La Faida di Joshua Marston: quando il digitale convive con il Kanun

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Ho sempre pensato che un film per essere interessante debba possedere i seguenti requisiti: raccontare una storia particolare capace al contempo di farsi paradigmatica, ossia di elevarsi a considerazioni di carattere universale sconfinando così dal contesto specifico in cui è adattata e poi la forma più congeniale per raccontarla, una forma che sia in grado di esaltarla visivamente e tale da rendere le immagini autonome, valenti di per sé, ove il dialogo possa al massimo arrivare ad arricchire, ma mai a sostituire. Il cinema in fondo è arte visiva ed un cinema che tradisce il proprio fine – ossia quello di comunicare attraverso le immagini – non è degno di chiamarsi tale.

Se un film, oltre a soddisfare questi requisiti, ci racconta per di più storie ambientate in realtà molto diverse da quelle che conosciamo, insegnandoci qualcosa di nuovo – con valenza quindi anche culturale – allora si rende a maggior ragione interessante.
La Faida, il secondo lungometraggio di Joshua Marston (nelle sale italiane  a partire dal 31 agosto)  – regista statunitense già apprezzato per Maria Full of Grace, conosciuto anche per aver diretto diverse note serie tv – racconta il particolare fenomeno delle faide nell’Albania settentrionale. Già la scelta di ambientare una storia in Albania è di per sé significativa in quanto questo paese – invero molto poco raccontato nel cinema – ben esprime la contraddizione di trovarsi ancorato a tradizioni culturali arcaiche,  manifestando allo stesso tempo il desiderio di aprirsi al progresso, alla modernità, aspirando ad entrare a far parte dell’Unione Europea. Ed è proprio di questa esistenza in limine tra presente e passato che cerca di raccontare Marston e lo fa, assai significativamente, adottando la peculiare prospettiva dell’adolescenza, stato già di per sé problematico ed irto di contraddizioni, anch’esso in limine da uno stato all’altro dell’esistenza.
Il diciassettenne Nik è un adolescente come tutti gli altri, usa la tecnologia, invia sms alla ragazza di cui si è innamorato e sogna, una volta finita la scuola, di aprire un internet point. Sua sorella Rudina, di qualche anno più giovane, coltiva invece sogni intellettuali, spera di poter proseguire gli studi e di iscriversi all’Università. La prima parte del film mostra questa semplice realtà quotidiana, seppure sin dalle prime immagini veniamo calati in un contesto rurale che si intuisce essere parecchio arretrato rispetto a quello di altri paesi europei – siamo appunto in uno dei tanti villaggi dell’Albania settentrionale, la gente ancora si muove con il carretto trainato dal cavallo e le strade non sono asfaltate. Procedendo ci rendiamo conto che a questa arretratezza materiale si accompagna anche quella dei costumi (le donne, lo si capisce dalla semplice postura e gestualità corporale, sono ancora in una posizione subalterna rispetto agli uomini) e delle regole del vivere civile.

Dopo un diverbio a causa di questioni territoriali il padre di Nik e Rudina viene accusato, insieme al fratello, di aver ucciso un vicino e quindi è costretto a nascondersi, mentre il resto della famiglia, ad eccezione di Rudina e della madre, sarà praticamente obbligato a rimanere chiuso dentro casa – pena il rischio di ritorsione omicida – in osservanza alle norme di un antico codice che regola i rapporti tra famiglie coinvolte in una faida. L’istituzione delle faide nella regione montuosa dell’Albania settentrionale prevede infatti l’applicazione del Kanun, questo codice antichissimo, risalente addirittura al XV secolo (fu istituito dal principe Dukagijni), il cui uso sembra essere tornato particolamente in vigore dopo il crollo del Comunismo e l’abrogazione della pena di morte perché, secondo la gente del luogo, lo Stato non farebbe il proprio dovere nel risolvere le dispute o punire i colpevoli e quindi esso andrebbe a colmare le carenze lasciate da un sistema legale sovraccarico e intricato. Secondo il Kanun la famiglia della vittima ha il diritto di uccidere un membro maschio appartenente alla famiglia del colpevole, tuttavia gli uomini si possono considerare al sicuro se rimangono dentro le mura della loro abitazione, in una sorta di auto-arresto domiciliare. Le donne della famiglia sono così costrette a subentrare nel lavoro che prima era del marito o dei figli maggiori per poter riuscire a sopravvivere economicamente. La regola del chiudersi dentro casa permette non solo di evitare di essere uccisi per ritorsione dalla famiglia offesa, ma è anche un modo per riparare in parte alla propria colpa e per dimostrare il proprio rispetto. Quel che emerge infatti durante la visione del film e lo studio accurato delle faide (Marston si è documentato a lungo recandosi in Albania settentrionale, visitando membri di queste famiglie coinvolte nelle faide e costretti a casa da anni, facendo interviste, partecipando a conferenze e parlando con organizzazioni no-profit che si occupano di mediare e risolvere i casi) è che sebbene queste nascano sulla base di questioni pratiche – liti di carattere territoriale, aggressioni verbali al volante, litigi sulle donne – le vere motivazioni hanno molto a che fare con l’orgoglio, l’ego ferito, il rispetto, l’onore. E quando si ha a che fare con questioni di questo tipo è assai difficile riuscire a mediare o a raggiungere accordi perché ogni vicenda, ogni faida, si connota di sfumature particolarissime; oltretutto il Kanun è un testo antichissimo che viene tramandato oralmente, quindi applicato in maniera non conforme dai vari protagonisti della faida.

Il fatto che nell’accurata opera di Marston la vicenda sia raccontata soprattutto attraverso il punto di vista del primogenito Nik e della sorella Rudina – due adolescenti che sognano ed aspirano ad una vita normale – rende tutto ancor più drammatico ed al contempo universale perché, vicenda peculiare a parte, la conquista del futuro, l’affermazione di sé e la fatica per realizzare le proprie aspirazioni e progetti di vita rimane in fondo il percorso a tappe obbligato di ogni adolescente, un percorso costellato di imprevisti e ostacoli, reso talvolta arduo dal gap generazionale e dalle contraddizioni di un mondo in cui tutto avviene sempre più simultaneamente ed in cui il bombardamento mediatico e delle informazioni spesso riveste di una patina solo superficiale culture e paesi che nell’essenza restano invece profondamente arcaici.
Tutto il film esprime visivamente questa contraddizione: la tecnologia si accompagna al codice del Kanun, echi dalla rete si propagano e raggiungono gli spazi angusti di una palestra casalinga tirata su mattone dopo mattone per sfuggire alla noia, gli spazi infiniti oltre le montagne un orizzonte da inseguire con lo sguardo, uno sguardo però limitato dai confini entro il quale il corpo è costretto, quelli della propria abitazione. Un uso eccellente della fotografia rimanda continuamente questa dialettica di luce ed ombra, di esterno ed interno e cerca di trasmettere allo spettatore la cognizione dello stato psicologico dei protagonisti. A partire dalla scena in cui Nik viene fatto salire dentro una macchina – dopo che l’accusa per omicidio pendente sul padre viene diffusa nel villaggio – affinché possa essere portato al sicuro dentro casa, l’immagine di lui sarà sempre in ombra, la sua figura sempre costretta tra mura, la percezione del suo mondo da un certo momento in poi sempre più claustrofobica, annoiata, disperata. A fare da contraltare gli spazi della campagna all’esterno, le riprese dei coetanei e compagni di scuola di Nik che chiacchierano nel cortile della scuola o che tornano a casa camminando sui sentieri che costeggiano i vasti campi, o anche che girano brevi video con il cellulare da mandare a Nik per restare in contatto, l’ampiezza del mondo esterno però sempre a lui rimandata attraverso la limitatezza di un minuscolo schermo.
In maniera opposta Rudina invece, costretta ad assumere il lavoro del padre, esce di casa, parla e contratta con estranei, si muove nel mondo, diviene ogni giorno più abile e sicura di sé – quindi potremmo dire che la sua consapevolezza interiore si amplia – ma anche lei da una prospettiva sempre comunque angusta, quella dell’interno del carretto con il quale si muove.
Nik percepisce tutta l’ingiustizia del trovarsi in questa situazione di costrizione, avverte che la colpa del padre lo sta privando del futuro, gli impedisce non solo di vivere il presente – un presente che per ogni adolescente dovrebbe essere fatto di studio, incontri con gli amici, feste, amore – ma anche di organizzare e progettare il futuro. Ad un certo punto decide così di prendere la situazione in mano per tentare di risolvere la faida.
Si può dire che a livello simbolico La Faida di Marston non racconti soltanto questo tipico fenomeno che coinvolge due famiglie, ma anche la battaglia intrapresa dall’Albania nei confronti del proprio passato, alle cui radici risulta ancora purtroppo saldamente ancorata, ma che con lo sguardo è già volta verso il futuro, oltre quelle montagne che delimitano i confini, anche proprio geografici, dal resto del mondo; e non solo, La Faida è anche quella che Nik intraprende con il padre, del quale percepisce il peso di una colpa che egli stesso si sente ingiustamente costretto a portare, così come è quella in cui il suo animo si troverà coinvolto al momento di prendere una decisione risolutiva. La Faida racchiude così tante altre faide, simboliche o reali che siano.  E soddisfa quei requisiti di cui sopra, quelli per cui un film merita di essere visto? Certamente, perché esso racconta in fondo la storia di questo adolescente che  si trova a vivere una situazione peculiare, particolare, ma al tempo stesso, rappresentativa – quindi universale – di tutti gli ostacoli e le contraddizioni di ogni parabola di formazione;  storia narrata visivamente attraverso immagini che sempre mostrano questa intima contraddizione – dell’Albania, così come di ogni adolescente – tra mondo vecchio e mondo nuovo, tra passato e futuro, tra l’essere legato a schemi ormai superati e la voglia di spezzarli per aprirsi a nuovi orizzonti, quindi espressa tramite una forma assai congeniale al contenuto che si voleva enunciare.

Rita Ciatti

Scheda del Film

Titolo: La Faida  – Produzione:  Paul Mezey  –  Produttori esecutivi: Janine Gold, Eric Abraham, Domenico Procacci, Hunter Gray, Tyler Brodie – Genere: drammatico – Durata: 109’– Regia: Joshua Marston– Sceneggiatura: Joshua Marston e Andamion Murataj  – Attori Principali: Tristan Halilaj, Refet Abazi, Zana Hasaj, Sindi Lacej –  Fotografia: Rob Hardy B.S.C. – Montaggio: Malcolm Jamieson – Scenografia: Tommaso Ortino – Costumi: Emir Turkeshi – Musica: Jacobo Lieberman, Leonardo Heiblum – Distributore Italia: FANDANGO.

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