La guerra in Ucraina vista dalla Romania

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La guerra a noi, nati e cresciuti nell’Europa occidentale nella seconda metà del Novecento, è sempre sembrata lontana. Lontana nel tempo, combattuta tra le pagine dei libri di storia o nei racconti dei nostri nonni, oppure lontana nello spazio, anche se, in fondo, non lo era. Basti pensare all’esempio della Jugoslavia. Ma ci piaceva pensarla così: ingiusta, crudele, terribile, ma “degli altri”. Sebbene l’Europa meridionale, e in particolare l’Italia che ne è la punta estrema sul Mediterraneo, sia da tempo coinvolta nel dramma delle immigrazioni dall’Africa e dal Medioriente, spesso conseguenze di guerre che ci riguardano direttamente. Forse si trattava di una sorta di difesa, un modo per non farsi travolgere dall’orrore, forse dovremmo essere anche un po’ indulgenti verso noi stessi per tutte le volte in cui ci siamo sì rattristati per una guerra, ci siamo sì indignati, ma non abbastanza, non con il coinvolgimento che la guerra, qualunque guerra, merita. In questa mattina di inizio marzo mi rendo conto di quanto siamo stati distaccati, e di quanto ora il risveglio sia amaro.

Negli anni di vita a Bucarest ho sentito più volte le prove degli allarmi, ma solo la prima volta mi sono spaventata. Ho visto passare spesso gli aerei da guerra sopra casa, ma l’inquietudine si è fatta via via più sottile, lo stupore sempre più breve – “ah già, ci sono le basi Nato”. Oggi invece la guerra è qui vicino e si insinua, invisibile ma tenace, nella quotidianità di tutti. Alla base militare Mihail Kogalniceanu, vicino a Costanza, anche l’Italia ha mandato aerei in questi giorni. Eppure Costanza per i rumeni, e anche per me, ha sempre evocato il mare, non certo la guerra. Fino a una settimana fa.

Mi arriva un messaggio da un amico: si può andare a donare il sangue al centro trasfusionale nel cortile dell’Ospedale universitario centrale di emergenza militare per i feriti ucraini. Mi manca il fiato e questa volta non basta sentire la quotidianità dei bambini nella stanza accanto per stare meglio. Esco. L’ambasciata della Russia è transennata e, appena ci si indugia davanti, una guardia fa cenno di muoversi. Ci sono state diverse manifestazioni nei giorni scorsi. Un signore rumeno di una certa età, dal lato opposto della strada, sta immobile con un cartello “stop war”. L’ambasciata dell’Ucraina è a pochi passi in linea d’aria: fiori, candele, cartelli in tante lingue, anche in italiano. Un gruppo di una decina di persone staziona lì fuori, in attesa forse di entrare, o forse di notizie. Non oso chiedere né avvicinarmi troppo a quegli sguardi spezzati.

Mi dico che ci sarebbe bisogno di trovare un po’ di umanità, in questi giorni di nuovo freddi dopo un inverno mite, per avere non dico sollievo, ma un istante di tregua nei nostri pensieri. Voglio ascoltare e raccontare la solidarietà che corre su quei 600 chilometri di confine con l’Ucraina, e che partendo da lì investe la Romania intera. In fondo, al di là delle leadership, la storia in questi giorni è fatta anche dei tanti gesti delle associazioni e della gente comune, e pure questo va raccontato. Basta fare una telefonata, inviare un messaggio, navigare un po’ in internet per sentire che le persone sanno accogliere e tendere la mano.
La mia amica Alexandra Paucescu mi mostra le foto dell’Associazione Caradja Cantacuzino, Ong che si occupa tra le tante cose di bambini in difficoltà, una delle tante che a Bucarest in questi giorni raccolgono aiuti: il numero dei volontari e la quantità di beni di prima necessità è impressionante. Intanto nel giro di poche ore l’imprenditore Alexandru Panait ha creato la piattaforma refugees.ro per mettere in contatto i rifugiati ucraini, che possono indicare le loro urgenze a chi li vuole aiutare con un alloggio, un passaggio in macchina, qualche pasto, beni di prima necessità. E i numeri di chi offre una mano continuano a crescere, così come si allunga la lista di ristoranti e hotel che offrono pasti e alloggio a chi si presenta con passaporto ucraino.

Mentre guardo le moltissime offerte di aiuto che corrono in rete, con centinaia di rumeni che aprono le porte delle loro case, che ospitano al loro tavolo chi fugge o che li accompagnano con i loro mezzi, mi arriva un messaggio di Simona Carobene. Lavora da più di venti anni nel sociale in Romania ed è corsa al confine per dare una mano all’Associazione Volontari per il Servizio Internazionale (AVSI), al partner rumeno dell’associazione e alle analoghe realtà ucraine dall’altra parte. Mi racconta del freddo, della neve e della tanta, tantissima gente che arriva percorrendo molti chilometri a piedi. Durante il viaggio Simona ha ricevuto la telefonata di una donna disperata che, lasciandola senza parole, le chiedeva in lacrime giubbotti antiproiettile, elmetti, guanti e scarponi per i soldati.

Nei tendoni di un campo profughi, oltre agli ucraini, sono accolti anche più di 400 studenti indiani e pakistani in attesa di essere rimpatriati. Alcune suore sotto una tenda preparano della zuppa calda, solo una goccia in un mare di dolore, ma già tanto, tantissimo visto il freddo che fa.
Roman, un ucraino che è riuscito a entrare in Romania con la moglie e i cinque figli, potrebbe andare altrove, ha una rete di amicizie in altri paesi europei, ma ha deciso di restare lì, al confine: parla inglese e rumeno, può dare una mano alla sua gente che continua ad entrare ininterrottamente. Sta in una casa di accoglienza con 57 persone, di cui moltissimi bambini. E sa bene che hanno bisogno non sono solo di coperte e cibo, ma anche di non sentirsi soli, di un sorriso, di un abbraccio. Quali speranze hai per il tuo paese, per la tua gente? – chiede Simona. Roman alza le spalle – la vita eterna, forse.

Subito dopo mi chiama Don Valeriano, un amico sacerdote dell’Opera Don Orione. Si trova a 50 km da Budapest, sta rientrando dall’Italia. Due sere fa ha ricevuto una telefonata da Leopoli: bisogna trarre in salvo i più fragili, i disabili, è difficile farli stare nel bunker improvvisato allestito da Don Moreno, un altro sacerdote dell’Opera, nella struttura che li accoglie. Don Valeriano e un terzo sacerdote, Don Gabriele, prendono una macchina e un pullmino e partono. S’incontrano nel cuore della notte con il confratello a una dogana secondaria, sperando che i ragazzi trovino poca coda. E così è: solo tre ore di attesa e una decina di persone, di cui due in sedia a rotelle, entrano in Romania. Moreno torna indietro, anche se i doganieri gli dicono di restare perché è pericoloso. Valeriano e Gabriele si rimettono alla guida fino ad Oradea, città rumena al confine con l’Ungheria. Le frontiere tra Romania e Ungheria si spalancano, anche se i documenti non sono tutti in regola, la solidarietà dei doganieri è tangibile e scalda il cuore. Mentre scrivo, Valeriano sta compiendo un altro viaggio, questa volta per portare in salvo 44 persone, mamme e bambini. Non tutti i minori hanno i documenti, ma lui confida che anche questa volta non ci saranno problemi. Stamattina, 4 marzo, ho avuto la conferma che sono arrivati in Italia.

Intanto al confine i rumeni continuano ad essere molto attivi: arrivano a decine, portando viveri, coperte, giocattoli, offrendo passaggi in macchina, un letto, un pasto nella propria casa.
Scorro le foto di un amico fotografo, Mugur Varzariu. Come pensavo è lì, al confine, anche lui. Gli scrivo di raccontarmi un momento, un volto, una situazione che l’ha colpito, che l’ha aiutato a tenere viva la speranza, la fiducia nelle persone. Mi racconta di Anastasiia, arrivata con sua madre e la sua bambina da Odessa alla dogana di Isaccea, portando con sé un trolley e nient’altro. Sfinita, è scoppiata a piangere quando si è resa conto di non avere con sé il passaporto. Il comandante di frontiera, un omone con la divisa scura, le ha porto una rosa, finita lì chissà come in quella confusione, e poi l’ha fatta passare. Da Isaccea, Anastasiia ha trovato un passaggio per Bucarest, dove ora è ospitata dalla madre di un gendarme rumeno. Prima di salutarci, ci diciamo che nello spazio di pochi metri si trovano il peggio della guerra e il meglio dell’umanità.

Di fronte a tanta violenza, a tanto dolore, quando lo sconforto sembra sopraffarci, non ci resta che fermarci un momento a pensare all’esempio di tante, tantissime persone, donne e uomini, che nel freddo della lunga notte che il nostro continente sta attraversando sanno mettersi a disposizione, aprire le porte delle loro case e tenere accesa una fiamma di speranza, tanto piccola quanto preziosa.
Giuliana Arena

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