La lettura durante e oltre la pandemia

scritture romanzo leggere
history 8 minuti di lettura

Nel marzo del 2020 iniziava la fase acuta della pandemia. L’intera umanità è stata messa alla prova. La Covid-19 ci ha posto in una situazione di difficoltà drammatica e di portata globale. La pervasività della minaccia ha messo in discussione evidenze che nel nostro sistema di vita venivano date per scontate. Per sopravvivere alla malattia abbiamo dovuto isolarci gli uni dagli altri. Nello stesso tempo abbiamo appreso che siamo parte dell’umanità e l’umanità è parte di noi. Abbiamo iniziato ad accettare queste dipendenze e ad apprezzare la responsabilità che ce ne rende partecipi e protagonisti. Siamo tutti sulla stessa barca, direbbe Papa Francesco.

Questa inedita situazione ha sollecitato tanti ad avere uno sguardo ampio, anche grazie all’accresciuto tempo a disposizione per leggere e riflettere. La lettura o la rilettura di libri non ha risolto magicamente i nostri problemi. Tuttavia, ci ha dato – credo fermamente – un’interiore forza per esercitare quell’impegno che in tutti e in ciascuno, in modi diversi, siamo e saremo chiamati a vivere, con la consapevolezza che siamo affidati gli uni agli altri. Mai come oggi il prendersi di cura degli altri si presenta come il paradigma fondamentale della nostra umana convivenza.

Diverse ricerche pubblicate nel corso del 2021 – commissionate dal Centro per il libro e la lettura e realizzate dall’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori – hanno dimostrato che la lettura in pandemia ha resistito e il libro ha confermato di avere un ruolo nella dieta culturale degli italiani, pur nelle difficoltà del lockdown. La stabilità del mercato del libro e la resistenza della lettura sono avvenute all’interno di «un’autentica rivoluzione dei consumi culturali», si legge nel Libro bianco sulla lettura e i consumi culturali in Italia (2020-2021). Com’è noto sono state le grandi piattaforme neotelevisive (come Netflix, Amazon) e le loro narrazioni, che si sono conquistate spazio nei consumi culturali e all’interno delle case. Ma la lettura e i libri hanno mantenuto un loro spazio «solido, accessibile, rilevante».

La lettura – avverte Marino Sinibaldi per anni direttore di Radio 3 e attualmente presidente del Centro per il Libro e la Lettura – è un potente sismografo individuale e collettivo. Si legge «perché si cerca qualcosa (un’informazione, un’esperienza, un’emozione), ma si legge se si è in condizioni di farlo, dal punto di vista delle possibilità, delle competenze e di qualcosa di più inafferrabile e decisivo: uno stato d’animo, una particolare e delicata costellazione di desideri. La resistenza dello spazio della lettura sembra dunque mostrare che il libro è ancora capace di rappresentare una forma seducente di evasione, dimensione di cui abbiamo un disperato bisogno nelle giornate schiacciate dall’angoscia della pandemia. Ma forse anche che al libro e alla lettura affidiamo una delle poche possibilità di far emergere le domande più profonde che una esperienza collettiva così traumatica non può non suscitare».

Non a caso tali ricerche mettono in rilievo che la non lettura è sempre più condizionata dal livello socio economico, culturale e geografico: le fasce più deboli, con basso titolo di studio e le persone che vivono nel Sud, leggono sempre meno libri. Diminuisce il numero dei lettori. Aumenta tra chi legge l’intensità della lettura, e tra chi compra la ripetizione dell’acquisto. Diminuiscono gli italiani che leggono ma chi legge, legge più libri e-book, ascolta più audiolibri (dal 2019 al 2021 si passa dal 6,6% al 7,7,8%).
Chi sono – nella popolazione che va dai 15 ai 75 anni – i non lettori? Quelli con basso titolo di studio sono nel 2021 il 67% (nel 2019 erano il 52%). Cresce il divario tra nord e sud e soprattutto quello tra laureati e il resto della popolazione: nel 2019 i laureati erano il 90% mentre nel 2021 sono l’84%; i lettori con basso titolo di studio nel 2019 erano il 50%, mentre nel 2021 sono il 36%. Le donne continuano a leggere più degli uomini ma anche per loro la lettura è in calo, passando dal 69% del 2019 al 60 % del 2021; gli uomini dal 61% del 2019 al 52% del 2021. Cresce la percentuale di persone che dedicano più di un’ora alla lettura (dal 9% del 2019 al 15 del 2021) e il numero medio di libri letti in un anno, passando dal 6,6% del 2019 al 7,8 del 2021. I lettori di almeno un libro all’anno passano dal 65% al 56%. Più della metà dei lettori legge al massimo tre libri ma crescono – seppur di poco – i lettori forti, ossia quelli che leggono più di 12 libri. I forti lettori continuano a comprare più libri (solo loro acquistano il 60% delle copie dei libri venduti), mentre i lettori occasionali continuano a comprarne come prima.

Nei mesi del lockdown, con la didattica a distanza ho invitato i miei allievi a leggere libri. Invito non sempre coronato da successo. Si è riproposta l’annosa questione se è opportuno obbligare i ragazzi alla lettura. Conosciamo la frase di Gianni Rodari per la quale il verbo leggere non sopporta l’imperativo, resa celebre in seguito da Daniel Pennac. Effettivamente quando si viene obbligati a una certa attività, si finisce spesso con lo sviluppare avversione nei suoi confronti. Tuttavia, credo con fermezza, come scriveva saggiamente alcuni anni fa lo storico della Letteratura Vittorio Spinazzola, che «nessuna programmazione educativa può far a meno di un aspetto impositivo. La questione è di equilibrarlo con un aspetto di rispondenza agli interessi mentali, la sensibilità espressiva, i codici di valori delle giovani generazioni nella stagione formativa».

Leggere – spiego spesso ai miei allievi – ci pone infatti a contatto, e a confronto, con vite, reali o immaginate, diverse dalla nostra: quale migliore educazione all’alterità? Leggere, poi, ci fa provare emozioni. Sempre narrare ha costituito una fondamentale facoltà sociale: ogni cultura ha affidato alla narrazione, al racconto, al mito, il senso di una memoria condivisa. È attraverso le parole che si connettono in un racconto che possiamo capire chi siamo, che cosa viviamo, che cosa pensiamo, i nostri sentimenti, le nostre paure, le nostre attese. L’attività-inattiva in cui consiste l’atto di leggere – ha acutamente osservato Corrado Augias – è un’operazione comunque innaturale. Tutto ciò che nel lettore «si agita avviene nei pochi centimetri cubi del suo cervello. La sollecitazione delle cellule nervose, gli scambi tra le sinapsi gli danno eccitazione erotica, commozione sentimentale, divertimento, partecipazione, nella sua mente s’accendono ideali, balenano nostalgie, ci si commuove, si ride, affiorano ricordi sepolti».

Il critico Ezio Raimondi spiega perché la lettura, o meglio la letteratura, può essere considerata una salvaguardia non solo per gli individui ma per l’intera società, facendo chiaro riferimento al poeta Iosif Brodskij per il quale l’esperienza della letteratura può essere considerata come «la miglior polizza di assicurazione morale» di una società. A maggior ragione, non solo per il piacere che se ne ricava, per Augias «giova affrontare l’azione innaturale del leggere. Naturale è guardare, non leggere». Comprendo che oggi molti giovani abbiano poca voglia di leggere, almeno sulla carta. Oggettivamente i grandi capolavori della letteratura ottocentesca, che permettono di sondare la natura umana meglio delle scienze cognitive, richiedono un poderoso impegno per essere letti. Un’attività troppo intensa, considerando la velocità con la quale è abituato a correre un giovane del XXI secolo. Guardare è decisamente più semplice, compresa la visione per interposto telefonino o tablet. Leggere richiede non solo tempo – spiega Augias – «ma un’attenzione concentrata, guardare invece si può fare in molti modi, compreso quello di guardare senza vedere».

Un’ultima considerazione dopo questa divagazione sull’importanza della lettura. In queste ricerche relative alla lettura di libri da parte degli italiani sarebbe stato opportuno chiedere l’orientamento politico dei lettori forti, occasionali o, peggio, di quelli che non toccano un libro. Capiremmo molte cose, soprattutto sul successo “anomalo” di alcuni leaders politici che spesso trattano argomenti incentrati sulla falsità. Infatti, come abbiamo visto con il fenomeno dei no vax – che utilizzano frequentemente teorie complottiste – i quali spesso sono essenzialmente incapaci di comprendere e analizzare la realtà così com’è. Quasi vivessero in un mondo parallelo che nega il mondo reale, ma che in fin dei conti crea condizioni più favorevoli alla loro sopravvivenza. Oggettivamente certi individui andrebbero innanzitutto compresi e aiutati su un percorso rieducativo di gestione dei propri sentimenti e di corretta analisi della realtà, prima di colpevolizzare la loro ignoranza. E lavorare – a partire dalla scuola – per ridurre la crescita esponenziale dell’analfabetismo funzionale.
Antonio Salvati

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article