La giovinezza e la costruzione dell’appartenenza

Castelluccio di Norcia

Sto rientrando da un'udienza al Tribunale per i Minorenni di .
È l'ora in cui i ragazzi e le ragazze delle superiori escono da scuola e si riversano sui mezzi pubblici. In questo caso sulla linea due della metropolitana in direzione Gessate. Io sono miracolosamente riuscita a ritagliarmi un posto a sedere e, da dietro le lenti degli occhiali da sole, mi fingo annoiata, ma in realtà osservo affascinata la fauna circostante. Dopo una prima occhiata di ricognizione, la mia attenzione si appunta su tre ragazze, amiche direi da come ridono insieme complici, che quanto a fisicità non si assomigliano per nulla, ma nell'abbigliamento potrebbero essere gemelle.
La più carina delle tre indossa con disinvoltura un paio di pantaloni cargo a vita bassa che valorizzano il suo fondoschiena stretto e sodo. Il ventre piatto è naturalmente scoperto secondo la moda del momento che vince anche sul clima freschetto a dispetto della stagione. Completa il look un top nero minimale da cui occhieggiano due seni tondi e impertinenti come solo le tette di una sedicenne sanno essere.
La seconda ragazza somiglia alla prima, ma ha forme meno provocanti e l'abbigliamento, se pure identico persino nei colori, non risulta altrettanto seducente. I pantaloni cargo la fanno più magra di quello che è, il top nero contrasta eccessivamente con la sua carnagione diafana. Nel complesso l'effetto ricorda la copia di un quadro d'autore: gradevole, ma senza il tocco personale dell'artista.
La terza del trio è decisamente sovrappeso. Il top, che nel suo caso è fucsia, le schiaccia i seni abbondanti a cui, invece, un bel décolleté avrebbe reso giustizia; la pancetta rilassata, esposta come da tendenza, suggerisce troppe merende con pane e Nutella e non ha davvero nulla di erotico.
Mi scappa un sospiro sebbene nel modo in cui le guardo ci sia più la tenerezza della madre che l'invidia della donna per un'età che non le appartiene più da un pezzo.
Ma perché, anziché omologarsi, non cercare di assomigliare a se stesse, mi chiedo. Perché sforzarsi di adattare corpo e personalità a una forma che non ci rispecchia?
Arrivata a casa, giro l'interrogativo a mio figlio.
Mamma, ma guarda che è normale” – scatta lui – “tutti vogliamo appartenere, ce lo ha spiegato pure il prof di scienze umane!
Lo guardo con sottile compiacimento perché sta finalmente imparando ad usare quello che studia come una lente attraverso cui guardare il mondo.
Peraltro ha ragione: il bisogno di appartenere ci accomuna tutti. Per usare la bella immagine di Zerocalcare non siamo che fili d'erba in mezzo a un prato e, se da un lato la coscienza della nostra irrilevanza è preziosa perché ci libera dalla tentazione di attribuirci troppa importanza, e troppe responsabilità, dall'altro ci fa sentire vulnerabili, esposti come siamo alla precarietà delle relazioni e all'incertezza del futuro.
Ecco allora nascere il nostro bisogno di tenerci stretti l'uno all'altro perché un'improvvisa folata di vento non ci strappi dal prato che ci ospita.
Ci sono, però, due modi per costruire un'appartenenza.
Il primo esige la creazione di una identità comune dove per potersi riconoscere occorre indossare la stessa divisa e pensare gli stessi pensieri. Inevitabilmente chi ha gusti, sensibilità o inclinazioni differenti diventa estraneo e anzi nemico. Questo metodo, infatti, non conosce sfumature: o si è con noi o si è contro di noi.
È la strategia dei muri, dei blocchi alle frontiere, reali o immaginari che siano. Entro i confini in cui si declina l'appartenenza al gruppo ogni differenza è bandita, ogni alterità viene vista come il seme di una pianta infestante da estirpare in fretta prima che metta radici.
Il bello, ma sarebbe meglio dire la tragedia, di questo sistema – che a volte è mera forma mentis, ma in precisi contesti o momenti storici diventa regime – è che fa della sicurezza la sua bandiera, ma non riesce affatto a garantirla. Non solo perché nessuna barriera è impenetrabile, perché ogni muro ha una crepa, un punto che, se si preme con abbastanza insistenza, prima o poi cederà, ma soprattutto perché è facilissimo e talvolta inevitabile scivolare fuori, tra coloro che  per colore della pelle, orientamento sessuale, ceto sociale o chissà cos'altro in quel mondo non hanno cittadinanza.
Basta una distrazione, un errore di calcolo, una scelta avventata, ma anche un banale capriccio del caso, per finire “di là”.
L' imprenditore facoltoso fallisce e diventa povero, il nazista scopre di avere origine ebree, all'omofobo capita un figlio omosessuale, chi ha sempre discriminato le persone con una disabilità si ritrova sulla sedia a rotelle. Improvvisamente si è fragili e soli, margherite in un campo infiammato di papaveri.
Ma c'è anche un'altra via.
Anziché erigere muri sempre più alti, si possono costruire ponti. Invece di temere la contaminazione, la si può ricercare, un po' come fanno i grandi chef che sanno perfettamente che per raggiungere le vette del gusto alle volte bisogna osare accostamenti improbabili.
Il punto, fuor di metafora, è che per riconoscersi non è necessario assomigliarsi.
Non serve inventare un nemico per rinsaldare il nostro senso di appartenenza, né soffocare le differenze che anzi testimoniano la nostra irrinunciabile unicità.
Le ragazze che ho incontrato in metropolitana potranno benissimo continuare ad essere amiche anche indossando abiti diversi che consentano loro di esprimerne la personalità e valorizzarne il corpo. Non sarà una pancia scoperta a certificare il loro legame, ma la cura che sapranno avere l'una dell'altra, la tenerezza con cui accetteranno i reciproci limiti.
Perché ciò che ci unisce per davvero non è una divisa né la religione o la cultura. Non è il genere né l'orientamento sessuale, non è la conformità dei corpi. Ciò che ci unisce trascende persino la sintonia dei pensieri, l'identificazione negli stessi valori.
Sta nell'affanno con cui cerchiamo tutti un senso all'incessante rincorrersi dei giorni, negli stratagemmi che inventiamo per esorcizzare la paura della morte, nell'inconfessato desiderio di mostrarci vulnerabili sperando che l'altro non farà della nostra fragilità un'arma. Sta nella capacità di sbagliare, sognare, soffrire. Insomma, in tutto ciò che, nonostante differenze talvolta inconciliabili, comunque ci accomuna.
Dovremmo solo ricordarci più spesso di essere dei minuscoli e allo stesso tempo meravigliosi fili d'erba nel prato dell'esistenza.
Tutto qua.
Heidi Heilegger

 

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