La dirigente

foto Maria Grazia Galatà

Ero seduto davanti a lei a capo chino. Lei parlava, parlava e sottolineava tutti gli errori che avevo commesso. Il mio sguardo cadeva sulla sua scrivania, ordinata in maniera ossessiva e in particolare mi soffermavo su di un tagliacarte di rara eleganza e bellezza. Lei era seduta nella sua alta poltrona.

Tutti avevano previsto che doveva essere la mia quella poltrona. Con dedizione avevo percorso tutti i gradi dell’azienda, conoscevo tutti e tutti mi stimavano. Il Consiglio d’Amministrazione ci aveva fatto invece la sorpresa. Dopo il pensionamento del vecchio dirigente era arrivata lei, quella che aveva studiato in America e che vantava una carriera veloce e brillante, con la fama di dura e inflessibile. Mi avevano fregato e nei corridoi e a mensa non si parlava d’altro.

Doveva essere una di quelle donne brutte che con il potere cercano una rivincita, si era sentenziato così. E invece, a rendere le cose davvero insopportabili, era arrivata lei che era anche davvero bella e formosa. Era troppo e le voci si erano fatte ben più infamanti. Provate a immaginarvi quali supposizioni erano state fatte sul suo comportamento verso i vertici dell’azienda. Ma cazzo! Quella aveva dimostrato invece di essere anche competente e brava davvero nella gestione.

Ora ero lì, seduto su una delle due sedie davanti alla sua scrivania, e lei parlava ed io non sapevo dove guardare. Seduta nella sua poltrona, per la prima volta da quando l’avevamo conosciuta, non portava la giacca. Aveva semplicemente una camicia che metteva in risalto un seno prorompente, che rimaneva in genere celato. Era aperto qualche bottone di troppo e il mio sforzo era davvero sovraumano per non concentrare lo sguardo in mezzo alle sue tette. Il movimento delle braccia con cui accompagnava la sua ramanzina rendeva la situazione ancora più bollente per me, con un movimento che dovevo schivare di continuo.

Brava, bella e anche attraente, che dovevo fare? Tra le righe avevo capito che stavano per farmi fuori, che avrei perso tutti i poteri e i benefit che avevo avuto fino a quel momento.

Mi girava la testa e le sue parole si sovrapponevano a quelle terribili di mia moglie che, quasi ogni giorno, mi diceva che mi ero fatto fottere da una donna ad un passo dal traguardo. Lo diceva con cattiveria che umiliava la dirigente e me, in uno stesso pantano fatto di luoghi comuni e violenza.

Quando lei si tirò su dalla sua poltrona dirigenziale e puntò le mani sulla scrivania, sporgendosi in avanti, per dirmi che potevo prendere la mia roba e passare dall’ufficio del personale per chiudere la mia pratica, il suo seno venne in primo piano in maniera prominente e quasi esagerata. Era troppo, era davvero troppo…

Afferrai il tagliacarte e, con una forza che non pensavo d’avere, lo conficcai fra le sue tette, andando fino in fondo con rabbia.

Lei ricadde sulla sedia, quasi a sedersi, con il respiro mozzato. Mi guardò con uno sguardo carico di sorpresa che si trasformò in odio quando sfilai la mia arma dal suo corpo; il sangue schizzò ovunque.

Ripresi l’arma e andai via veloce. Mi sarebbe stata utile per eliminare anche mia moglie.

Il racconto è tratto da
Antonio Fresa
Delitti esemplari nel Bel Paese
L’Erudita, 2016
pagg. 124
€ 13,00

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