La liberazione dei rifugiati

bambini rifugiati
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Gli Stati Uniti per fermare il flusso di migranti che dal Messico e dal centro-sud America prova a sfuggire dalla povertà hanno eretto un muro. In Messico lo chiamano il Muro della vergogna, iniziato nel 1994 è una barriera di lamiera metallica sagomata, alta dai due ai quattro metri lungo le frontiere tra Tijuana e San Diego e poi in Texas, Arizona e Nuovo Messico. Di fatto i migranti hanno continuato, anche per altre vie come il deserto di Sonora, ad entrare e nonostante l’arresto di centinaia di migliaia di persone da parte della polizia di frontiera e nonostante alcune migliaia di morti. Il risultato: gli ispano-americani sono oramai la maggioranza tra le comunità degli USA con tutte le convenienze del capitale americano nell’avere manodopera a basso costo e ricattabile.

Il flusso dei migranti non è arrestabile. E non è arrestabile nemmeno se c’è di mezzo qualche centinaio di chilometri di Mar Mediterraneo quando le ragioni che spingono centinaia di migliaia di donne, bambini e uomini sono le guerre o le violenze senza fine in aree dove non sussistono condizioni minime di sicurezza a causa di scontri o di  regimi durissimi.

L’Africa ha diversi luoghi da cui devono fuggire e non c’è nessun rischio, morte compresa, o ostacolo che possa arrestare questa fuga. E cosi dalla Somalia devastata dalla guerra dal lontano 1991, la Repubblica democratica del Congo, la Nigeria nelle aree in cui Boko Haram è padrone assoluto delle esistenze, il Sud Sudan, il Niger, il Mali e l’elenco potrebbe andare avanti includendo gli Stati dove essere oppositore significa soprusi, torture e morte come l’Eritrea o l’Etiopia. E poi la Siria o la Libia oramai simulacri di Stati o lo Yemen senza dimenticare l’Iraq o l’Afghanistan. Senza voler ricordare qui le responsabilità dirette e indirette dell’Europa e degli USA in molte di queste realtà per una geopolitica sempre dominata dalla volontà di dominio, il Mediterraneo dal 1998 ad oggi ha visto morire tra 15.000 e 25.000 tra uomini donne e bambini.

Quindi qualsiasi soluzione prospettata che non preveda lo sdradicamento delle motivazioni di questi processi migratori è inutile, o peggio, dannosa. I flussi migratori sono inediti e di grandi dimensioni. Quando si mettono in campo soluzioni militari a vario livello o interventi che prevedono blocchi parziali o totali, magari stipulando solo accordi di polizia le autorità locali, il sospetto è che o chi le propone è fuori dalla realtà o ha interessi interni o internazionali. E non so cosa sia peggio.

È evidente che il presunto nuovo clima che si è determinato in Europa dopo l’ennesima strage nel mar Mediterraneo non porta da nessuna parte perché, nella sostanza, ha solo triplicato le risorse (da tre a nove milioni di euro/mese) per la missione Triton, le cui attività sono di pattugliamento e non di salvataggio e la cui inefficacia è stata riconosciuta lo scorso febbraio dal commissario del Consiglio d’Europa per i Diritti umani Nils Miuznieks.
Ridicole le soluzioni che parlano dell’affondamento delle barche e della cattura degli scafisti. I danni collaterali sarebbero incalcolabili. Certo andrebbe organizzata anche un’atività investigativa e di intelligence che però necssita di risorse economiche, di uomini e legislativi utili a scoprire e catturare i padroni del business che sono ben lontani dalla mattanza e spesso sono “coperti” in paesi anche amici.

Che fare?

Per ragioni umanitarie Triton deve avere le stesse regole di Mare Nostrum che ha consentito di salvare tante vite umane. Del resto il costo dell’operazione Mare Nostrum è stato di circa 115 milioni di euro e se affrontato dall’Europa nel suo insieme avrebbe il controvalore di qualche decina di centesimi per ogni europeo.
Come scritto nell’appello congiunto al Governo italiano e all’Unione Europea di Oxfam Italia, Concord Italia, Save the Children, AOI, Arci, Focsiv, Cospe, Cocis e Link2007 bisogna:

garantire a uomini, donne e bambini, un transito sicuro verso l’Europa, in coordinamento con spazi umanitari e campi profughi, con la regia dell’UNHCR e la partecipazione attiva delle organizzazioni della società civile e per i diritti dei migranti, affinché venga salvaguardata la dignità umana e offerta una concreta via di fuga, di protezione e di sviluppo umano;

sospendere per almeno 12 mesi il Regolamento di Dublino che, obbligando i migranti a richiedere asilo nel Paese di arrivo, genera squilibri e prolunga il calvario dei richiedenti asilo anche dentro le frontiere europee;

legare i processi di migrazione a programmi di cooperazione internazionale e con lo sviluppo dei Paesi di origine e transito attraverso accordi internazionali che considerino la mobilità come una scelta che può favorire lo sviluppo umano, e che riportino condizioni specifiche sul rispetto dei diritti umani in quei Paesi, senza introdurre elementi di ricatto per trasferire la responsabilità della gestione dei flussi dei richiedenti asilo nei Paesi intorno all’Europa e al Mediterraneo;

costruire una nuova narrativa rispetto al fenomeno migratorio che consenta un dibattito pubblico serio, basato sulla conoscenza dei dati reali, smascherando, di fronte ad un problema drammatico e complesso, il prevalere di speculazioni propagandistiche e di strumentalizzazioni elettorali, che hanno ormai influenzato gravemente l’opinione pubblica.

E poi come ha scritto Pennisi «l’Ue deve rivedere il suo atteggiamento nei confronti del Nord Africa. La stabilizzazione di tutta l’area deve diventare una priorità sulla quale avere il coraggio di investire risorse, così come una cooperazione allo sviluppo politico-civile che vada oltre il mero riconoscimento delle elezioni (che di per sé non certificano l’esistenza di uno Stato democratico) allargandosi al sostegno dei soggetti che con la loro attività rendono il pluralismo e la partecipazione una prassi diffusa. Risulterebbe difficile, altrimenti, ottenere una collaborazione allo stesso tempo efficace e umanitaria da Stati come l’Egitto, attraversati da moltissimi flussi di passaggio, o la Libia, molo di partenza per eccellenza» [1].
Pasquale Esposito

[1] Riccardo Pennisi, “Come evitare la prossima strage di migranti nel Mediterraneo”, www.limesonline.com, 21 aprile 2015

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