La filosofia che scrive per l’Uomo

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“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio.
Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia.” [1]

Trattasi di una delle più potenti domande che la filosofia poteva porre sulla vita. Scomoda, strana, forse foriera di un qualche stato limitrofo la depressione, inutile e non produttiva per la sclerotizzata umanità che non ama porsi problemi senza una ragione che possa immediatamente riconoscere come tale. Quasi grottesca nel suo rifuggire una norma, nel mondo algoritmico dei problemi e delle soluzioni. Ciò che resta dell’uomo moderno, offerto alla vista come maschera nelle relazioni multimediali o meno, non sembra avere il tempo, o la voglia, della domanda. Poiché questa domanda, quando è posta autenticamente, non si lascia irretire dal contesto, dalla fede, non si piega ad un utilitarismo ormai stanco e non si lascia confondere dalle banali esigenze dell’uomo moderno. Lavorare, guadagnare, fare un uso proficuo del proprio tempo… Sono tutte cose che volutamente voltano le spalle alla domanda esistenziale. Sono i guardiani del sepolcro in cui la ragione si è cacciata molto tempo addietro, quando ha deciso che le parole servivano a ben altro che parlare solo di dove si trova il cibo, il pericolo, del desiderio di accoppiamento. Ai più infatti, la domanda appare senza alcun senso, ad altri potrebbe apparire persino blasfema, ma in questa sentenza si cela tutta la volontà di vivere di un uomo, morto certo alla fine di aver trovato una risposta [2], il quale non era disperato a cagione della sola condizione umana, ma anche a causa di quella disciplina che, sola fra tutte, si è ripromessa di cercare la risposta a questa domanda.

Mi permetto di dire sola fra tutte perché non credo che altra disciplina abbia mai ricercato con tanta feroce determinazione una risposta a questa domanda [3]. La visione comune della filosofia è che sia una scienza eterea, vincolata al pensiero di pensiero, distante dai marasmi e dai miasmi della vita quotidiana. Niente di più falso. O meglio, più di un filosofo, credo ormai certo di non avere altra possibilità di fronte all’assurdo della sua esistenza, si è barricato in una prigione di ferree leggi razionali generate da un ego ipertrofico o, inversamente, è voluto affondare in un caos indistinto in cui smettere di pensare. Il risultato cui si è cercati di pervenire è stato sempre il medesimo: trovare una tregua, una soluzione, una fine all’assillo incessante della domanda. Occorre riuscire ad ottenere una certa pietà dai noi stessi, dalla nostra vita, perché il dolore costante della domanda sembra non avere mai fine, ed è qui che entrano in gioco le risposte date come vere, anche quando vere non sono.

Dico, inoltre, che tale disciplina è causa di disperazione nella misura in cui lo porta ad interessarsi in modo parossistico di tale domanda, oserei affermare in modo ineluttabile. Perché essa sola forza l’uomo ad un allenamento intensivo, durissimo, fatto di profondità e di abissi dai quali l’uomo solitamente rifugge, e che alcuni sogliano chiamarle vette poco cambia. Quando tale percorso è affrontato realmente e con un’autentica volontà di scoperta, il risultato è una capacità di riflessione tanto differente dal sentire comune che comporta quasi sempre l’impossibilità di comunicare ulteriormente con gli altri. Nessuno esce intonso dall’addestramento cui la filosofia lo sottopone. L’occhio con cui si osserva il mondo non è né il sé stesso di prima né è più simile agli altri. Così come due persone guardino lo stesso quadro, ma capiti che una di esse sia un’artista (qualsiasi cosa significhi poi “essere” un’artista) ed un’altra no: esse starebbero guardando lo stesso oggetto ma, di fatto, non vedono le stesse cose. E ciò non ha tanto a che vedere con il fatto che sono due identità distinte e, pertanto, vedono inevitabilmente il mondo in modo diverso; ma ha a che vedere con la consapevolezza che una di esse si porta dietro, insieme alle sue capacità. La differenza, intendo, è interna. E l’artista che, una volta appreso un significato profondo dei colori, della tecnica, del senso della vita artistica; non è più in grado di guardare il mondo allo stesso modo di prima, rispetto il sé stesso di prima. Il punto è: tale stato è comunicabile? Si può indicare, mostrare, portare a qualcuno l’enormità del cambiamento avvenuto? Ecco, la filosofia non fa altro che affondare i suoi bisturi nell’animo per comprendere, capire, indurre e portare alla luce tali cambiamenti, o permettere di sentire il vuoto dell’assenza della coscienza, trovare risposte alle domande che si pone; rifiutando per lo più di rifugiarsi nell’indeterminato porto franco del “divino” e non potendo avvalersi della datità scientista consapevole di come anche essa sia solo una menzogna.

E tuttavia, perché mai la questione andrebbe però posta in questi termini, è quanto vi è da chiedersi. Perché l’esperienzialità dell’esistenza dovrebbe essere vincolata al dolore e all’assurdo? Perché questa della percezione del dolore e dell’assurdo, che in fondo non è che una delle possibili strade della filosofia (e di certo non la più battuta), meriterebbe di essere perseguita e ricercata? Cosa offre, concretamente l’affrontare una simile questione? [4] Un tale procedere sembra più vincolato alla biografia, con i suoi drammi e i suoi traumi; e alla genetica, con la sua analisi delle predisposizioni agli stati depressivi o meno, della singola persona [5] che alla filosofia (e forse per molti aspetti lo è); penso valga la pena comunque indagare perché e come si possa giungere a, o partire da, il che è la stessa cosa, a mettere in discussione la validità della vita stessa. La prima, e di solito sola, reazione di fastidio all’indagine filosofica tipica dell’esistenzialismo, si coagula intorno una sola obiezione: la vita è estremamente semplice. Sarebbe dunque il filosofo di volta in volta a drammatizzarla, complicarla, renderla dolorosa, sarebbe egli stesso l’autore delle proprie ferite, poco più di un disadattato sociale o, come detto poc’anzi, semplicemente uno sventurato predisposto geneticamente ad una simile mestizia. Più propriamente sarebbe, è proprio il caso di dire, una fatica di Sisifo: immane e senza senso alcuno. Vi sarebbero cose molto più importanti da fare, da sentire, da pensare, ovvero vivere. Si tratta ovviamente di una reazione di riflesso e, come tutte le reazioni di riflesso, è spropositata. Basti pensare a tutte le persone “comuni” che di tanto in tanto vivono stati mentali così connaturati senza per questo essere tacciati di essere filosofi. Purtuttavia tale reazione svela un’interessante incomprensione del sentire comune: non è ovviamente la vita ad essere percepita [6] assurda o dolorosa. I fatti, di per sé, non dicono nulla, e sarebbe inutile pensare che si possa etichettare un’esistenza biologica come assurda o priva di senso. Una vita, parlando dal punto eminentemente biologico, non può essere dolorosa, non nella sua interezza. Ovviamente lo potrebbero essere i singoli stati fisici, potremmo etichettare come dolore persino alcuni stati di angoscia e di paura, ma non è la Vita in sé ad essere dolorosa. Intendo qui porre una radicale divisione tra l’Uomo e la Vita. Chiaramente l’uomo è un organismo biologico vivente e, finché lo è e il suo organo cerebrale funziona normalmente, si percepisce, si conosce come essere vivente; ma non per questo esiste una assoluta coincidenza tra i due termini. L’essere umano dotato di coscienza si identifica, nel senso che sente sé stesso, come ente [7]; la vita nel suo complesso viene piuttosto entificata dall’uomo ma, mentre per l’uomo dotato di una coscienza è piuttosto ostico rifiutare di percepirsi metafisicamente, la vita o il mondo [8] nel loro insieme potrebbero anche essere visti solo da un punto di vista biologico o materiale. In ogni caso, l’uomo riflette circa la propria vita, vedendola, oggettivandola, essenzialmente pensandola come qualcosa che gli accade ma raramente pensandosi come egli stesso come qualcosa che accade. Sottigliezze irrilevanti rispetto l’autentico punto della situazione. È solamente nel momento in cui l’uomo riflette su di sé, concependosi come qualcosa su cui è lecito porre domande che la vita viene percepita come assurda e dolorosa. In primo luogo, perché non si è affatto certi che le domande abbiano una qualsivoglia giustificazione o fondamento. Né sappiamo se siano dettate da un’autentica persistenza della realtà oggettiva extra mentale, quali ad esempio le domande scientifiche, o se siano invece nient’altro che la concrezione di una serie di “errori” cagionati da un software, la mente, non in grado di comunicare perfettamente con un system environment, il mondo. Difatti, non è nuova alle scienze cognitive una certa propensione a credere che molti degli aspetti che normalmente chiameremmo facoltà superiori dell’animo umano, come la capacità di produrre arte e filosofia, non siano altro che effetti collaterali. Addirittura, eventi parassiti, spandrel, di capacità cognitive di base [9] Il lato interessante di una tale definizione è costituito dall’idea che quanto di più elevato ci attribuiamo non sia che un effetto collaterale, tra l’altro anche piuttosto recente nell’evoluzione della specie homo [10], dell’evoluzione. Qualcosa come un surplus che a suo tempo esulò i necessari adattamenti per la sopravvivenza. Una simile teoria, se corretta, spiegherebbe facilmente come mai, con tanta frequenza le domande circa il senso della propria esistenza scadrebbero nell’assurdo e nel dolore. Si tratterebbe di domande cui l’uomo, nella sua natura profonda, non sarebbe ancora pronto ad affrontare, e i cui strumenti culturali sarebbero estremamente primitivi ed inadeguati [11. Una κρίσις [12] dunque, una condanna e un’opportunità dell’uomo di pensarsi in modo nuovo, di configurarsi in modo tale da affrontare il mistero della propria e]sistenza, concepire nuovamente il senso del dolore spirituale.

Sic stantibus rebus nemo ad impossibilia tenetur: resta il fatto che, nella storia, l’uomo si è sempre posto la domanda circa il senso della propria esistenza. Ciò che sono cambiate nel tempo sono le modalità e le risposte. Stante tale considerazione, l’obiezione circa l’opportunità di porsi la domanda decade da sé: l’uomo è per sua natura condizionato a domandare circa il senso della propria esistenza. Da questo punto di vista la filosofia non fa altro che accettare la sfida e farne una questione davvero esistenziale. Accettando la sfida, ponendo in gioco il senso della propria stessa esistenza, certo si incrementa enormemente il rischio, la possibilità del danno del proprio sé. Eppure, non si cela forse un rischio maggiore nel negare a sé stessi l’opportunità di conoscersi autenticamente?

Voglio accettare la visione provocatoria che attribuisce all’interrogazione filosofica lo stigma della stolidità, anzi, del danno che essa procura avvelenando un’esistenza altrimenti tutto sommato semplice, e confutarla. Dal mio punto di vista nessuno più di Emil Cioran [13] ha dimostrato la validità di tale domandare. Infatti, volendo ammettere una predisposizione genetica – usando un termine neutro, ma potremmo altrettanto dire condanna o predestinazione, per come la scienza vede le proprie asserzioni – al nichilismo e al dolore dell’esistenza, Cioran sarebbe il candidato perfetto: sofferente di insonnia cronica, per sua stessa ammissione per tale motivo più volte vicino al suicidio, guidato da un nichilismo e da una tristezza di fondo che non lo abbandoneranno mai. Ebbene, proprio questo autore che forse come pochi altri ha convissuto con la domanda per eccellenza, posta all’inizio di questo capitolo, ha saputo dimostrare cosa gli abbia potuto dare la filosofia. Scriverà: “L’insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il Paradiso stesso in un luogo di tortura. Qualsiasi cosa è preferibile a questa allerta permanente, a questa criminale assenza di oblio. È durante quelle notti infernali che ho capito la futilità della filosofia. Le ore di veglia sono, in sostanza, un’interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima. Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l’insolubile fino alla vertigine.” È piuttosto evidente lo stacco qui tra la filosofia e la Filosofia, Cioran nelle sue continue accuse alla filosofia io credo si riferisca esclusivamente a quella che potremmo definire “filosofia accademica” [14]: il vuoto ripetere con scarsa originalità, producendo tomi sempre uguali nei contenuti, dei grandi che ci hanno preceduto. Mentre nel suo punto di vista, che mi trova perfettamente d’accordo, la filosofia deve essere una battaglia, leggere un libro deve produrre una ferita [15], una rivoluzione. Nulla di meno ci si aspetta dall’ autore per cui scrivere in fondo non era che una terapia, atta a distoglierlo dal suicidio, non dal pensiero di esso. Perché il pensiero del suicidio per Cioran non era da nascondere, non era da cercare di dimenticare come se fosse una anomalia, un errore. Anzi, lo stesso pensiero del suicidio era una delle condizioni necessarie per poter avere una possibilità di vivere. Senza questa accettazione, senza questa lucida e a tratti tragica continua disamina della propria esistenza probabilmente Cioran non sarebbe sopravvissuto a sé stesso. Ciò che realmente l’indagine filosofica e i suoi strumenti hanno dato a Cioran è stata la possibilità di combattere, di non fuggire le domande e le eventualità considerate scomode ma di affrontarle. Un pensiero alquanto fuori moda nel tempo dell’anestetizzazione continua dell’uomo [16], in cui si mira ad evitare ogni possibilità di dolore psico-fisico o ogni forma di noia possibile. In cui, appunto, ciò che è difficile o strano, viene etichettato come anomalia, malattia, inutilità. E tuttavia, come detto sin qui, la natura dell’uomo, benché soggetta di cambiamenti, tutto sommato non si lascia irretire più di tanto: domandare circa la propria natura ed il dolore che ne conseguono resta una priorità della nostra specie.

La cifra ultima della nostra civiltà oggi è senza dubbio la disperazione, causata non solo dalla peculiarità dell’essere umano, da sempre mistero a se stesso; ma anche dall’incapacità di creare nuovi strumenti culturali e da un malato ricorso a quelli vecchi ( in primis con un ritorno al fanatismo religioso e ai nazionalismi). Da questo punto di vista, la filosofia non ha mai smesso di parlare con l’uomo, anche ora che questi non vuole ascoltare. Le strade della filosofia non sono risposte ma sono percorsi, e non vedo che altro sia la vita se non un percorso.

Daniele Monaco

[1] Albert Camus, Le mythe de Sisyphe, Gallimard 1942; Il mito di Sisifo (trad. it di A. Borrelli), Bompiani, Milano, 1947.
[2] Abert Camus (Dréan, 7 novembre 1913 – Villeblevin, 4 gennaio 1960) è stato un filosofo, saggista e giornalista tra i più influenti del suo secolo. Profondo e attento analista di quel che definì il “divorzio tra l’uomo e la vita”, al centro della sua opera si trova il concetto di assurdo del’esistenza cui l’uomo ha il dovere di opporsi con la rivolta ad esso, perpetrata attraverso la solidarietà con il genere umano.
[3] Le religioni monoteistiche semplicemente rifiutano la domanda, anteponendovi una risposta non discutibile; la scienza banalmente non ha gli strumenti per porsi tale questione; la psicologia potrebbe trovare la via per porsi la questione ma non ne ha la forza.
[4] “Allorché qualcuno domanda a che serve la filosofia, dobbiamo rispondere in modo aggressivo, poiché la domanda vuole essere ironica e mordace. La filosofia non serve né lo Stato né la Chiesa, che hanno altre preoccupazioni. Non serve ad alcuna potenza costituita. Una filosofia che non turba e non contraria nessuno non è una filosofia. Essa serve a far danno alla stoltezza, facendone qualcosa di turpe. Essa ha la sola funzione di denunciare la bassezza del pensiero in tutte le sue forme
Gilles Deleuze, Nietzsche et la philosophie, Presses Universitaires de France, Paris 1962; Nietzsche e la filosofia, (tr. it. di S. Tassinari) Colportage, Firenze 1978
[5] Troppo vasti e troppo specifici, ancorché di grande valore, i contributi delle neuroscienze e delle varie branche della psicologia circa l’eziologia degli stati depressivi o “semplicemente” di tristezza e angoscia, per poterli citare qui.
[6] È necessario ribadire sempre costantemente che si tratta di una percezione: è l’uomo e solo l’uomo a giudicare, percepire, attribuire un senso alla vita. Personalmente non credo che di per sé, nelle cose stesse, quali ad esempio l’esistenza biologia, si possa rinvenire un a priori cui appellarci.
[7] Tralascio qui l’enorme bibliografia a disposizione nel corso della storia della filosofia circa la definizione di uomo come ente.
[8] Chiaramente non si fa riferimento qui a vita o mondo culturali.
[9] Il termine spandrel venne coniato nel 1979 da Richard Lewontin e Stephen Gould per indicare, in biologia evoluzionistica, una caratteristica sviluppatesi in una specie in modo collaterale rispetto ai tratti prioritari della selezione naturale. Cfr. in prop. Stephen Jay Gould; Richard Lewontin, “The Spandrels of San Marco and the Panglossian Paradigm: A Critique of the Adaptationist Programme“, Proc. Roy. Soc. Lond. 1979. Oggi, molte teorie evoluzionistiche, sviluppatesi in alvei quali la psicologia evoluzionistica, l’antropologia e la sociologia evoluzionistica, non esistano ad indicare come spandrel alcuni tratti unici della specie umana quali ad esempio la musica. Cfr. ad esempio Steven Pinker e Dan Sperber, opere varie.
[10] Come può essere facilmente compreso, esistono solo congetture su quando effettivamente comparvero i primi tratti avanzati della coscienza, come ad esempio il linguaggio propriamente detto. Cfr. ad esempio: Jared Diamond, The Third Chimpanzee: The Evolution and Future of the Human Animal, New York, Harper Perennial, 1992.
[11] Non solo la nostra civiltà è assai meno avanzata, e recente, di quanto amiamo credere; ma il nostro tempo tiene in assai poca considerazione la via della formazione filosofica, atta a mettere in condizione le persone di gestire i propri sentimenti e i propri stati esistenziali. Analizzando a titolo di esempio, con il dovuto spirito critico, il fenomeno del Mindfulness in fondo non è altro che l’ennesimo tentativo di trovare una via per il “vivere bene”.
[12] Κρίσις, da cui l’italiano crisi: separazione, scelta.
[13] Emil Cioran (Rășinari, 8 aprile 1911 – Parigi, 20 giugno 1995) filosofo e saggista, oggi oggetto di una vera reinassance, forse come pochi altri ha contribuito ad indagare l’esistenzialismo di matrice nichilista. Al centro delle sue opere, aforismatiche e antisistemiche, si trovano i concetti di assurdo della vita e del suicidio
[14] Pe culmile disperării, 1934; Al culmine della disperazione, trad. di Fulvio Del Fabbro e Cristina Fantechi, Adelphi, Milano, 1998
[15] “Io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Perché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, dalle mie sofferenze. Non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione
E. Cioran, L’angelo sterminatore (a cura di F. Parrini), Sorbonne, Edizioni Clichy, 2018.
[16] Cfr. ad esempio, Aldo Marroni, La decivilizzazione estetica della società, Bruno Mondadori, Milano 2014.

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