La legge “gentile” di Gigi e la grazia di Alessandro Comodin

Alessandro Comodin
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La splendida cornice romana di Trinità de’ Monti ha offerto agli appassionati del cinema – la scorsa settimana – una ricca occasione di ritrovo con il Villa Médicis Festival Film [1], giunto alla sua seconda edizione. La manifestazione ha proposto anche quest’anno un menù intrigante e variegato, apprezzabile da parte di palati con diverse sensibilità. Quattordici film internazionali in concorso, cinque proiezioni all’aperto nel suggestivo piazzale, masterclass, proiezioni fuori concorso, installazioni… Una bella offerta che ha percorso la geografia del mondo (Guinea Bissau, Guyana, Francia, Stati Uniti, Italia, Brasile, Siria, Libano, Sudan, Vietnam, Iran…), sia degli autori che delle loro storie.

La giuria – composta da Marie Losier, Pietro Marcello e Sylvain Prudhomme – ha premiato due opere [2]: la prima, come miglior film, è Le champ des mots, della regista Rania Stephan (2022, Libano, 70’). Rania Stephan, nata in Libano, dialoga con scrittrice siriana Samar Yazbek, provando a capire se cinema e la letteratura possano rendere conto della tragedia della guerra e se vi sia un modo – tessendo vari elementi visivi e sonori – per dare un senso alla violenza del mondo.
Il premio speciale è invece stato assegnato ad Alessandro Comodin. Comodin, classe 1982, ha presentato per la prima volta al pubblico italiano – dopo il recente successo al Festival di Locarno [3] – questo suo ultimo lavoro: Gigi la legge.

Gigi – Pier Luigi Mecchia, nella vita zio di Alessandro Comodin e agente per davvero – lavora per la polizia municipale del suo paese, San Michele al Tagliamento: pattuglia strade più o meno tranquille, incontra la gente e parla con tutti. Si incontra con fatti imprevisti, come la morte di qualcuno che si è tolto la vita lungo la ferrovia: occasione per indagare, discretamente, sul disagio di un paese apparentemente tranquillo. E poi ci sono le sue conversazioni, quelle in automobile coi compagni di pattuglia e quelle via radio con una nuova collega sconosciuta, Paola, con la quale comincia quasi una storia di reciproca seduzione vocale. Gigi coltiva poi un intricato e lussureggiante giardino, quasi un bosco in miniatura, che cerca di preservare dalle richieste insistenti di un suo vicino affinché si decida a tagliare questi alberi invadenti e troppo rigogliosi.

Il racconto – che mescola documentario e finzione, superandoli entrambi – seduce e affascina, confermando le ottime qualità del regista friulano, che torna per la terza volta a proporre la sua narrazione gentile, dopo il bell’esordio di L’estate di Giacomo (2011) e il successivo I tempi felici verranno presto (2016). Dopo la presentazione e il confronto con il pubblico a Villa Medici, l’ho raggiunto nella sua casa a Parigi, dove abbiamo potuto approfondire le molte suggestioni che Gigi la legge trasmette e che qui propongo.

In attesa che il film esca nelle sale, lo si potrà vedere in via straordinaria – lunedì 26 settembre alle ore 18.00 – al Nuovo Olimpia di Roma, nell’ambito della rassegna Cannes, Locarno e Venezia a Roma e nel Lazio [4].

Pier Luigi Mecchia in Gigi la legge di Alessandro Comodin
Pier Luigi Mecchia in Gigi la legge di Alessandro Comodin

Dopo Locarno, che mi sembra ti apprezzi sempre con entusiasmo – anche con L’estate di Giacomo nel 2011 è andata così – anche Roma si è innamorata di Gigi la legge e del tuo stile, del tuo modo di fare cinema. Ti voglio leggere la motivazione – la conosci, ovviamente – che è stata data al tuo film dalla giuria di Villa Medici: «Per la delicatezza, l’umorismo e la generosità; l’eleganza e la grazia della regia; la bellezza e la tranquillità del personaggio; la dolce follia dell’incarnazione della legge, e per inviare i nostri migliori auguri a quest’uomo che vorremmo incontrare ogni giorno». Ti senti compreso in questo giudizio?

Sono totalmente lusingato. Sentirsi dire delle cose così e soprattutto dalle persone così carine che ho avuto modo di conoscere lì… Insomma, le parole sono dette da persone – belle persone – che lavorano bene, che hanno una propria poetica, una realtà molto forte. Devo dire che hanno colto in pieno tanti aspetti del film. Sono ovviamente lusingato dal riferimento all’eleganza e alla delicatezza della regia: è qualcosa a cui credo molto e che anima il mio lavoro. Divento pazzo quando vado al cinema e non trovo la stessa cura, la stessa finezza. Trovo che tanti film sono veramente molto grossolani e volgari, rispetto alla regia. Non parlo della sceneggiatura, ma la regia, le immagini, il montaggio, il suono… Sono cose che fanno un po’ l’artigianato del nostro mestiere. Quindi sono molto lusingato e devo dire che hanno colto nel segno. Credo che il film sia chiaro anche su questo aspetto. L’altra cosa che mi fa molto piacere – nella motivazione della giuria – è appunto che abbia colto questa gentilezza, la gentilezza del personaggio di Gigi e “la dolce follia dell’incarnazione della legge”.

Mi piacerebbe intitolare questa nostra conversazione, se non ti dispiace, “La legge gentile di Gigi e la grazia di Alessandro Comodin. Mi era venuta in mente anche la parola “cortese”, se non fosse un termine polimorfo e ambiguo nell’italiano di oggi, mentre andrebbe inteso come lo si usava nel Medioevo…

Sono d’accordo, è ovvio che non siamo in una corte. Si potrebbe anche parlare di un “romanticismo”, se vuoi, desueto, che rimane, che si rivendica come tale, che continua nonostante tutto. Un po’ dello spirito di Don Chisciotte, in questo mondo dove tutte le parole sono state rubate, specie le parole belle. Nonostante ciò, continuiamo; anche perché, se vuoi, il cinema – almeno il cinema in cui credo io – non è fatto solo di parole, è fatto soprattutto di sensazioni e di momenti così, che fuggono. C’è nel cinema qualcosa che riguarda da un lato l’essere desueto e –allo stesso tempo – l’essere proiettati verso il futuro.
È evidente che – in un certo senso – il cinema sta morendo, per come l’abbiamo visto, per come è nato e come l’abbiamo inteso e come continuiamo a intenderlo. Sta morendo. Però allo stesso tempo credo che sia l’unica via, una delle vie belle – in ogni caso – per il futuro: perché c’è condivisione, perché non ci sono (non ci dovrebbero essere) tutte queste sovrastrutture di parola, di linguaggio. Parole e linguaggi che sono state, come ti dicevo prima, rubate quasi tutte, sia dalla politica che dalla televisione. Mentre invece sono delle esperienze così fisiche ed emotive che sono meravigliose da condividere in una sala oscura.

Che cosa ti ha sedotto del cinema? E dove nasce questa tua passione? Mi chiedo se c’è stata una ”epifania” che ti ha portato dove sei ora. È una domanda che ti sarà stata fatta molte volte, ma te la formulo lo stesso, anche se hai iniziato a fare cinema più di dieci anni fa.

Sai, venendo dalla campagna non sono mai andato tanto al cinema. Da bambino sarò stato al massimo un paio di volte a vedere i film di Walt Disney. Poi ho frequentato il liceo classico, dove negli ultimi tre anni c’era un corso di videocamera. Ho cominciato a filmare così, con le videocamere, con le videocassette, in analogico, l’analogico della fine degli anni ’90. Mi ricordo di questo signore che ci faceva i corsi di videocamera e che ci aveva mostrato qualche immagine: I 400 colpi, Fino all’ultimo respiro, Roma città aperta… Solo immagini, però, senza vedere il film. Nello stesso periodo ogni tanto facevo scorribande televisive solitarie, magari su Rai3, a Fuori Orario. Anche in televisione, guardavo i film che passavano (Rete4, oltre Rai3). Fino a che non sono andato all’università. Siccome volevo fare qualcosa di concreto, sono andato ovviamente al Dams, sbagliando! Però è stato bello, perché ero a Bologna, e sono andato in Cineteca. Avevo con me questa specie di lista infinita di cose da vedere, di cui tutti parlavano – anche a sproposito, probabilmente – ma che dovevo assolutamente vedere. Sono andato in Cineteca e sono rimasto due anni lì dentro. Praticamente, la cosa più interessante del Dams per me è stata la Cineteca. Come altri, poi, ho fatto l’Erasmus e sono andato a Parigi. Avevo 21 anni e non sapevo ancora cosa mi sarebbe piaciuto fare. Rimanevo ancora così, in sala cinematografica. Alla fine dell’Erasmus, siccome non volevo tornare in Italia, ho provato questa scuola, il concorso per la Scuola di cinema di Bruxelles. E visto che ero italiano – ma forse è la mia impressione – mi hanno preso. Gli ho parlato di Pasolini, di Nanni Moretti…

Hai giocato le tue carte…

Ho giocato, ma chissà… Io gioco sempre così, con la modestia di chi viene dalla campagna. Penso a volte che è stato forse più decisivo lo sguardo degli altri che quello che – come italiano – potevo fare. Lì mi sono accorto che all’estero il cinema italiano è stato molto importante, cosa che in Italia non avevo capito così bene.

Ma c’è stato qualcuno che ti ha traghettato, che ti ha “folgorato”?

Diciamo che sono entrato nella scuola, nella sezione della regia. Eravamo in sei, sette nella sezione, e mi ero messo in animo di fare qualcosa. Lì ho incontrato un professore, soprattutto, che aveva lavorato con Jean Rouch. Mi sono accorto che comunque la sezione della finzione, diciamo la parte finzionale della scuola, era molto debole. Invece la parte documentaria era molto più “irrazionale”, inventiva, forte. Mi piaceva di più perché era più libera. In ogni caso, sai, dalla parte della finzione erano ancora lì a raccontarmi le storie di Hitchcock. Bello, per carità, però… Era il 2004, 2005. Io avevo visto tante altre cose e non sentivo uno scatto. Invece il documentario era totalmente libero. Potevo fare quello che volevo. Finzione e documentario insieme. E infatti questo professore di cui ti stavo dicendo mi ha aiutato e mi ha portato fino al film di diploma, che ho fatto su dei cacciatori di cinghiale. Jagdfieber, si intitola. È del 2008. Un po’ strano da vedere…

Non così strano, certo originale. Anche questo tuo primo lavoro mi ha molto colpito. Tu sei sempre all’aperto. Sei un uomo degli spazi aperti.

Sì. Sto bene fuori. All’interno mi sento sempre un po’ in prigione.

Vivi in Francia, hai studiato in Belgio. Però ci racconti queste meravigliose storie del Friuli. Bisogna un po’ allontanarsi per poter tornare. Troppo banale?

No, è così. Io poi faccio dei film personali, non sto a raccontare storie in generale. Parlo proprio del particolare, cercando di recuperare uno sguardo più personale possibile. Così, la direzione più naturale è quella di tornare un attimo a casa, a rivivere – perché alla fine questo è il privilegio di quello che faccio – delle sensazioni e delle storie che ho già vissuto. Insomma, io non posso parlare d’altro che di cose che ho già vissuto. E quindi tutte queste cose qui, anche in Gigi la legge, io le ho già viste, le avevo già vissute, magari in sogno. Metti però che le avevo vissute per davvero. Avevano quell’odore, quell’odore lì, dell’umidità della bassa friulana con le zanzare.

Vedendo il film, ho pensato che effettivamente mancasse solo l’odore: perché c’era la voce, c’era lo sguardo – anche quando lo sguardo non vede – ma mancava l’odore. Il cinema ancora non ce lo dà…

Qualcuno ha provato, ma non so se funziona. Però io credo che per me potrebbe funzionare: perché essendo un film totalmente e sempre collocato nello stesso posto, poi tu puoi lanciare un odore e rimane sempre quello.

C’è un racconto fantastico piuttosto originale di Primo Levi – si chiama “Mnemagoghi” [5], cioè suscitatori di memoria – che narra la storia di un medico anziano che consegna la sua condotta medica ad un giovane un po’ spaesato. Al quale fa vedere nascostamente una sua privata collezione di boccette, dentro le quali ha sintetizzato gli odori della sua vita. Luoghi, persone, situazioni… Odori che sono più importanti di un album fotografico, di un documento, di un ricordo…

Mi fai venire in mente una frase con la quale Pavese apre una delle sue novelle, “Stato di grazia”, dove diceva – più o meno – che noi non vediamo mai la realtà la prima volta, ma sempre la seconda [6]. Quando l’ho letta ho detto: è quello che faccio, quello che mi piace fare. Perché allo stesso tempo che tu la vedi, la scopri e te ne ricordi. Tu vai per il mondo, vedi le cose. E poi non appena le vedi, le hai ricordate. Sei tra il presente e il passato, sempre. Cioè vedi sempre le cose che ti ricordi. È bellissimo.

Ester Vergolini in Gigi la legge di Alessandro Comodin
Ester Vergolini in Gigi la legge di Alessandro Comodin

Tu hai una tecnica narrativa molto sorprendente. Usi queste inquadrature che ci mostrano ma non ci svelano tutto. È un po’ una delle bellezze del tuo modo di fare cinema. La macchina da presa talvolta è ferma. Intorno succedono delle cose e noi le sentiamo; succedono anche dietro, o dentro l’automobile, vicino, al posto di guida, davanti, nello spazio, nello spazio della campagna dove Gigi fa impennare uno scooter, oppure dove vaga intorno al passaggio a livello. E le voci sono anche senza volto, almeno per un po’. La “scoperta” del volto di Paola, ad esempio, la nuova collega sconosciuta di Gigi, è una cosa affascinante. Gigi prova ad immaginare come sia fatta, chiede informazioni a chi ha già visto questa donna…  Questo in realtà è anche un paradosso per il cinema, perché il cinema nasce per mostrare, invece il tuo cinema vuole anche celare o disvelare.

Il cinema nasce per mostrare, però allo stesso tempo è anche come diceva Bresson, quando sosteneva che il cinema sonoro ha inventato il silenzio [7]. È un paradosso, tu mostri per nascondere, spesso mostri per nascondere, oppure non mostri per mostrare. Sempre molto paradossale, ovviamente. Quello che faccio io è molto, molto semplice. Cerco di recuperare la potenza del cinema, perché credo che sia stata un po’ dimenticata. Il cinema, in generale, si è dimenticato di quanto è forte. Cerco di recuperare soprattutto la base, gli espedienti più semplici che erano – che sono – quelli che ci fanno ancora guardare con stupore i film di Chaplin o quelli con Buster Keaton. E poi sono degli espedienti molto, molto basici. C’è la storia, per forza. Però allo stesso tempo c’è anche il modo di fare, il modo di produrre, il modo di filmare. Il mio modo di filmare è quasi quello documentario. Ogni inquadratura sono tutti lunghi piani sequenza. Ci sono poche inquadrature in Gigi la legge, ce ne sono 77, credo. Non perché le abbia contate, me lo hanno detto poi, nelle varie fasi della realizzazione del film; però, sai, un film “normale” ha più di 300/350 inquadrature, io ne ho solo 77.  Sono un po’ sotto la media, diciamo. Però, lavorando col piano sequenza, come diceva André Bazin [8], c’è un rapporto alla verità che è molto, molto più forte. E quindi, per forza di cose, un piano, un lungo piano sequenza ti fa ricordare, in quanto spettatore, che c’è tutto un mondo che esiste intorno, il fuoricampo. Nel mio film è talmente grande questo fuoricampo che diventa una sorta di “fuori-film”. Il fuoricampo diventa talmente grande che all’interno entra anche l’immaginario. Quello che è divertente, in questo modo di fare, è che le immagini sono veramente molto, molto grezze, nel senso che non c’è luce, non c’è neanche sceneggiatura, perché tutto quello che Gigi dice lo dice per davvero, non è scritto. Non legge un copione; o meglio, l’ha letto ma non c’era scritto quello che poi dice.
Quello che cerco io, appunto, sono gli incidenti della realtà, lo scontro tra quello che posso cercare io e quello che la realtà poi mi dà. È ovvio che la realtà è molto più interessante rispetto a quello che io posso volere da lei e quindi è l’incrocio e l’incontro tra me e lei. È ovvio che questo porta in faccia – davanti allo sguardo dello spettatore –questa contraddizione, questo paradosso per cui la realtà stessa, se tu la guardi a lungo, quasi trascende la realtà e ti apre dei mondi che sono anche delle possibilità, a volte oniriche, a volte appunto, di delirio personale e a volte di realtà pura. Tutto ciò assai semplicemente, come nel mio corto sui cacciatori, il mio film di diploma. Io ho filmato dei cacciatori che corrono, che cercano per davvero. Eppure, c’è qualcosa che nella accumulazione di realtà, piano piano, la realtà trascende, la realtà stessa diventa un film di finzione, ritrovi archetipi –che ne so – della mitologia, ritrovi delle cose che sono lì, nella realtà stessa, semplicemente perché tu stai lì a guardarla.

Hai detto anche che dopo l’Odissea, in fondo, è difficile inventare storie nuove. Anche i Promessi sposi, come diceva Eco, ridotto all’essenza, racconta di un uomo che si invaghisce di una donna che amava un altro uomo…

Eh sì, e non per questo la storia è meno interessante…

Mi ha colpito – leggendo la tua bella e lunga intervista a Carlo Cerofolini su Taxidriver [9] – la descrizione che fai della tua condizione presente di artista “frugale”. Da un lato contraddice una certa percezione che colloca chi in qualche modo si è affermato nel mondo del cinema in una sorta di upper class; dall’altra, conforta invece la dimostrazione che si può fare molto – e bene – anche con mezzi che non sono né quelli di Hollywood né quelli di Bollywood… L’hai raccontato con molta schiettezza. Non è facile vivere di cinema, anche per un regista come te che non è un esordiente.

Sì, sono sempre sull’orlo di dover andare a lavorare in un bar (ride)… Comunque bisogna vivere, non puoi astrarre le condizioni di vita di un artista da quello che fa. In Italia, essendo tutto così complicato, poter tirare avanti per gli artisti, per chi fa cinema, è piuttosto difficile. Si tratta fondamentalmente di persone ricche e che appartengono a una certa classe sociale. Mi dispiace tornare su queste cose, però sono importanti. Io ho trovato la mia strada qui a Parigi e qui – lo sai – per ora esiste ancora questo sostegno per gli artisti (i cosiddetti “intermittenti dello spettacolo”). Essere artista non è facile neanche qui in Francia – è più facile se sei un tecnico – però nel momento in cui io lavoro ho un anno di disoccupazione che mi permette in qualche modo di portare avanti il mio progetto, come io lo intendo. È ovvio che sono stato fortunato, è ovvio che ho trovato i canali per poter rendere il mio lavoro visibile: i Festival, il giro dell’Internazionale festivaliera, che fa sì che Comodin in qualche modo bisogna andarlo a vedere. È un privilegio per me. Però capisci che io vivo qua a Parigi con un bugdet limitato e quindi non posso raccontare altro che quelle storie che conosco e nel modo che corrisponde al mio ceto sociale. Sentendomi io privilegiato, in qualche modo, anzi totalmente privilegiato, per me è naturale lavorare in questo modo. Io non voglio avere più soldi. O meglio, vorrei avere un po’ più soldi, magari nell’anno in cui non avrò più la disoccupazione, perché adesso la sto perdendo. Per fortuna ho vinto il premio di Locarno (e ora quello di Villa Medici). Tiro avanti un po’ così. È una condizione precaria, però allo stesso tempo è una precarietà che è molto, molto ricca. Mi porta appunto ad andare verso quello che mi piace. Poi, vedendo che quello che faccio è comunque apprezzato, mi dico che devo continuare, che la strada è quella buona.

Come osservavo in occasione dell’incontro con il pubblico a Villa Medici, il tuo racconto è ambientato in questa Italia di oggi, così scombinata, al Nord-Est, in una provincia che è la meno eclatante che tu potresti immaginare. E mi dà la speranza che il nostro presente – perché il futuro non so come sarà – possa essere diverso da quello di un paese rissoso e volgare, che non sa guardare oltre il piccolo orto individuale (che però bisogna coltivare. Ci vorrei tornare sulla questione dell’orto o del giardino). Ti sembra che questo sia solo ottimismo ingenuo? Oppure che il nostro Paese, il nostro mondo e la nostra società, quella vicina a noi, quella che conosciamo, ha solo un futuro barbarico?

Il cinema è grande e lo schermo è grande. Sullo schermo grande tu vedi tutto. Io parto da questo presupposto. Filmare nel centro di Roma, ad esempio mi sembra vertiginoso, tanto tutto è talmente bello… Alla fine, c’è talmente tanta bellezza che alla fine finisce quasi per nascondere le cose importanti. Il mio è un riflesso, un riflesso fisico, vado sempre verso delle cose che conosco e delle cose che a priori non hanno nessun interesse. Questo di base, nell’ordinario. Queste piccole cose, piccole e buone cose del mondo di provincia. Un po’ come diceva Gozzano quando parlava delle «buone cose di pessimo gusto»[10]. Ebbene, e ovvio che in queste piccole cose, anche di cattivo gusto, si cela una grandissima verità che ci concerne un po’ tutti: perché comunque la nostra vita è fatta di piccoli momenti, di piccole cose, probabilmente banali. Io mi soffermo spesso su queste banalità; quando sono da solo a scrivere, mi ritrovo a scrivere cose grandi, magniloquenti, dei conflitti di sceneggiatura forti, così che il lettore possa dire: “questa storia è proprio necessario finanziarla”! Però in realtà poi mi accorgo che le cose più importanti, cioè una storia, la puoi fare veramente con dei conflitti talmente piccoli che sono quelli di sempre. Quelli che Chaplin poteva mostrare nei suoi film, il cane che abbaia, il cane cattivo… È ovvio che al giorno d’oggi, dopo tanti anni di cinema, ti sembra quasi troppo banale dire che c’è un cane che ti impedisce di andare a trovare la tua innamorata. Però per me queste sono le cose più importanti che devo raccontare. Ebbene, quando esco poi nella realtà con quello che ho scritto, mi accorgo che quando sono da solo a scrivere sono in qualche modo anche un po’ triste. Mi dico che il mondo va male, la gente è cattiva. Leggo i giornali e va tutto malissimo. Nel momento invece in cui vado verso la realtà, mi accorgo che è tutto molto più articolato e molto più complesso. E nel momento in cui io filmo, mi accorgo che sono felice di fare il mio lavoro, sono felice di aver trovato una realtà che mi corrisponde, che voglio raccontare; mi accorgo che questa realtà mi dà tantissime cose molto, molto belle. E anche le persone che a priori giudico brutte, che votano male, che pensano solo ai loro soldi e che dicono che tutto è tutta colpa dei neri e così via… In realtà poi quando tu vai con loro e stai con loro, un po’ di umanità la trovi sempre, anche nelle persone che a priori dici: “Ma sono veramente cattivi, questi!Nel momento in cui tu non sei più solo e ti confronti col mondo, trovi delle belle cose. Magari ce ne siamo dimenticati che siamo tanto soli. Siamo tanto soli, ognuno davanti al proprio schermo, ognuno nella propria casetta, ognuno nei propri piccoli problemi. E invece vai in giro e ti accorgi che è vero che ci sono molti più problemi di quelli che pensavi, però non sono situati dove pensavi: sono problemi umani insediati nella famiglia, spesso sono problemi economici. Sono questioni di lavoro, sono tutte le cose di cui non si parla mai, anche nella politica. In realtà, la vita delle persone è fatta anche di piccole cose di cattivo gusto e in quelle piccole cose, comunque, c’è anche tantissima bellezza. Di questo io ne sono convinto, anche se spesso lo dimentico. Nel momento in cui vado verso la realtà, è come se avessi una specie di fede nella realtà: forse è una reminiscenza religiosa o del fatto che sono italiano. Trovo talmente tanta bellezza che penso valga veramente la pena di continuare a dimostrare queste cose.

A proposito di mostrare: Gigi è sempre in movimento, però non corre mai (o così mi sembra: lo scoprirò alla mia seconda visione, come dicevamo). Non corre neanche quando scopre che qualcuno si è tolto la vita, quando indugia attorno al passaggio a livello e pensa al dramma del suicidio, ai suicidi ripetuti nello stesso luogo. Però non mi sembra solo la rappresentazione di un uomo dal carattere buono, di un uomo paziente, anche se certo è anche così. Vi leggerei piuttosto la necessità di prendersi del tempo per veder crescere le piante del proprio giardino, che sono le relazioni della vita. Le piante di questo giardino lui non le vuole tagliare perché forse non vuole tagliare le relazioni con gli altri e vuole che crescano. Un atteggiamento umano di benevolenza verso gli altri. Quindi, io non taglio le piante che mi danno fastidio, quindi non taglio la vita degli altri, non la taglio fuori. La tengo dentro e la faccio crescere. Non so se sei d’accordo con questa mia lettura.

Mi piace molto. Considera comunque che nella realtà quello che succede nel film esiste per davvero. Questo giardino – che è molto bello e dove tutto è romanticissimo – a me piace, mi piace il suo essere testardo, non voler tagliarle le piante. Il giardino di Gigi è interessantissimo, al di là della mia relazione storica con questo giardino dove ho vissuto, dove ho giocato, tantissimo, dove ho inventato infinite storie. Gigi è il suo giardino, questo giardino è una sua emanazione. Ed è come se gli alberi fossero anche un prolungamento di sé stesso. Da un punto di vista esistenziale, puoi leggerlo come la sua persona che deborda nella realtà. Sembra che tutto nel film sia emanazione della fantasia, dell’immaginazione, del desiderio di Gigi. Il suo desiderio va, invade gli altri, in qualche modo Il suo giardino invade anche il giardino del vicino e crea dei problemi. Ma questo debordare – è qui il grandissimo romanticismo di Gigi – che problema è? I suoi alberi vanno dall’altra parte, però non fanno male, anzi danno l’ossigeno. È un debordare bello. Mentre invece il vicino – che è anche suo cugino e mio cugino – risponde col diserbante.
La casa di Gigi è il suo nascondiglio. Tutto bellissimo, a parte le zanzare. Tutto strepitoso, non vedi niente se lui si nasconde lì. Si protegge. Dall’altra parte, quando vai dalla parte del vicino, che invece vuole avere il giardino col prato all’inglese tagliato da un robot, è ovvio che dall’altro punto di vista dici: “grazie Gigi, però stai a casa tua”. Un conflitto che non puoi risolvere, che non sarà mai risolto. Questo è Gigi. È un invadere bello, non so come dire: c’è qualcosa di generoso, è quello che vorrebbe lui nel suo essere così, anche un po’ infantile. Vorrebbe che tutti avessero una foresta a casa propria, che tutti avessero tantissimi alberi per combattere il cemento. Questo è quello che pensa lui, lo pensa veramente, profondamente. Sai che durante le riprese un’acacia è caduta sulla casa di un vicino? Lui, il vicino, per fortuna non ha detto niente. Tutta la troupe è andata lì a spostare l’albero, velocemente… Bisogna rispettare l’altro, e di questo Gigi a volte si dimentica, anche se fondamentalmente è una persona buona. Trovavo bello l’idea di fare un film su una persona buona, con una persona buona. In questo mondo di poliziotti – poveretti – tutti cattivi. Li rendono cattivi per forza, gli mettono dei vestiti che sono brutti. Gigi, nel suo lavoro, è stato un po’ allontanato: non era possibile avere un poliziotto buono, che ride: non si può. E quindi l’anno messo un po’ in disparte. Anche lui, del resto, si mette in situazioni inverosimili.

Come l’episodio del pattugliamento fuori dal territorio comunale…

Tutto vero! L’incidente gli è capitato veramente. La storia del ragazzo che porta al centro di salute mentale è vera. Lo ha accompagnato al centro di salute mentale, ha avuto dei momenti non proprio facili, appunto. Sempre in questa relazione, tra quello che è lui e quello che lui vorrebbe per il mondo, quando si accorge che il mondo non è così, lui fa fatica ad accettare. Il mondo può essere anche cattivo, e questo lo fa star male.

Questa è un’altra delle cose che mi hanno colpito. Cioè – come anche ne L’estate di Giacomo – la narrazione che tu fai del mondo potrebbe sembrare una narrazione ottimista, mentre invece in qualche modo è una narrazione soprattutto drammatica. La storia di Giacomo, ad esempio, è la storia di un ragazzo che non ha mai sentito e che scopre il mondo; di un giovane uomo che incontra l’amore, in questa stagione esplosiva della vita adolescente. E anche Gigi incontra diversi drammi: la visita al centro di salute mentale è un episodio toccante, non nasconde la difficoltà ma dimostra che la difficoltà si può umanizzare. Non siamo mai impediti di esseri umani: né di fronte al dramma dei suicidi – cioè quelli che invece hanno così insopportabile la vita da volerla interrompere – né di fronte alle difficoltà della vita: che siano le difficoltà di uno che non ci sente – che non ci ha mai sentito e che arriva dove non era mai arrivato, come Giacomo – sia di chi, come Gigi, incontra piccole e grandi difficoltà. Ecco, questo mi piaceva molto. Ma questa non è proprio una domanda, mi sembra più un’affermazione…

Sono totalmente d’accordo. C’è un parallelo tra i due personaggi, entrambi sono personaggi veri. Sono delle persone che mi toccano da vicino, perché le conosco e in qualche modo parlano anche – ovviamente – di me. Sono dei miei alter ego. Filmando e stando assieme a loro per così tanto tempo, grazie a loro, posso rivivere dei momenti e il loro rapporto col mondo, che è un rapporto difficile e conflittuale. Giacomo ha fatto tanta fatica, la fa tuttora. Gigi fa fatica. Non è facile vivere, è difficile, è un “mestiere”, come scriveva Pavese. Però, nonostante ciò, cercano di tirare avanti, sorridendo anche, nonostante tutto. Ed è un po’ il sapore dolce – o dolceamaro, un po’ acido – della vita, che è bella se la sai apprezzare. E quando arriva il tramonto, con la musica, il pianoforte e i violini, sono dei momenti che non ti aspetti mai. Arrivano sempre così, un po’ per caso, come un incidente. Dici: “che bello”! E poi è già passato, perché il tempo passa…

Senti, Alessandro: Pierluigi – Gigi – lo abbiamo visto, è uomo di questo tempo presente. Ma io ho una curiosità, perché sono passati più di dieci anni. Come sta Giacomo Zulian, il tuo protagonista de L’estate di Giacomo?

Lo seguo ancora, anche se un po’ da lontano – lui ha aperto una pagina sui social… – e vedo cosa fa. Giacomo lavora, ha 32 anni. Si occupa del controllo qualità in una fabbrica di vernici e ha la sua vita.

Tu l’hai reso un po’ famoso almeno e ne hai fatto un ritratto fortissimo. L’ho capito meglio vedendo gli extra del dvd, dove ci sono anche pezzi e testimonianze del suo faticoso percorso.

Sai, spero di non essere presuntuoso; ma c’è una cosa che è importante, oltre le relazioni, che vanno e vengono, come certe amicizie. Quello che resta, quello che più o meno consapevolmente ho voluto fare (la ragione per cui lavoro sempre con delle persone così, che non hanno la faccia del protagonista, che non sono bravi attori, che non sono belli e fighi) è di far capire loro – con questo lavoro, con questa piccola esperienza, semplicemente – che sono delle persone belle, che sono persone bellissime. Che possono in qualche modo, se guardate bene, essere degli eroi almeno grandi quanto dei grandissimi attori o delle grandissime star. E sono anche meglio, in realtà, perché sono vere per davvero. Gigi era sempre lì a dire: “ma guarda te che vita”… Poi lo avevano declassato, gli avevano tolto la divisa, pure la pistola…  E invece, vedendo il film, la prima cosa che mi ha detto è stato: “cavolo, però, sono bello…”

E lo avrà detto con quella sua cadenza morbida, con quel suono, quella voce unica…

Sembra quasi una banalità, però, quando te lo dice col quel suo tono di voce… Io sono stato veramente molto felice. Sono riuscito a far capire a una persona – che magari non lo sapeva – che è una persona bella, che vale la pena di guardarla.

Coi registi spesso si parla di quali film abbiano visto, ma io invece – ascoltandoti – sono incuriosito dalle tue letture…

Ma sai che alla fine non ho letto tanti libri in vita mia. Ho fatto il liceo classico, sì, ho letto tante storie; però non sono un grandissimo lettore di libri. Ho tantissime storie in testa, questo sì. È come se le storie le continuassi da me. La mitologia mi è rimasta tantissimo in testa, come reminiscenza del liceo. Il liceo per me è stato molto importante, anche se non sono stato sempre un bravo allievo. Però la letteratura a me piaceva tanto, come la filosofia. C’era una miniera di storie bellissime e di libri…

E la lingua? Mi sono incuriosito nel vedere i sottotitoli al friulano. A parte la questione del doppiaggio, i sottotitoli – è ovvio – ci servono per afferrare quello che si dicono i protagonisti di una storia mentre seguiamo e ascoltiamo il suono di una lingua più o meno ignota. A me è successo, per esempio, con l’ebraico, oppure con film dall’India o dalla Tailandia. Nel film con Gigi – a parte la curiosità di vedere come venivano tradotte le imprecazioni ne L’estate di Giacomo – mi ha colpito che c’è la traduzione dal friulano. Mi ha un po’ spiazzato, mi rendeva più distante una lingua che non conosco ma dal suono non del tutto estraneo. Poi ho saputo di questa tua scelta di chiedere ai personaggi di non parlare per forza l’italiano – per obbligo alla telecamera – ma di usare la lingua di sempre. Quindi, anche il friulano.

Per me è naturale, perché cerco di portare le persone che filmo in una realtà dove si sentano bene, dove stiano comodi e possano essere più veri possibile. Quello che dici è interessante: poco importa quello che dicono, importa come lo dicono. Le parole sono anche suoni, per cui tu puoi dire delle cose bellissime, ma se le pronunci con cattiveria, quella cattiveria lì resta. Non resta solo quello che hai detto, la forma può essere quasi più importante del contenuto; e quindi è ovvio che Gigi doveva parlare così, come gli veniva. Per quanto riguarda i sottotitoli, avevo pensato anche di non sottotitolare le parti in friulano perché, almeno per quanto mi riguarda, mi piace – come spettatore, in quanto spettatore – non avere accesso a tutto. Anche con i sottotitoli, tantissime cose le perdi, e il friulano è effettivamente come una lingua straniera. Tradurre è sempre perdere qualcosa, anche se lo traduci bene. Perdi le connotazioni sociali, le connotazioni storiche… Non c’è solo il contenuto, anche perché quello che si dicono nel mio film è fondamentalmente abbastanza semplice. Però alla fine ho pensato che sarebbe stato meglio poter avere accesso a quello che si dice in friulano, soprattutto nella relazione di Gigi con questa sua collega. Ci ho messo veramente tantissimo tempo a tradurre i sottotitoli. Non era facile farlo: ho dovuto rielaborare tutti quelli in francese, facendomi aiutare da mia moglie, che è traduttrice, anche se il friulano non lo parla. Però è importante anche per lo spettatore, comunque, capire che sta perdendo qualcosa, che non ha accesso a tutto. Lo spettatore si fa il suo film, che certo è il mio film, ma allo stesso tempo è il film anche dello spettatore. Lui se lo prende, se lo porta con sé, ne fa quello che vuole… Mi chiedevi dei libri che ho letto, ed è così, nella mia testa si mescolano insieme alla mia vita e poi diventano altro, entrano nei film… È come ridare allo spettatore il potere di farsi il suo film, dargli uno spunto e fargli portare a casa le immagini, i suoni, portarseli via e vivere assieme al film. Non più andare in un cinema, vedere una storia e poi – finito il film – ti mangi un gelato e passi ad altro. I film ti restano, ti accompagnano.

Il film è quella lingua che non hai tanto capito, ma è anche quella cosa che non hai visto o subito afferrato.

Esatto. Ci sono tanti aspetti nei film, ed uno è l’aspetto dell‘apprendimento. Io, facendo i miei film, prima di tutto imparo; imparo tante cose su di me, sulla realtà e sugli altri. Però, in tutti i film che ho visto – i bei film, certo – ho vissuto esperienze nuove, vite “altre”. Tante storie d’amore io le ho vissute solo al cinema, ma mi sembra di averle vissute per davvero. Ho imparato tante cose. Ti ricordi questo film, La maman et la putaine di Jean Eustache? A un certo punto Jean Pierre Léaud dice questo, dice che guardando un film di Godard lui ha imparato a fare il letto. Prende la coperta e si butta sul letto, così… Nell’essere aneddotico, è molto vero quello che dice. Io ho imparato tantissimo dal cinema.

Mi suggerisci di dire che vedere un bel film è come leggere una buona storia. Significa vivere una vita in più. Diceva Umberto Eco che chi legge vive anche le vite e le storie che non gli sono appartenute. Così il cinema, che ci fa vivere anche delle immagini che sono state prima di noi. Grazie Alessandro!

 Paolo Sassi

[1] https://www.villamedici.it/festival-di-film-di-villa-medici/
[2] https://villamedici.it/attualita/vincitori-del-festival-di-film/
[3] Cfr. https://www.locarnofestival.ch/LFF/program/archive/film/Gigi-la-legge?fid=1288768&eid=75
[4] http://www.aneclazio.com/blog/eventi_news/
[5] P. Levi (con lo pseudonimo di Damiano Malabaila), Storie naturali, Torino, Einaudi, 1966, p. 9.
[6] «I simboli che ciascuno di noi porta in sé, e ritrova improvvisamente nel mondo e li riconosce e il suo cuore ha un sussulto, sono i suoi autentici ricordi. Sono anche vere e proprie scoperte. Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda, Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo». Così C. Pavese, Feria d’agosto, Torino, Einaudi, 1946, p. 219.
[7] Cfr. M. Piva, L’inquadratura sonora. Immagine e suono in Robert Bresson, Padova, Esedra, 2004.
[8] È l’argomento introdotto da A. Bazin nel piccolo volume – firmato con Jean Cocteau – Orson Welles, Paris, Chavane, 1950, poi ripreso in «L’évolution du langage cinématographique», in Qu’est-ce que le cinéma?, vol. 1, 1958, Paris, Éditions du Cerf (in it. Cos’è il cinema, Milano, Garzanti, 1973).
[9] C. Cerofolini, «Gigi la legge è un capolavoro di umanità e poesia cinematografica. Conversazione con Alessandro Comodin», in Taxidrivers, 30 agosto 2022, in https://www.taxidrivers.it/249503/interviews/conversation/gigi-la-legge-e-un-capolavoro-di-umanita-e-poesia-cinematografica-conversazione-con-alessandro-comodin.html
[10] G. Gozzano, «L’amica di nonna Speranza», in La via del rifugio, 1907.

Gigi la legge locandinaGigi la legge
di Alessandro Comodin
paese: Italia, Francia, Belgio
anno: 2022
regia: Alessandro Comodin
durata: 102′
lingue: italiano, friulano
sceneggiatura: Alessandro Comodin
cast: Pier Luigi Mecchia, Ester Vergolini, Annalisa Ferrari, Tomaso Cecotto, Massimo Piazza, Mario Fontanello, Mario Pizzolitto, Ezio Massarutto, Ulisse Buosi, Rebecca Martin
fotografia: Tristan Bordman
montaggio: João Nicolau
produzione: Okta Films, Idéale Audience, Michigan Films

 

 

 

 

 

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