazione nella regione amazzonica (l’Amazonia legal) ha consumato un’area di 24,1 mila chilometri quadrati [è come se fosse scomparsa la Sardegna, ndr]”. Nello stesso articolo, Corrado Fontana riprendendo i dati dell’organizzazione Global Witness ci ricorda che la responsabilità non è solo di Bolsonaro ma anche di tutti coloro che sono nel business a cominciare dagli istituti finanziari – in Europa, Regno Unito, USA e Cina – che supportano le varie attività che crescono con la deforestazione. “In particolare, il rapporto cita colossi della finanza come HSBC, Deutsche Bank, BNP Paribas, Rabobank e Bank of China. Anche se la palma della banca più brava a fare accordi di questo tipo va a una sola. All’americana JPMorgan, che «ha concluso accordi per un valore stimato di 9,38 miliardi di dollari con aziende accusate di deforestazione»” [5].

Miriam Tagini ci ricorda nel suo articolo che riprende i dati dall’ong Stand.earth come importanti marchi della moda non sono del tutto trasparenti per “i loro molteplici legami con aziende esportatori di pelle note appunto per il loro impatto sulla deforestazione dell’Amazzonia”. I dati riportati pur non stabilendo un collegamento diretto tra fornitori e marchi della moda lasciano tracce molto evidenti sulle responsabilità. Infatti “lo studio, basato su quasi 500mila righe di dati, ha affermato che 6,7 milioni di ettari di foresta sono stati persi nel bioma amazzonico nell’ultimo decennio (2011-2020), e identifica Jbs, la più grande azienda di carne bovina/pelle in Brasile, uno dei più elevati contributori alla deforestazione nello stato. Svariate prove, raccolte nel corso degli anni, sembrano infatti collegare Jbs al bestiame fornito da una fattoria nell’Amazzonia, che è stata sanzionata per deforestazione illegale. Nel report si legge: «Tutte le aziende di moda che si riforniscono direttamente o indirettamente da Jbs tramite produttori di pelli sono quindi legate alla deforestazione della foresta pluviale amazzonica. Inoltre, questi studi mostrano anche che mentre Jbs è il più grande esportatore di pelle e il più implicato nella deforestazione, questo problema è endemico dell’intera industria della pelletteria». Più esattamente “delle 84 aziende analizzate nel report, 23 (tra cui Coach, Lvmh, Prada, H&M, Zara, Adidas, Nike, New Balance, Ugg e Fendi) hanno politiche esplicite contro la deforestazione. I ricercatori però ritengono, sulla base delle loro scoperte, che quelle 23 aziende stanno probabilmente violando le proprie policy, poiché sono stati appunto individuati collegamenti con Jbs e altre concerie e produttori che a loro volta hanno collegamenti con la deforestazione in Brasile” [6].
Pasquale Esposito

[1], [2] https://eia-international.org/forests/fighting-deforestation/
[3] https://eia-international.org/news/for-20-years-weve-urged-china-to-ban-the-use-of-illegal-timber-now-its-happening/
[4] https://eia-international.org/news/sanction-busting-italian-timber-traders-defy-eu-law-to-import-myanmar-teak-aiding-the-military-junta/
[5] Corrado Fontana, L’era di Bolsonaro. Da 15 anni l’Amazzonia non soffriva così, 23 dicembre 2021
[6] Miriam Tagini, I grandi marchi di moda contribuiscono alla deforestazione dell’Amazzonia, 4 dicembre 2021

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