La libertà di decidere, anche di morire

Camera dei Deputati Montecitorio
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Il dilemma e la contrapposizione in un argomento delicato come il fine vita ha origini antiche, ed ai giorni nostri non è ancora stato risolto.

Nel codice di Hammurabi del 1700 a.C., ritenuto la prima raccolta di leggi della storia, si fa riferimento al suicidio e all’assistenza ad esso come pratica medica tollerabile. Gli antichi greci guardavano con rispetto al suicidio ed ammettevano, in alcuni casi, che si adottassero iniziative per alleviare le sofferenze fisiche dei malati, anche se ciò ne comportava il decesso innaturale.

Di contrapposto, nel il giuramento di Ippocrate, i medici recitavano “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo “.

Il termine eutanasia deriva dal greco antico e letteralmente vuol dire buona morte. Con esso oggi si identificano gli interventi volti ad abbreviare le sofferenze di una persona la cui qualità della vita è irrimediabilmente compromessa da malattia, menomazione o condizione psichica. Ma occorre fare alcune, anzi molte distinzioni.

L’eutanasia è attiva quando il medico interviene per procurare o accelerare la morte tramite l’utilizzo di farmaci letali. È passiva quando invece egli si astiene dal praticare cure volte a sostenere il malato, interrompendo le terapie o spegnendo le macchine che lo tengono in vita. È volontaria se il paziente è in grado di intendere e decide di richiederla. Involontaria se non viene richiesto il parere del paziente, pur in grado di intendere e volere. Non volontaria se il paziente non è più in grado di decidere, anche se può aver espresso in precedenza la sua volontà. Indiretta se la terapia somministrata al malato consenziente e volta ad alleviarne le pene può esplicitamente accelerarne la morte

Altre forme di dolce morte sono il suicidio assistito, procedura in cui il medico non interviene direttamente ma si limita a fornire al malato un farmaco che ne provochi il decesso e che il paziente utilizza poi in maniera autonoma, e la sedazione profonda, caso in cui il medico porta il paziente ad uno stato di incoscienza prima della sospensione delle cure vitali.

Mentre negli altri casi la morte sopraggiunge o può sopraggiungere per altre circostanze, eutanasia attiva e suicidio assistito sono casi di morte assistita, perché effettivamente provocata dal medico, e sono ad oggi vietati in Italia.
L’eutanasia attiva è considerata omicidio volontario e disciplinata dall’art 575 del codice penale, se si riesce a dimostrare il consenso del malato viene classificata come omicidio del consenziente e applicato l’art 579. In entrambi i casi le pene prevedono la reclusione dai 6 ai 15 anni.
Il suicidio assistito è invece assimilato all’istigazione o aiuto al suicidio e punito con pene fino ai 12 anni in base all’art 580, sempre che ad esso non vengano associati altri reati minori come ad esempio l’omissione di soccorso.
Anche l’eutanasia passiva è proibita, ma la difficoltà di dimostrare colpevolezze rende più complesso procedere a denunce.

Suicidio e tentato suicidio non sono invece reato per la legge italiana e, dopo una sentenza del Tribunale di Milano del 2017, anche la volontà di recarsi all’estero per ottenere il suicidio assistito non può essere ostacolata.
E per estero s’intende essenzialmente la Svizzera, unico paese tra quelli in cui la pratica è stata legalizzata ad ammetterla anche per i non cittadini. Non banali sono però le difficoltà che deve affrontare chi sceglie di recarsi oltre confine.
Innanzitutto, le persone che decidono di ricorrere ad una morte assistita hanno spesso limiti fisici che impediscono loro di affrontare il viaggio in autonomia. Chiedere ad altri di essere accompagnati vuol dire esporli a responsabilità legali, come successo a Marco Cappato per Dj Fabo e che dal 2017 è in attesa di giudizio.
I costi poi non sono esigui e si aggirano intorno ai 10.000 euro. Oltre alla struttura, all’agenzia funebre, alla medicina letale, ai medici, agli ispettori di polizia che controllano la regolarità della procedura, bisogna mettere in conto i costi della cremazione che si rende quasi obbligatoria poiché il rimpatrio di una salma può più facilmente scatenare segnalazioni di suicidio assistito alla Procura. I tempi previsti per completare l’iter ed accedere alla dolce morte sono piuttosto lunghi e richiedono almeno un mese. Spesso chi sceglie di ricorrere alla pratica è affetto da patologie in stato avanzato la cui progressione è più rapida del tempo necessario a raggiungere la Svizzera e il Pentobarbital di Sodio, il farmaco che viene somministrato in una dose di 4 volte superiore a quella letale.

In Europa l’eutanasia, sia attiva che passiva, è ammessa solo in Olanda, Belgio e Lussemburgo. Per il resto non è facile fare una classificazione netta e districarsi tra le varie sfumature. In maniera sintetica si può affermare che l’eutanasia passiva è legale in Finlandia, Norvegia, e Ungheria mentre in Spagna è solo depenalizzata. Il suicidio assistito, oltre che in Svizzera, è tollerato in Germania, Svezia e Spagna. In Francia sono ammessi solo casi di sedazione profonda mentre in Danimarca, come per l’Italia, al momento sono previste solo le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT).

Nel resto del Mondo la pratica è legale solo in Colombia. In Cina è ammessa solo per i malati terminali. In India è legale solo quella passiva. Negli USA varia da Stato a Stato ma in sintesi sono 5 quelli ad avere legalizzato il suicidio assistito (Oregon, Vermont, Washington, Montana, Nuovo Messico e California) così come in Canada. In Australia, dopo una prima apertura all’eutanasia attiva, hanno valore legale solo le DAT.
Anche grazie ai casi che hanno colpito l’opinione pubblica negli ultimi anni, non ultimo quello della ragazza spagnola che si è lasciata morire di fame e di sete, in Italia i cittadini hanno preso coscienza del problema e di quanto la legislazione italiana sia assolutamente inadeguata ai tempi. L’approvazione del testamento biologico nel 2018 è stato solo un piccolo passo e l’ultimo Sondaggio SWG del 2019 riporta che il 93% di loro sarebbe favorevole ad una legge in materia.

Da inizio anno sono già quattro le proposte di legge depositate alle commissioni Giustizia e Affari Sociali, una di LeU, una di iniziativa popolare dell’Associazione Luca Coscioni, una dell’ex esponente M5s Andrea Cecconi e quella del 30 maggio presentata da 17 deputati pentastellati (prima firmataria Doriana Sarli). Tutte, seppur secondo criteri e regole differenti, prevedono la possibilità di accedere alle procedure di trattamento eutanasico nel rispetto del diritto della persona all’autodeterminazione. Ad esse va poi ad aggiungersi, in piena deriva reazionaria, la proposta della Lega che, oltre ad escludere qualunque possibilità per l’eutanasia, punta a cancellare anche i diritti già acquisiti con le DAT. Spetta alle commissioni produrre un testo unico in merito e legiferare entro settembre, scadenza imposta dalla Corte Costituzionale per riempire il vuoto normativo. Anche lunedì 24 giugno, data prevista a calendario per la discussione della legge, tutto è saltato perché la  litigiosa maggioranza gialloverde, divisa tra posizioni diverse e punti di vista lontanissimi sul fine vita, non ha trovato un accordo.

Federica Crociani

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