La Memoria della Shoah

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Quella che si celebra oggi è la più importante delle “giornate della memoria” cioè il giorno in cui si commemora la Shoah, giornata istituita, in particolar modo, con l’intenzione di educare le giovani generazioni. I nostri giovani – a differenza della mia generazione – rischia di essere orfana di testimoni. Per fare memoria siamo ricorsi ai testimoni. Accanto ai testi imprescindibili di Primo Levi, sono stati tanti i testimoni che ci hanno aiutato con le loro parole e con i loro racconti ad entrare in un mondo ai limiti dell’immaginazione: Shlomo Venezia, Settimia Spizzichino, Sami Modiano, Liliana Segre, Edith Bruck, e tanti altri, per rimanere solo in Italia. Ci hanno accompagnato – ha osservato giustamente Marco Impagliazzo – nei meandri più dolorosi della storia, richiamandoci spesso, con la sapienza di chi ha subito sulla propria carne le conseguenze del male, al valore del superamento dell’odio, nella consapevolezza che la miglior vendetta, contro un progetto di morte come la Shoah, è la vita.

In tal senso, occorre rafforzare la consapevolezza che abbiamo un debito: l’era di pace e democrazia in cui viviamo è costata tanto sangue, anche il loro. E in questa stagione gravida di rischi ma anche di speranze è proprio il momento di parlare in loro nome, «per delega» (come sosteneva Primo Levi). Le celebrazioni e la commozione cha caratterizzano questa giornata, gli omaggi a ormai pochi sopravvissuti, non ci mettono automaticamente al sicuro dal ripetere questa tragedia. È arrivato il momento di assumerci questa responsabilità ed eredità per realizzare un mondo, in cui siano banditi i semi e le premesse che hanno portato all’inferno dello sterminio. Perché il male, una volta scatenato, sfugge al controllo e sfigura tutti, dilagando come un contagio.

«La Shoah è storia europea», ricorda Andrea Riccardi. L’antisemitismo non fu causa o conseguenza della guerra, ma lo sfondo e il cuore dell’evento stesso. Ogni paese d’Europa – ricorda Riccardi – fu colpevole: dapprima con le “leggi razziste”, anticamera della conferenza di Wannsee (di cui ricorre l’ottantesimo anniversario), dove si decise «l’europeizzazione dello sterminio», ovvero la sistematica eliminazione del popolo ebraico, con la collaborazione degli stati invasi dal nazismo, dalla Francia alla Polonia. Secondo lo studioso americano Christopher Browning, «nell’estate del 1942 vi erano in vita il 75-80% di ebrei in Europa; 11 mesi dopo, rimanevano in vita il 20-25%». Anche l’Italia collaborò: dopo l’8 settembre del ‘43, gli italiani guidarono i tedeschi nella strage del lago Maggiore, dove i bambini ebrei diventavano merce di scambio per qualche lira, così come nel ghetto romano. Ogni paese deve prendere coscienza che la Shoah è una propria colpa e al tempo stesso origine dell’Europa unita: ricordare significa essere liberi, evitare che gli orrori e le dittature del passato si ripercuotano nel presente.

Molti si sono chiesti: «Era umanamente possibile fare di più per gli ebrei quando i bandi prevedevano la morte?» Alcuni risposero sì. Nel rastrellamento del ghetto di Roma, Andrea Riccardi ricorda commozione e preghiere di alcuni e le esortazioni di altri a salvare una famiglia di Trastevere. O ancora, della professoressa Amendola, che nascose in casa l’allievo ebreo Michele Tagliacozzo, ora storico della Shoah. O ancora don Libero, che si presentò in un monastero con l’ordine fasullo della Curia di mettere in salvo gli ebrei.

È necessario ricordare per inciso che – come più volte sottolineato da Renzo De Felice ed Emilio Gentile – il razzismo non era estraneo alla cultura politica fascista, che aveva manifestato fin dalle origini una speciale attenzione per la “difesa della sanità della stirpe” nell’ambito di un generale progetto di una rivoluzione antropologica per rigenerare il carattere degli italiani, per creare una nuova razza di dominatori e di conquistatori. Dal 1938, l’Italia divenne ufficialmente uno Stato antisemita: gli ebrei italiani, circa 50 mila, furono discriminati e messi al bando dalle istituzioni statali, dalla scuola, dalla vita pubblica. Anche se l’antisemitismo fascista non produsse i risultati più orridi dell’antisemitismo nazista, la discriminazione fu comunque una premessa per una più spietata persecuzione, quale fu messa in pratica più tardi nella Repubblica sociale.

La Memoria della Shoah è una memoria che rischia di scivolare nel passato, una memoria che bisogna pertanto coltivare. Tuttavia, con il Male terribile ed immenso bisogna ricordare anche la Memoria del Bene. «Il Male non è onnipotente, bisogna resistergli», ripete continuamente il professor Riccardi, ricordando quella frase del Mishnah («Chi salva una vita salva il mondo intero»). e una, meno nota, della sūra islamica: «Chiunque ucciderà una persona è come se avesse ucciso l’umanità intera e chiunque avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all’umanità intera». La Sala dei Nomi dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, ricorda questa ampia folla di giusti, ossia coloro che di fronte alla presunta onnipotenza del male opposero il “potere dei senza potere”, Non eroi, ma essere umani che salvarono, nella loro quotidianità, migliaia di vite. Ne fu un esempio Regina Bettin, bambinaia padovana che salvò i figli e la famiglia Sacerdoti, ebrei di Venezia, dal treno del 1943 proveniente da Roma, carico dei rastrellamenti nel ghetto ebraico, e diretto ad Auschwitz. Nonostante la fame e la paura di essere scoperti, Regina ora è Giusta tra le Nazioni. Nella Romania nazista, il giovane rabbino Alexandru Safran, grazie alla sua forza spirituale e ai contatti con le alte sfere ortodosse, salvò il 57% degli ebrei romeni dallo sterminio. Giusti tra le Nazioni che lasciarono poche tracce, se non nella memoria dei loro salvati: così capitò ad un altro padovano Giorgio Perlasca, fascista, che in Ungheria si improvvisò funzionario dell’ambasciata spagnola per salvare migliaia di ebrei, grazie a una legge spagnola del 1492. Oskar Schindler, austriaco e membro del partito nazista, divenuto famoso grazie al film di Steven Spielberg, salvò 1.200 ebrei nascondendoli come operai della sua industria bellica. Nella sola Germania si salvarono circa 5.000 ebrei, molti dei quali nascosti a Berlino. Viene spontaneo chiedersi: quanti di loro incontrarono uno di quei Giusti? Avremmo avuto più superstiti.

Occorre, infine, prestare particolare attenzione alla questione del negazionismo che – è necessario precisarlo – non è una corrente storiografica. Il negazionismo è contro la storia, non è storia. È falsificazione della storia con un preciso intento criminale, come ha spiegato Donatella Di Cesare nel suo ultimo volume Contro il negazionismo (Bollati Boringhieri, pagine 160, euro 12,00). In questo senso la libertà di ricerca, pensiero e opinione non c’entrano. Da tempo si è compreso il rischio della negazione dell’Olocausto operata da abili falsificatori con stratagemmi retorici, ma non avevamo previsto – sottolinea Milena Santerini – la sua banalizzazione e la relativizzazione, facilitate dalla comunicazione via social media sui web. Un esempio – avverte Santerini – di questo tentativo, riguarda l’equiparazione della Shoah ai massacri delle foibe (proposta di legge di Fratelli d’Italia in discussione al Senato). Tutti coloro che sono stati colpiti dai terribili crimini perpetrati sul confine orientale italiano dal 1943 sono degni di rispetto, onore e pietà e la memoria non deve dimenticarli o fare differenze, creando una concorrenza tra le vittime. Risulta però inutile e pretestuoso sul piano politico voler equiparare stragi e crimini di guerra, per quanto feroci, alla Shoah, evento senza precedenti, singolare non tanto per l’enorme numero di vittime, ma soprattutto per il progetto intenzionale e sistematico di eliminare un intero popolo basandosi su una presunta identificazione razziale.

Si chiede responsabilità ai media, e in particolare sul web, nel prevenire e rimuovere i discorsi d’odio: il cosiddetto hate speech. Alcuni recenti episodi inquietanti – l’esibizione della svastica posta su una bara sul sagrato fuori da una Chiesa romana, dopo il funerale di una donna militante di un’organizzazione neo-fascista, la martellante propaganda antiebraica online, le manifestazioni di no-vax e no-pass che esibiscono la stella gialla o le casacche dei deportati dei campi di sterminio per protestare contro la «dittatura sanitaria» – ci inducono a riflettere – specie nella giornata del 27 gennaio – sui cambiamenti della memoria e di come il suo buon uso abbia a che fare con la tenuta della nostra democrazia. La scuola ha appena diffuso, per decisione del ministro Patrizio Bianchi, le “Linee guida contro l’antisemitismo” per insegnanti e studenti. Sono nuove sfide, da affrontare in modo integrato e con la collaborazione di tutti.

Antonio Salvati

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