La gioia di Pippo Delbono

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Una sera a teatro, dopo lo spettacolo il pubblico tedesco chiede a Pippo Delbono:
Bello lo spettacolo, affascinante. Ma adesso deve spiegarcelo.
Delbono rimane un attimo interdetto. Fa una lunga pausa, lunga quanto basta per dirsi:
Ma come si fa a spiegare il teatro?”.
A quel punto Bobò, non invitato, prende il microfono, e con una voce da uccellino inizia i suoi vocalizzi. Il pubblico ascolta. Alla fine applaude e dichiara:
Grazie. Abbiamo capito.

Forse il senso del teatro di Pippo Delbono è in questa storia, raccontata ieri dal palco dello Strehler, dove è andato in scena il suo nuovo spettacolo: “La gioia”.
Forse il senso del teatro di Delbono è nella scelta di attori non convenzionali, scelti tra gli ultimi, come Bobò, l’amico sordomuto, incontrato più di vent’anni fa al manicomio di Aversa, dove era ricoverato da più di quarant’anni. Un incontro che si trasforma in salvezza reciproca, in sodalizio artistico, e amicizia che lascia un grande vuoto alla morte dell’amico.
Forse… ma Delbono si muove al di fuori della logica convenzionale, e lo dichiara immediatamente nell’invitarci al viaggio. “Attenti alla logica, perché l’incontro con la follia è in grado di sovvertirla”.

Il suo è un viaggio nei sentimenti, nel profondo, alla ricerca di quell’ineffabile momento di gioia che prima o poi incontriamo tutti perché “così come non si è mai visto un inverno a cui non segua la primavera, così la gioia arriva”. Ma per raggiungerla dobbiamo consumare sette paia di stivali di ferro, come nelle fiabe di Perault, come nelle scenografe che si susseguono sul palco, arricchite dalle fragili e delicate invenzioni floreali di Thierry Boutemy. In grado di porte luce nei momenti di buio. Buio e luce che si susseguono nella tessitura dello spettacolo.

Dapprima un tango sensuale, che racconta la storia di una bella e voluttuosa tanguera, che veglia l’amico andato in coma. Poi maschere orribili strozzate in un urlo muto, luci stroboscopiche che illuminano i movimenti convulsi di una maschera rutilante vestita di bianco. Luci che amplificano ogni fotogramma all’infinito. Quindi la bellissima poesia laica di Erri De LucaMare nostro che non sei nei cieli”. A contrappunto di una ricerca della gioia, che non è solo fatto individuale ma anche collettivo.

Attenzione però, parole come dapprima, poi, quindi nel teatro di Delbono hanno poco senso. Le sue sono suggestioni che ci parlano nel profondo dell’anima, che entrano in risonanza con le nostre storie, i nostri dolori, con la nostra ricerca della gioia. Ed è proprio questa risonanza che a volte spiazza, coglie di sorpresa, quando scopriamo che ciò che accade sulla scena dà voce ai nostri fantasmi più intimi, commuove, porta il pianto, dona allegrezza.
Clown folle, animato da una splendida follia, che forse è l’ultima cifra possibile per un’umana guarigione, Pippo Belbono si trasforma in una sorta di Orfeo che ci accompagna nel viaggio. Ci fa riemergere alla fin con un grido liberatorio alla gioia, che inopinata, sorprendente, ineffabile ci coglie improvvisa. Allora le sbarre delle nostre esistenze, aggrovigliate nei tre peccati capitali denunciati dal Budda e ricordati da Delbono: avidità, collera e stupidità, lasciano il posto a giardini e alle colonne fiorite dello splendido fiorista normanno, che con tanta freschezza è riuscito ad accompagnare Delbono alla meta del viaggio.

Si tratta di un viaggio spirituale quello proposto da Delbono. Un viaggio che non fa sconti, a nessuno, né al regista attore, né al pubblico, che deve essere pronto a confrontarsi con ciò che di più profondo e oscuro abita l’essere umano.
Uno spettacolo indubbiamente non per tutti, dove sperimentazione e semplicità vanno a braccetto. Quella stessa semplicità che fece dire del poeta Saba: “L’unico veramente capace di far rime in cui amore e cuore stanno con fiore”.

Potenti ed evocative le musiche accompagnano gli attori. Così sulla scena si susseguono, in un gioco di clownerie, Nelson emerso dalla follia. Gianluca, ragazzo down, dai capelli rossi che interpreta una bellissima “Maledetta primavera”, Pepè rifugiato argentino che da impeccabile servo di scena semina il palco di barchette di carte, di panni colorati, di foglie. Dando vita a visioni surreali, dove gli attori-performer dipanano la loro magica follia.
E c’è anche l’amico Bobò con la sua voce da uccellino, portata in scena a commuoverci, a ricordarci il valore dell’amicizia, e della gioia, meta del viaggio.
Gianfranco Falcone – https://www.disaccordi.it/

Piccolo Teatro Strehler
dal 4 al 9 giugno 2019
Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30; domenica, ore 16.
Durata: un’ora e 20 minuti senza intervallo

La gioia
uno spettacolo di Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Zakria Safi, Grazia Spinella
e con la voce di Bobò
composizioni floreali Thierry Boutemy
musiche Pippo Delbono, Antoine Bataille, Nicola Toscano e autori vari
luci Orlando Bolognesi
suono Pietro Tirella
costumi Elena Giampaoli
elettricista Alejandro Zamora
capo macchinista e attrezzeria Gianluca Bolla
responsabile di produzione Alessandra Vinanti – organizzazione Silvia Cassanelli
direttore tecnico Fabio Sajiz
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
coproduzione Théâtre de Liège, Le Manège Maubeuge – Scène Nationale

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