La luce delle stelle morte di Massimo Recalcati

Massimo Recalcati, La luce delle stelle morte

La vita di ciascuno di noi è costituita da diverse cose. Delle parole che abbiamo incontrato, che ci hanno segnato, ferito, nominato. Conserviamo nell'inconscio la traccia indelebile delle parole degli altri. Parole che, direbbe , possono essere proiettili che feriscono fortemente la nostra esistenza, ma anche parole d'amore e di gioia. Poi, ognuno viene definito anche dagli incontri che ha fatto: con i genitori, con i primi amori, i maestri, gli amici, colleghi di lavoro. aggiunge che portiamo traccia anche di chi ci ha lasciati:

«noi siamo fatti anche da tutti i nostri innumerevoli morti, da tutte le perdite che hanno scavato nella nostra anima dei vuoti, da tutte le persone significative che abbiamo incontrato e poi perduto: maestri, amori che sono finiti, amici che abbiamo perso. Tutto quello che è stato e che non è più, che ha marchiato la nostra vita e si è perduto nel tempo, resta in qualche modo ancora qui perché lo portiamo dentro noi stessi».

Potremmo dire, sempre con Recalcati, che «chiunque di noi è circondato da assenze presenti». Da anni Recalcati si interroga sulla specificità del rapporto dell'uomo con la morte con la consapevolezza che sono i vivi a sopportare e a elaborare le conseguenze della scomparsa di chi muore. Le sue riflessioni sono condensate nell'indispensabile volume La luce delle stelle morte. Saggio su e nostalgia .

Non siamo fatti per morire, ma per nascere, affermava . Anche se sappiamo che la nostra vita inizia a morire già con il suo primo respiro. Non solo perché la morte è il destino inesorabile che ci attende alla fine della vita (abbiamo i “giorni contati”, recita il Qoèlet biblico),

«ma perché in ogni istante della nostra vita c'è qualcosa che si perde, si stacca, si separa da noi stessi, scompare. In questo senso la morte non è, come ricordava Heidegger, l'ultima nota della melodia dell'esistenza che ne chiude il movimento, ma una “imminenza sovrastante” che ci accompagna da sempre. Questa imminenza sovrastante della morte definisce propriamente la forma umana della vita. L'esistenza di un fiore o di un animale vive senza conoscerla».

Ne è un esempio il rito funebre della sepoltura, espressione del congedo simbolico del defunto da chi resta ancora vivo. Non a caso per Lacan questo rito è ciò che definisce l'origine dell'umanizzazione della vita. Infatti, non esiste un rito equivalente nel mondo animale.

Massimo Recalcati - La luce delle stelle morte - copertinaColoro che muoiono non possono dirci nulla della propria morte, testimoniarci quello che hanno vissuto. Noi che restiamo, non chi se ne va, possiamo interrogarsi sul mistero della morte. In questo senso, ne L'essere e il nulla  scrisse che quando si muore si «cade nelle mani degli altri». Noi che apparteniamo al regno dei vivi possiamo dire, riferire di chi è morto perché chi è morto è senza parola, senza vita.  Possiamo raccontare molto. Insieme a domande pregnanti che i vivi solitamente si fanno di fronte ai morti. La vita di chi ci ha lasciato, che non abita più in quel corpo, dove è finita? Dove si trova ora? Evidentemente non possiamo sapere dove vanno a finire i nostri cari defunti. Vanno a finire in un altro luogo rispetto a quello occupato dal loro cadavere? Vorremmo sapere qualcosa dei nostri morti. In tal senso, la morte fisica del nostro corpo non è la sola esperienza che noi possiamo fare della morte. Esistono infatti innumerevoli morti che attraversano e accompagnano le nostre vite. Questo significa – spiega Recalcati – che «ciascuno di noi ha fatto molteplici esperienze di cadute, separazioni, scomparse, abbandoni, perdite. La nostra vita appare circondata da tutte le perdite che l'hanno segnata, dalle ferite che le separazioni le hanno impresso, dai fantasmi dei nostri morti».

Recalcati con un'importante abilità divulgativa ci aiuta a comprendere cosa accade dentro di noi quando la malattia e la morte ci strappano persone che davano senso alla nostra vita e al nostro mondo oppure quando gli ideali per i quali abbiamo vissuto si infrangono irreversibilmente, o quando dobbiamo lasciare una terra o una casa che avevano accolto la nostra vita e alle quali eravamo profondamente legati. Il dolore della perdita accompagna spesso la nostra esistenza perché la vita non può che scorrere attraverso i suoi innumerevoli morti. Non solo quelli che sono effettivamente defunti, ma tutte le morti – tutte le perdite – che abbiamo simbolicamente vissuto.

Di fronte al ritorno impossibile segnato dal confine della morte, parallelamente a un vuoto nel mondo, si apre un vuoto nel cuore e questi due vuoti risuonano uno dell'altro. Recalcati avverte che nessun lavoro del lutto può mai compiersi pienamente. Esiste sempre un resto, qualcosa di indimenticabile, «che non ci consente di staccarci del tutto dalle nostre perdite». In questa chiave

«la nostalgia intrattiene un rapporto particolare con quel resto indimenticabile che il lavoro del lutto non è in grado di assorbire. È il punto in comune tra nostalgia e lutto: il carattere irreversibile della perdita si associa alla necessità di recuperare quello che abbiamo perduto. Tuttavia nessuno può ritornare dalla morte, così come nessuno può ritornare al tempo mitico dove la nostra nostalgia vorrebbe riportarci. Né il lavoro del lutto né il sentimento della nostalgia possono infatti recuperare quello che abbiamo perso per sempre».

La nostalgia può avere due diversi volti: il primo è quello del rimpianto, il secondo è quello della gratitudine. La nostalgia-rimpianto si sviluppa attraverso la rimemorazione di un passato felice ma irrimediabilmente perduto, seppur sempre agognato. Questa forma di nostalgia protrae il dolore del lutto per ciò che abbiamo perso e che non ci sarà mai restituito: la madre, l'infanzia, l'adolescenza, gli amori, una vita diversa, i progetti ecc. La presenza dell'oggetto perduto rimane tra noi, negli spazi e nel tempo che abbiamo vissuto insiemeSopravvive nelle cose che gli erano appartenute, nella nostra memoria e nei nostri ricordi. Anche se lei non è più qui, non posso vederla, toccarla, abbracciarla, parlarle, ascoltarla, sentirne il profumo. Spesso si tratta di un'interruzione, di uno strappo senza possibilità di recupero che scava un fossato insuperabile tra noi e tra il nostro passato e il nostro presente. Non esiste possibilità di ritornare alla vita dopo la morte, non esiste possibilità di ritornare nel corpo della madre, non esiste possibilità di riappropriarci della nostra origine. L'etimologia della parola “nostalgia” viene, infatti, dal greco nóstos (ritorno) e álgos (dolore, sofferenza): è l'impossibilità del ritorno a determinare il dolore di cui il ritorno vorrebbe essere il rimedio. La seconda forma della nostalgia è quella della nostalgia-gratitudine, che non resta imprigionata nel rimpianto,

«ma diviene una potente risorsa psichica di rinnovamento della vita. Mentre la prima forma della nostalgia è animata da una profonda volontà di ritorno a quello che essa vagheggia come un “paradiso perduto”, la nostalgia-gratitudine ritrova proprio in certi dettagli indelebili del nostro passato la forza per agire con più vitalità nel presente e per progettarsi generativamente nell'avvenire. È la forma essenziale che può assumere il compito dell'ereditareNon si tratta qui di aspirare al ritorno – non c'è nessun ritorno possibile all'origine, alla madre, all'infanzia, alla patria ecc. – perché il nostro viaggio nell'esistenza, come ripeteva Sartre, è un viaggio con un biglietto di sola andata».

In altri termini, siamo tutti viaggiatori senza possibilità di ritorno, senza possibilità di ripercorrere all'indietro il nostro viaggio nella vita perché dietro di noi non c'è più nulla se non i nostri innumerevoli morti. Nella nostalgia-gratitudine il ritorno del passato non è una nostalgia per ciò che abbiamo già vissuto, ma per tutto ciò che possiamo ancora vivere;

«nostalgia per quello che ancora non abbiamo mai visto, mai conosciuto, mai saputo, mai vissuto. Una sorta di nostalgia-gratitudine, contrapposta alla nostalgia-rimpianto, ringrazia per questa visitazione inattesa del passato che, venendo da altrove, ha interrotto il mio rapporto ordinario con il mondo. Il già stato bussa in questo caso alla nostra porta non come uno spettro che non vuole morire, ma come un'irradiazione di forze. È un passato che non è portatore di colpa e di rimpianti quanto piuttosto di un sentimento profondo di gratitudine. E, in questo senso, non è solo passato ma promessa di avvenire».

Il sentimento della nostalgia-gratitudine si nutre del segreto dei dettagli, di parole. Tratteniamo qualcosa del passato che ci ritorna sempre in una forma nuova. Non un passato spettrale o drammatico dal quale non riusciamo a liberarci. È spesso un dettaglio del tempo, o una frase rivoltaci, che non scompare e che porta con sé l'esperienza del nuovo. Non si tratta semplicemente di rimemorare quello che è già accaduto, di ritornare là dove eravamo già stati, né di ridisegnare il nostro passato, ma di incontrare quello che non abbiamo ancora incontrato nel luogo dove siamo già stati senza però mai esserci davvero stati. In questo senso il secondo volto della nostalgia alimenta il tempo a venire senza richiuderlo sul passato: traggo forza, energia, potenza da ciò che non è più e che non sarà mai più.

Antonio Salvati

Massimo Recalcati
La luce delle stelle morte. Saggio su lutto e nostalgia
Milano, Feltrinelli, 2022
pp. 124, € 15

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article