La marcia della pace e le nostre informazioni

marcia della pace
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La visione che abbiamo della realtà attraverso i normali canali informativi è davvero completa e plausibile? Il dubbio appare almeno legittimo e costringe a qualche riflessione.

Non ho la pretesa di accusare qualcuno o la presunzione di comprendere le cose meglio di altri. Provo semplicemente a dare voce a una perplessità che ogni tanto mi assale.
Ad essere sinceri fino in fondo, questo dubbio mi si presenta in occasioni che, a ben vedere, hanno delle analogie.
Mi chiedo, infatti, se la rappresentazione che la televisione e i cosiddetti “social” propongono del nostro Paese e del nostro vivere comune sia del tutto credibile.
Non si tratta, evidentemente, di contestare o negare la visione che questi strumenti ci danno; è necessario, piuttosto, allargare il campo della nostra visione e porci qualche domanda.

La Marcia della Pace si è snodata domenica 7 ottobre da Perugia ad Assisi; migliaia di persone sono passate davanti ai miei occhi; un orizzonte colorato e pieno di rimandi; un popolo che sfila senza esagerazioni, senza incidenti, senza urlare contro qualcuno.
Il serpentone attraversa le strade, portando tante storie e tanti volti.
Non solo tanti individui che s’incontrano per caso, ma la scelta di stare insieme, di essere uno fra tanti – davvero tanti – che camminano in nome di un modo di vedere la vita, i rapporti umani, il futuro, lo sviluppo e così via.

Quando accadono miracoli così dolci in questo nostro Paese? Che cosa non sappiamo cogliere della realtà che ci circonda se, a dispetto del risentimento, del rancore, della rabbia, qui per strada sono tanti a sfilare per la pace e non contro qualcosa o qualcuno?

Un’idea sorge con lentezza e riporta allo stesso tremendo passaggio: che cosa ci sfugge? Che cosa non sappiamo raccontare? La dialettica tra disperazione e speranza ci impedisce per caso di avere una visione oggettiva del mondo?

Lo dico partendo dalle mie manie, e sono certo che ognuno potrebbe aggiungere le sue. Trovarsi in una folla così numerosa senza urla bestiali, senza segni di violenza, senza la travalicante prepotenza dell’oggi, senza la necessità di esagerare, senza la brutale insistenza della disinvoltura che valica ogni limite, senza la boria di chi si sente primo e ultimo abitante del pianeta, senza la finta dolcezza di chi t’impone la sua presenza o quella di un cane, è un’esperienza che sfugge al ripetuto racconto di quest’ambiguo paese.

Non si tratta di tessere elogi o riproporre ideologie protettive; è bastevole un dubbio, anche appena accennato, sulla struttura e la densità del nostro universo informativo. Ci sembra di poter vedere tutto e, invece, una buona parte ci sfugge perché non rientra nello schema generale che ci è proposto come “normale”.

Intendiamoci, non si pretende di sostituire un racconto ad un altro, come se sapessimo davvero dire quale sia quello più corretto. Appare opportuno, però, tenere nel debito conto la possibilità di un errore, più o meno, indotto.

Vi è mai capitato di pensare che la nostra società non può corrispondere del tutto al racconto che ci è fatto? Se la realtà corrispondesse davvero alla brutalità che ci viene raccontata in programmi urlanti e votati alla sopraffazione, questo paese dovrebbe già essere fallito da un pezzo e incapace di rialzarsi.

Milioni di persone semplici e anonime si alzano ogni giorno e vanno a lavorare – se un lavoro hanno – e fanno più del loro dovere e credono in quello che fanno e superano gli ostacoli. Accade in tutti i settori e nessuno si sente un eroe. Milioni sono quelli che si aspettano un tono più basso e un’aspettativa più giusta.

Un dubbio riparte prepotente e necessario: conosciamo davvero il mondo in cui viviamo? O dobbiamo ricrederci su troppe cose?
Antonio Fresa

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