La Libia nel caos. Un altro risultato delle guerre umanitarie.

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Qualche giorno fa, durante un incontro con una delegazione di deputati francesi accompagnati dall’ambasciatore al Cairo Nicolas Galey, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sissi pur criticando il dittatore Mouammar Gheddafi si è lamentato del fatto che i francesi non abbiano finito “il lavoro in Libia” e delle conseguenze nefaste della destabilizzazione di quel paese per l’Egitto dove sono arrivate armi e droghe nonché molti islamici [1].
Quella della destabilizzazione del Medio Oriente,  con il suo luttuoso strascico di morti e devastazioni, è una delle tante conseguenze delle “guerre umanitarie” che da decenni contraddistinguono la politica estera dell’Occidente.

Dopo tre anni dalla cancellazione del regime libico e dall’uccisione del suo raìs, avvenute grazie all’apporto decisivo  della Nato, la Libia è di fatto piombata in una guerra civile. Una storia che si ripete in  contemporanea in Afghanistan, Iraq, Siria e, come scrive Tommaso Di Francesco con l’Italia con un ruolo militare importante e nonostante la Costituzione, «non solo in Iraq ma anche in Medio oriente dove partecipa ad un Trattato militare con Israele, nonostante sia un paese in guerra permanente; in Libia ha bombardato dopo avere applaudito al regime dell’ex raìs, in Siria è ancora nella famigerata coalizione degli “Amici della Siria” che ha alimentato il conflitto; mentre in Ucraina l’Italia sostiene, senza che se ne discuta, l’Alleanza atlantica che pericolosamente allestisce da anni la sua nuova, provocatoria, cortina militare alla frontiera russa come se fosse la nuova Guerra fredda» [2].

Oggi la già ridotta presenza diplomatica americana a Tripoli ha lasciato la capitale, con l’aiuto dell’esercito a stelle e strisce, alla volta della Tunisia per mettersi in sicurezza perché i rischi sono troppo elevati. Nella capitale infuriano combattimenti tra milizie rivali soprattutto per la conquista dell’aeroporto internazionale che è fermo da 13 luglio e da allora secondo il ministero della Salute ci sono stati 47 morti e 120 feriti. A farne le spese anche i civili del quartiere vicino allo scalo le cui abitazioni sono  state colpite da razzi.
La violenza è esplosa anche in altre parti  del paese. Milizie islamiste e jihadiste che hanno attaccato una caserma dell’esercito a Bengasi provocando morti, quasi tutti tra l’esercito regolare. Tutta la Cirenaica è terreno di scontro tra milizie islamiste e reparti fuoriusciti  dell’esercito.

Un caos totale su un territorio spartito tra diverse centinaia di milizie, una crisi economica gravissima con la produzione di petrolio ridotta al lumicino (250.000 barili al giorno contro 1,5 milioni) e un potere politico debole e frammentato.
L’uomo più forte in Libia  in questo momento sembra essere un ex-generale di Gheddafi, Khalifa Haftar al comando di una parte dell’esercito a lui fedele che prova a sconfiggere milizie islamiste ed in particolare le milizie paramilitari dei Fratelli Musulmani che hanno una  forte presenza a Bengasi. Lo scorso maggio le truppe di Haftar hanno assediato il Congresso Generale Nazionale (Parlamento) sequestrando alcuni deputati, sospendendo il Parlamento e dichiarando illegittima la nomina del nuovo premier Ahmed Maiteeq.
Pochi giorni fa si è concluso lo scrutinio delle  elezioni politiche, indette in tutta fretta, per eleggere i deputati e formare un dopo un nuovo governo. Come spesso accade in queste aree martoriate le elezioni sono inutili e per nulla rappresentative perché da una parte non sono parte di un processo democratico e dall’altra i votanti sono una parte risibile degli aventi diritto. In questa tornata poco più di un quinto degli elettori è andata ai seggi.

Quelle poche e vere speranze di dialogo e di soluzioni negoziali vengono invece messe barbaramente a tacere per i biechi interessi di forze interne ed esterne che preferiscono la totale instabilità. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti in Libia come in altri paesi si fronteggiano per interposte  milizie per il dominio  del mondo musulmano, mentre l’Occidente per ora  sta a guardare per poi entrare in gioco per il tema delle risorse naturali.
Salwa Bugaighis, l’avvocato che difendeva i diritti umani è stato assassinato come altri per poter impedire l’avvio  del dialogo.
Pasquale Esposito

[1] “Égypte: quand Sissi tacle la France au sujet du dossier libyen”, www.jeuneafrique.com, 23 luglio 2014
[2] Tommaso Di Francesco, “La permanenza della guerra” , il manifesto

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