La donna, la cura, il lavoro

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Reddito di cittadinanza, maternità posticipata, capitalismo come causa e soluzione al tempo stesso di un male. Sono questi, subito dopo il femminicidio, il sessismo e i recenti luoghi comuni, i temi di cui si tratta a proposito di donne. Indipendentemente da quale posizione si voglia scegliere, è evidente come ad accomunarli tutti sia il concetto di cura.
Di seguito una riflessione a partire dallo studio di alcuni dati e testi, in particolare di uno in cui ha ricercato e scritto anche Chiara Saraceno. La filosofa e sociologa è nota, tra le altre cose, per aver preso posizione ed esser stata intervistata sul reddito di cittadinanza proprio di recente. Le ricerche e i dati risalgono a qualche anno fa, ma sono estremamente utili a farsi un’idea rispetto ai temi del nostro incipit, a osservare in modo concreto la contingenza e l’attuazione di alcune politiche di questi giorni, a ritornare sul concetto di autodeterminazione.

Per parlare di cura non è possibile tener conto soltanto della sua definizione. Anzi quello di cura è proprio uno dei concetti che, sebbene legati alla base della sussistenza, alla base della vita stessa, sono fra i più complessi, utilizzati e sottoposti a interpretazioni. Perciò la cura diviene un interesse centrale anche per la sociologia del lavoro e non più soltanto per la filosofia e la sanità come siamo ad esempio più abituati a sentire. Parlare di cura diventa infatti studiarla tenendo conto di specifici ambiti di interesse:
– Cultura, tradizione e differenza di genere
– Welfare
– Occupazione giovanile
– Terzo settore

  1. Cultura, tradizione e differenza di genere
    I bisogni di CURA afferiscono anche all’organizzazione della vita quotidiana, propria e altrui, sono costituiti dal lavoro domestico, le faccende burocratiche, minute e spesso ripetitive attività di manutenzione, trasformazione e acquisto dei beni di consumo e di relazione con una pluralità di agenzie.
    Ma tra i tanti mutamenti intercorsi dagli anni ’70 ad oggi, quello relativo all’aumento della partecipazione delle madri al mercato del lavoro è stato maggiormente messo a fuoco nelle politiche sociali, a partire da una doppia preoccupazione:
    a. rispondere ai bisogni di cura dei bambini
    b. evitare che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro risulti in un tasso di fecondità più lontano dai livelli di sostituzione.

Infatti, come possiamo leggere nello studio di Manuela Naldini e Chiara Saraceno:
Questo mutamento in primo luogo ha indebolito le basi su cui poggiava la divisione di genere del lavoro e la conseguente divisione degli ambiti di vita. Più donne sono nel mercato del lavoro anche perché questo costituisce una garanzia indispensabile sia nel caso un matrimonio finisca sia nel caso il lavoro (di colui che aveva il ruolo di unico o prevalente percettore) cessi.

La doppia preoccupazione di cui si occupa la sociologia non è volta alla segregazione del lavoro remunerato femminile, quanto al rintracciare strade di consolidamento o miglioramento di questo importante progresso, sia su un piano culturale che socioeconomico. Ce lo fa pensare il fatto che, ad esempio secondo il World Economic Forum l’Italia è al 114° posto nel mondo per la partecipazione socioeconomica delle donne (17 posizioni perse dal 2013); secondo la Banca d’Italia, se l’occupazione femminile arrivasse al 60 %, il PIL crescerebbe del 7%; e, secondo il Fondo Monetario Internazionale, se ci fosse parità di genere, il PIL italiano crescerebbe del 15%.

1.1 Sistema famiglia lavoro
L’espressione Sistema famiglia-lavoro è stata coniata da Pleck negli anni ‘70 per indicare il fatto che c’è una forte interdipendenza tra organizzazione del lavoro remunerato e l’organizzazione della famiglia. E’ un sistema organizzativo complesso attraverso cui gli individui per mediazione sia dell’appartenenza familiare sia di quella di genere e generazionale, fanno fronte ai bisogni di reddito, di manutenzione (lavoro domestico) e di cura dei singoli componenti della famiglia e della famiglia nel suo complesso.
Esso, in base al contesto socio economico attuale, può contare sempre di meno su figure di casalinghe a tempo pieno. È messo a dura prova quando le domande di cura provenienti dalla famiglia sono intense a causa della:

a. presenza di bambini molto piccoli
b. presenza di familiari molto anziani.

Si deve tener conto del fatto che all’interno di ogni singolo paese si trovano strategie diversificate tra le famiglie, a seconda delle risorse e dei vincoli economici, sociali, di rete, di tempo, delle condizioni lavorative e a quanta importanza si dia ad esse. I genitori con meno RISORSE di rete INFORMALE familiare dunque, possono ricorrere a RISORSE FORMALI, pubbliche se disponibili, o private se possono sostenerne i costi.
La scelta della strategia di conciliazione da attuare dipende da tutti questi fattori ma è di certo un indicatore delle diverse CULTURE della cura dei bambini, degli anziani, e dell’importanza che si dà al concetto di lavoro remunerato (Saraceno 2011).

In questo contesto ci poniamo una domanda apparentemente semplice:
è possibile trovare strategie che tolgano l’impegno della cura da mani prettamente femminili?

1.2 Le politiche di conciliazione

I problemi della cura – di chi ha la responsabilità di cura – divengono più frequenti e diffusi se si è anche inseriti nel mercato del lavoro. Per quanto riguarda le casalinghe c’è un problema di “analisi”, conteggio e considerazione, quando le si colloca tra le categorie fuori dal mercato, non forza lavoro, popolazione non attiva. Esse quasi sempre, sono almeno potenzialmente delle forze lavoro ma, probabilmente per una questione di cultura o per una questione di difficoltà a entrare nel mercato del lavoro con le attuali condizioni contrattuali, risultano essere una categoria considerata passiva al tasso netto di occupazione.
Infatti le forme di rapporto di lavoro attuate per far fronte agli avvenuti cambiamenti socio-economici, anche se in alcune circostanze possono favorire la conciliazione, per lo più non consentono l’accesso alle tradizionali forme di conciliazione (congedi, permessi remunerati, servizi aziendali ecc.) che a loro volta sono state pensate pressoché esclusivamente con riferimento ai rapporti di lavoro standard.
Il part time resta la forma di conciliazione più utilizzata che mette in luce come tuttora la capacità e l’esigenza di cura vengano attribuite piuttosto facilmente e naturalmente al genere femminile.

In Italia i bassi tassi di attività rispetto agli altri paesi dell’Ue sono sintomo di un forte scoraggiamento: la quota di quante non cercano ma sarebbero immediatamente disponibili a lavorare è quattro volte superiore al resto dell’Unione Europea. Le donne continuano ad essere, per motivi contrattuali più precarie, sottoutilizzate e peggio retribuite. Lo scoraggiamento nell’ingresso al mercato del lavoro, proviene da effetti qualitativi piuttosto che quantitativi. La fertilità in Italia è molto sotto il tasso di sostituzione, il nostro stato è tra gli ultimi posti nella crescita secondo la fonte OECD in un lasso di tempo tra il 1970 e il 2004.
A spiegare le cause del basso incremento della fertilità in Italia, è il grande paradosso secondo cui all’ aumentare dell’occupazione femminile in Europa, cresce anche la fertilità, ma affatto in Italia. Le disuguaglianze vengono dall’alto, dalla politica del lavoro, ma anche dalla cultura.

Tornando alla nostra domanda semplice se sia possibile togliere l’impegno della cura tutto dalle braccia delle donne, abbiamo, ad oggi, una risposta non del tutto positiva ancora.
Ma il welfare in Italia, che abbiamo capito essere un caso specifico abbastanza complesso, si è reso conto di quanto sta accadendo? Sta facendo fronte, sta attuando politiche adeguate?

2.Welfare
Di fronte ai cambiamenti socio economici intervenuti negli ultimi decenni, le donne con responsabilità familiari che intendono partecipare al mercato del lavoro hanno problemi di conciliazione perché sono esse stesse lo strumento principale di conciliazione a disposizione degli uomini con (ma anche senza) responsabilità familiari.
Infatti laddove il welfare non arriva con le sue politiche, è ancora la famiglia la punta di diamante più attiva e su cui ricade l’impegno di cura.
La famiglia sostituisce il welfare, contribuendo ad aumentare le disuguaglianze sociali prodotte dall’appartenenza familiare.

Diffusione di nuovi contratti atipici, temporanei; situazione di categorie giovanili o operaie in povertà e disoccupazione; la diffusione di persone non autosufficienti e invecchiamento della popolazione; L’AGGRAVARSI DELLE DIFFICOLTA’ DI CONCILIAZIONE TRA LAVORO E CURA; sono tutti elementi che avrebbero richiesto un’azione di “ricalibratura” del sistema del welfare in modo da renderlo maggiormente in grado di offrire una forma di tutela a queste difficoltà.
Ma le tendenze in atto negli ultimi vent’anni hanno confermato la fondamentale inerzia del nostro sistema di welfare. La spesa maggiore è stata verso le pensioni di vecchiaia e di reversibilità.

Se quindi ci si poteva aspettare, in virtù dei cambiamenti intervenuti nel profilo di rischio della popolazione italiana, una riduzione del peso relativo alle pensioni a fronte dell’aumento di altre forme di tutela sociale, ciò non è avvenuto.

Ad ogni modo, l’andamento della spesa per le famiglie e l’infanzia in Italia parte, già dagli anni ’70 da una posizione notevolmente arretrata rispetto ai principali paesi europei, in vantaggio solo alla Spagna. (Andamento della spesa per le famiglie e l’infanzia nei principali paesi europei- PIL 1991-2008-Eurostat-Esspros). Nel corso degli ultimi vent’anni il distacco rispetto ai paesi continentali resta invariato. L’Italia ha mantenuto inalterata la protezione offerta alla popolazione over 64 e quasi per nulla ha migliorato la protezione agli adulti e agli under 16 (ovvero alle famiglie).
C’è stata molta difficoltà e resistenza ad applicare una politica di investimento verso le categorie più svantaggiate come quelle delle GRAVI DISABILITA’, le quali continuano a richiedere un grande impegno delle reti informali ancora oggi, insieme agli over 64.

3.Occupazione giovanile
L’Italia ha introdotto una legislazione intesa a flessibilizzare il lavoro, rapidamente rimandando a momenti successivi la revisione del sistema di welfare, tuttora ancorato alla tutela del lavoratore “standard”: maschio, con contratto a tempo indeterminato e full-time. Ciò ha innescato il fenomeno della Flex-insecurity, ovvero della bassa retribuzione del lavoro flessibile, l’elevata discontinuità contrattuale e protezione sociale quasi nulla. E’ per questo che per noi italiani il concetto di flessibilità ha assunto un’accezione negativa se associato al contratto di lavoro, perché lo dobbiamo associare immediatamente a quello di precarietà: a un grosso problema, cioè, se mettiamo insieme tutti i fattori che stiamo affrontando in questa breve trattazione. Diritti che mancano, assenza di tutele (contratto, ferie, maternità), rabbia e frustrazione, timore, privazioni economiche, paura di procreare, di sposarsi sono indicatori importanti che descrivono la società giovane italiana e che emergono dall’indagine “Storie Precarie”.
Uno stato che si invecchia, pochi incentivi per i giovani, un bisogno di cura crescente e un’assente politica di sostegno sono gli spauracchi delle donne che pur si affacciano al mercato del lavoro.

Stando a quanto sinteticamente descritto qui sulla condizione italiana rispetto all’ambito di interesse legato alla cura e al lavoro, le giovani donne si trovano a RISCHIO DI INTRAPPOLAMENTO, condizione di vulnerabilità economica e sociale dipendente dal modo in cui in contratti vengono regolati dal mercato del lavoro, locale e nazionale, dal modello di welfare e dal grado in cui la protezione di questi lavoratori è lasciata alla solidarietà familiare. In buona sostanza la famiglia rimane l’unica forma di protezione tra un contratto e l’altro.
I bisogni di cura e di presenza dei bambini durano ben oltre la prima infanzia. Il persistere di queste domande ben oltre i cinque anni produce ancora oggi una divaricazione tra i comportamenti maschili e femminili rispetto al mercato del lavoro configurando una vera e propria PENALITA’ MATERNA in termini di carriera e salario per le donne che pur rimangono nel mercato del lavoro. E i bisogni di cura non riguardano solo i bambini: malattie temporanee o di lungo periodo, invalidità e parziale o totale non autosufficienza da parte di un componente della famiglia possono sorgere in ogni momento. I successi stessi della medicina li rendono più probabili e, per un periodo di tempo più lungo di prima. (Saraceno)

Si assiste al fenomeno della generazione sandwich o di quella che deve accudire tanto i bimbi quanto i genitori anziani. Comunque in Italia essendo invecchiata molto la popolazione, a fronte di una diminuita natalità, il bisogno di cura proviene soprattutto dagli anziani.

Si è alzata l’età del primo matrimonio e l’età della madre al primo figlio. I paesi in cui ci si sposa più giovani sono quelli dell’Europa centrorientale dove l’innalzamento dell’età al primo figlio è iniziato più tardi.
I giovani europei secondo gli studi di Puur e colleghi, hanno in media il 30 per cento in meno di bambini sotto i 5 anni dei loro coetanei nel 1950. Per le persone tra i 50 e i 54 anni, invece, la possibilità di avere nella rete familiare un familiare (genitore, nonno) anziano fragile è aumentata di 1,8 volte.

4.Terzo settore
Può essere considerato un’importante alternativa di sostegno alla donna e alla famiglia, probabilmente il più utilizzato e il meglio distribuito nel territorio. Ma si deve comunque tener conto che è un settore che sta andando incontro a una privatizzazione sempre più frequente e che dunque i costi per le famiglie rischiano di essere lo stesso alti laddove non si risponda agli standard di qualità che si intende raggiungere.
Resta ancora forte l’incidenza del lavoro di badante che fanno le donne soprattutto provenienti dall’estero, senza che questo sia ancora sostituito da una figura professionale offribile in modo competitivo sul mercato del lavoro, ma soprattutto accessibile, sia economicamente sia quantitativamente sia qualitativamente alla domanda.

Adelaide Roscini

Bibliografia:
Manuela Naldini, Chiara Saraceno, “Conciliare famiglia e lavoro, vecchi e nuovi patti tra sessi e generazioni”, il Mulino Studi e Ricerche, 2011
Ugo Ascoli, Il Welfare in Italia, il Mulino 2012
Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Il saggiatore

Articoli:
Il Manifesto, Gruppo delle femministe del mercoledì, Una bella cura contro il capitalismo, 8/05/2014
Il Sole 24 ore, Figlie di uno stipendio minore, 5 marzo 2010
Il Manifesto.it, Chiara Saraceno: “non chiamiamolo più reddito di cittadinanza”
19/01/2019

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