La Majella Madre: misticismo e spiritualità nella natura.

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Dal 1996 al 1999, religiosi della Comunità di Cerreto guidati da Padre Cesare, un priore poliglotta che aveva scelto di vivere nella preghiera e meditazione, avevano abitato l’Abazia di Santo Spirito a Majella.

Abazia di Santo Spirito a Majella.
Abazia di Santo Spirito a Majella. Foto Luciano e Guido Paradisi

Si trattava di una Comunità nella quale, da ogni parte del mondo, erano confluite persone che, dopo esperienze vissute nella quotidianità del lavoro civile, avevano raccolto il richiamo alla vocazione religiosa. Avevano scelto di vivere in povertà, utilizzando quanto provenisse dal raccolto del loro orto e dalle donazioni ricevute, per dedicarsi più profondamente agli studi teologici ed al richiamo di una profonda meditazione spirituale. Interpretavano anche loro quella vocazione verso il mondo immateriale che aveva contraddistinto nel tempo la presenza in questi luoghi di comunità religiose, monaci ed eremiti. Lo si intuisce nel video di Luciano e Guido Paradisi [1], che riprende le celebrazioni dei riti pasquali. Se ne può apprezzare, nella essenzialità dei luoghi, il valore centrale delle liturgie che godono della musicalità di un antico strumento come la cetra e di canti melodiosi che conferivano atmosfera adeguata alla sacralità di questi riti. Delle intensità interiori di queste funzioni se ne accorse immediatamente la popolazione locale, sempre più in sintonia con i membri della comunità, e che iniziò ad essere più vicina ai religiosi.

Majella Orientale al tramonto
Majella Orientale al tramonto. Foto Luciano e Guido Paradisi

Ancora oggi i fedeli ricordano con rimpianto le celebrazioni del Natale, quelle atmosfere profonde che si protraevano per tutta la Notte Santa fino al mattino successivo, senza sforzo ma pervasi da una speciale sensazione di piacere. Aiutava la presenza di numerosi presepi predisposti tutt’intorno all’Eremo, che in qualche modo hanno perpetuato il fascino celato dalla ricerca della spiritualità favorita da questi luoghi. I religiosi del Cerreto, avvolti dal loro saio con stretta in vita una cintura di cuoio e calzanti i loro sandali a piedi nudi in ogni stagione, erano anche bravi nelle visite guidate dei luoghi dove spiegavano ogni particolarità storica. Non mancavano di offrire quel che si aveva in pranzi ai quali tutti i visitatori erano invitati. Si viveva a ridosso del 2000 come gli eremiti di un tempo, come il personaggio più famoso a frequentare questi posti, quel Pietro Angelerio che fece il gran rifiuto quando diventò Papa Celestino V. Questa vita di preghiera, meditazione, ricerca teologica, celebrazione del sacramento cattolico dell’eucarestia, anche se da sacerdoti eremiti, si protrasse fino al 1999, in un crescendo di apprezzamenti tra i fedeli, alcuni dei quali continuarono a seguirli almeno fino a quando restarono in Molise prima di approdare definitivamente in Basilicata. È rimasto il rammarico di aver dovuto abbandonare la frequentazione di guide spirituali apprezzate a causa di restrizioni imposte dall’autorità ecclesiastica sulla loro attività. Anche in questo caso ci aiutano Virgilio ed il Poeta: “Vuolsi così colà dove si puote/ciò che si vuole, e più non dimandare”.

Come nel caso della comunità di Padre Cesare o dei Celestini, seguaci di Pietro Angelerio, anche altri monaci hanno trovato dimora nei monasteri ed eremi di questi luoghi. La diffusione maggiore la si ebbe nel Medio Evo con punte di particolare attivismo intorno all’anno 1000, termine indicato nella generale credulità come fine del mondo. Il significato dato a questa montagna dalle numerose presenze di celebranti la spiritualità, ha influenzato ed arricchito l’immagine della Majella.

Valle dell'Orfento
Valle dell’Orfento. Foto Luciano e Guido Paradisi

Gabriele Boh Vallera, ricercatore di etica, sentimenti ed emozioni, rivolge tutta la sua rispettosa ammirazione verso la seconda montagna d’Abruzzo: “Nei giorni chiari, quando il vento ha esaurito il suo viaggio, la Majella appare all’improvviso, La Majella, femminile nel nome, è femminile in tutti i suoi volti. Montagna Madre, come in Abruzzo tutti la conoscono e Le indirizzano il dovuto rispetto. Essa è piena in ogni sua parte dei segni della presenza umana dai tempi più antichi. Luogo privilegiato di ritualità, di misticismo, di rifugi per officiare culti e cerimonie religiose, la Majella ha, da sempre, suscitato la ricerca del contatto con la Divinità. Oggi ho dato io alla natura quello che mi chiedeva per essere in pace”.
Per chi ha conoscenza delle zone a cui si fa riferimento non è faticoso riconoscere il significato attribuito dagli abruzzesi alla Majella. Si tratta di un rapporto simbiontico , vero e profondo, che trae origini dalla notte dei tempi, legato e perpetuato da quando l’antica leggenda della ninfa Maja, la più bella delle Pleiadi, ci tramanda. In essa si racconta di quando Maja si lasciò morire di fronte al Gran Sasso, sull’attuale Majella, nella disperazione per non essere riuscita a curare il gigante Ermes, ferito in battaglia, le cui spoglie erano adagiate sul Corno Grande. Alla roccia del Gran Sasso, maestosa, aspra, cruda ed impegnativa, rimase l’appellativo di gigante che dorme, al quale si contrappongono i monti della Majella rinomati per i pascoli, i corsi d’acqua pura ed il verde rigoglioso che sparge tra le popolazioni del circondario vita, attività e benessere proprio come una madre, la Magna Mater.
A questi aspetti si fa risalire la scelta di trovare una particolare predisposizione per la cura dello spirito. La nudità della pietra della Majella con cui venivano realizzati eremi, monasteri, chiese ed altri luoghi di culto, mutava valore perché incastonata in un paesaggio nel quale l’esplosione della natura si manifestava in vallate e gole dalle pareti aspre, sempre circondate da un verde rigoglioso, tagliato da corsi d’acqua purissima.

San Bartolomeo in Legio.
San Bartolomeo in Legio. Foto Luciano e Guido Paradisi

Questo deve essere stato uno dei motivi che hanno favorito l’immagine mistica di luoghi in cui la meditazione e la preghiera sono favoriti. È qui che antiche leggende hanno fatto sì che i “sentieri dello spirito” si concretizzassero in una rete di numerosi percorsi, il più delle volte difficili da raggiungere. Erano scelti proprio per l’isolamento che la pratica religiosa richiedeva, per innalzarne il livello ed il raccoglimento in modo da rendere unico il tentativo di elevazione dello spirito nella ricerca della condensazione delle riflessioni. A volte raggiungere gli “edifici” di culto può essere impegnativo. Può capitare di doversi sdraiare e muoversi carponi per far ingresso nell’eremo di San Giovanni all’Orfento, forse l’eremo più amato da Pietro Angelerio, attraversare le strettissime gole che separano da San Martino in Valle, percorrere impegnative discese per raggiungere San Bartolomeo in Legio, affrontare erte salite per godere de la Grotta di San Michele, dell’Eremo di Sant’Onofrio a Majella, de la grotta dell’Eremita o la grotta Sant’Angelo di Palombaro. Quest’ultima, un tempo dedicata alla Dea Bona, dea della fertilità, e successivamente a Sant’Agata ha, nelle sue vicinanze, vasche di raccolta dell’acqua che, secondo le credenze popolari, avrebbero favorito la lattazione delle donne se le avessero utilizzate per bagnarsi i seni.

Grotta dell’Eremita. Foto Luciano e Guido Paradisi

Altri luoghi di culto ci portano anche a scoprire tesori del passato come le tombe rupestri dislocate tutt’intorno al territorio in cui sorge, a Serramonacesca, San Liberatore a Majella dagli splendidi mosaici ornati di pietre la cui provenienza non è nota.
Sulla Majella, e sulle comunità che la abitano, è forte l’idea che la Magna Mater sia piena di storie. Tutte meritevoli di essere ricordate come quella su Primiano il brigante, sul brigantaggio e su coloro che si opponevano all’esercito piemontese asserendo, su tavole scolpite nella pietra, che un “regno di fiori era stato trasformato in regno di miseria”. Procedendo nel tempo, su questi monti attraversati dalla Linea Gustav si scrissero pagine importanti del secondo conflitto mondiale.

Tavola dei Briganti.
Tavola dei Briganti. Foto Luciano e Guido Paradisi

Vi iniziò l’epopea storica della Brigata Majella e dei ragazzi di Domenico Troilo, e vide segnare i sentieri del Freedom Trail, il percorso della libertà che seguirono i prigionieri del campo di Fonte D’Amore alle falde del Morrone nel 1943, con tutti gli innumerevoli esempi di solidarietà ricevuti dalle comunità che incontravano. La vocazione mineraria degli abitanti le falde della Majella dette un contributo in vite umane tra i più tragici della storia. Furono i più colpiti nel disastro di Marcinelle a causa delle competenze in attività minerarie acquisite sulle miniere ubicate nel loro territorio. Il tutto fu generato da un esodo verso il Belgio, in un’Italia flagellata dalla miseria post bellica, richiesto dallo scambio di mano d’opera con energia di cui il paese era carente, favorito da accordi internazionali. Non è difficile anche adesso, ai visitatori occasionali, trovare conferma delle atmosfere di un tempo, di quella ricerca dello spirito che appare una costante, di una diffusa induzione alla sacralità, alla meditazione ed alla preghiera favoriti da questi luoghi.
Emidio Maria Di Loreto

Video: Majella, Madre natura e spiritualità
Una notte di resurrezione nell’Abazia di Santo Spirito. Frati della Comunità di Cerreto 1996-1999.

Le foto, compresa quella di copertina, e i video sono di Luciano e Guido Paradisi www.tripsinitaly.it

Per visite ed escursioni:

Majambiente

Majellando

www.abbruzzoparks.it
www.camminareinabruzzo.it

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