La finanza piega il Portogallo che “chiede” aiuti all’Europa

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sabato, 9 aprile 2011

Un altro Pigs [1] è entrato nel mattatoio. La speculazione prosegue il suo lavoro sporco e continua a fare profitti scommettendo su i rischi di fallimento. Lisbona ha dovuto chiedere aiuto.

Portogallo. Lisbona, Praça do Rossio. Aprile 2011. Foto Alessia Dottori

Nel 2010, secondo l’agenzia di statistica Ine, il rapporto deficit/pil portoghese è ora del’8,6%, contro il 7,3% concordato con Bruxelles. L’ammontare del debito pubblico lo scorso anno era arrivato al 92,4% del Pil, mentre quest’anno è già previsto al 97,3% e con la recessione in corso il 100%, quota evidentemente simbolica, è dietro l’angolo.
Recentemente la Banca centrale portoghese ha pure ridimensionato le stime sul Pil che vedrà una contrazione dell’1,4% nel 2011 e una crescita dello 0,3% nel 2012.
Il governo di Lisbona ha ufficialmente richiesto alla Commissione europea un programma di aiuti dalla UE e dal Fondo monetario internazionale. L’importo dovrebbe essere superiore agli 80 miliardi di euro ma la cifra esatta sarà fissata nel corso dei negoziati sul programma nelle prossime settimane. Ai negoziati dovranno partecipare anche i rappresentanti dell’opposizione di centrodestra come ha dichiarato esplicitamente Jean-Claude Juncker presidente dell’Eurogruppo. Le banche e gli istituti finanziari, attraverso l’Europa, vogliono esser certi che la leadership lusitana sia tutta impegnata nell’adozione delle misure che verranno adottate per favorire il rientro del debito. Infatti anche se i sondaggi danno per certa la vittoria del Partito socialdemocratico alle elezioni del 5 giugno, la destra non avrà la maggioranza assoluta in parlamento [2].
L’Europa, ed in particolare Francia e Germania, non fa beneficenza. Anzi lo stesso Juncker ha chiarito che la manovra (IV Programma di stabilità) bocciata dal parlamento portoghese il 23 marzo scorso e che ha costretto alle dimissioni il socialista Josè Socrates è la base di partenza da cui iniziare a discutere. E questo dopo che tagli, aumenti di tasse, privatizzazioni sono state già oggetto di altre manovre nel recente passato.
La base da cui bisognerà cominciare è appunto quella presentata (anche quella in accordo con Bruxelles) dal premier dimissionario Socrates e che prevedeva tra l’altro l’aumento delle entrate dell’1,3%, la riduzione delle spese di un ulteriore 2,4%, il congelamento degli investimenti in infrastrutture, il taglio del 10% del budget delle imprese pubbliche, l’introduzione di un tetto massimo di 12 mesi negli indennizzi per licenziamenti, calcolati non più su 30 giorni, ma su 10, l’entrata di un’imposta addizionale del 10 per cento sulle pensioni superiori a 1500 euro al mese.
Senza parlare della svendita delle imprese pubbliche che sono state acquistate da gruppi brasiliani, spagnoli e angolani.


Portogallo. Lisbona, vicolo del centro. Aprile 2011. Foto Alessia Dottori

Intanto secondo l’ufficio di statistiche sul lavoro del Portogallo la disoccupazione a fine 2010 è salita all’11,1% contro il 10,9% del terzo trimestre con un totale di 619.000 persone senza lavoro a fine anno, in aumento dell’1,6% rispetto al terzo trimestre.
Uno studio dell’Osservatorio delle disuguaglianze parla di un allargamento della forbice (il 20% più ricco guadagna 6,1 volte in più del 20% più povero) con oltre 500.000 lavoratori a rischio povertà e il 23% dei bambini e dei giovani che vivono al di sotto della soglia di povertà [3].

I portoghesi dovranno pagare alti tassi di interesse per rimborsare debito e aiuti. Aiuti che serviranno, come per Grecia e Irlanda, a rimborsare banche e istituzioni acquirenti di bond portoghesi e quindi pagheranno per evitare che i costi di un eventuale fallimento siano a carico degli istituti finanziari. Avranno incassati cifre esorbitanti grazie ad interessi sempre più alti e non c’è rischio che ne paghino le conseguenze. Avrebbero dovuto accollarsi una parte dei costi dell’operazione visti i profitti generati. Ma nessun paese europeo, salvo un timido tentativo della Merkel, ha pensato di intervenire in questa direzione.
Le politiche che si continueranno ad adottare saranno di stretta indiscriminata sui bilanci che scaricheranno sulle spalle dei portoghesi i costi del programma di rientro per aumenti di tasse, licenziamenti, diminuzione di retribuzioni, tagli al welfare, all’istruzione e via dicendo.
Se i tagli non sono serviti fino ad ora, se non a far aggravare il futuro economico del paese, evidentemente non è questa la strada per affrontare il tema dell’economia portoghese che cresce meno degli altri paesi o degli sprechi, delle inefficienze del sistema per un nepotismo diffuso o per affrontare il deficit di infrastrutture. Come titola un articolo sugli aiuti al Portogallo, <<il lavoro al capezzale della finanza>> [4].

Pasquale Esposito

[1] E’ l’acronimo che indica i paesi a rischio fallimento in Europa: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna.
[2] Brendan de Beer, “Bailed out – What now?”, www.theportugalnews.com, 9 aprile 2011
[3] Sandra Monteiro, “Regime di austerità e contestazione”, Le Monde diplomatique-Il Manifesto, gennaio 2011, pag. 7
[4] Galapagos, “Il  <<lavoro>> al capezzale della finanza”, Il Manifesto, 9 aprile 2011, pag. 9

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