La mia Vita di Uomo di Philip Roth, ovvero una riflessione sul valore della Letteratura.

romanzo
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On ne peut jamais se connaître, mais seulement se raconter” (Simone de Beauvoir). La mia Vita di Uomo – pubblicato la prima volta nel 1974, ed ora riproposto da Einaudi in una nuova traduzione – altro non è che il tentativo del protagonista Peter Tarnopol, di professione scrittore, di liberarsi, attraverso una sapiente ricostruzione letteraria, del ricordo ossessivo della sua ex-moglie, tale Maureen Tarnopol, ormai deceduta e soprattutto quello di arrivare a comprendere come un uomo così brillante, un summa cum laude, per dirla con le sua parole – uno che già a partire dalla tenera età di quattro anni si era distinto per la propria autonomia intellettuale e con la strada spianata verso un sicuro successo – abbia potuto farsi incastrare ed umiliare da una donna manipolatrice e palesemente fuori di testa.

philip roth la mia vita di uomoFinzione nella finzione, con un’operazione metaletteraria, Philip Roth riflette sulla possibilità della letteratura di spiegare, semplicemente narrandola, la vita.
La scrittura è quella di sempre, lucida, caustica, dissacrante, capace di rivelarsi per quello che è, strumento affilato che tenta di farsi strada nei tanti sentieri percorribili alla ricerca di una verità che – seppure impossibilitata a conoscersi – mantenga almeno quella coerenza interna a validificarla come tale.
Facendo appello a quel che si definisce “un atteggiamento mentale letterario”, il protagonista tenta di riflettere sulle sfortunate vicende del suo matrimonio tentando di trasformarlo in segni leggibili, gli stessi con cui lo studioso di Letteratura ha imparato a decifrare la malattia di Hans Castorp, la trasformazione di Gregor Samsa in scarafaggio, o il “significato” della temporanea perdita del naso del protagonista del noto racconto di Gogol’. Se uno dei compiti primari della Letteratura è proprio quello dell’attribuzione di significato e della ricerca di una verità in ottemperanza alla coerenza e rispetto delle regole interne alla verosimiglianza (non importa che sia vero, importa che possa esserlo), allora è anche possibile che riuscendo ad elaborare la materia bruta della propria esistenza, applicandovi le regole della finzione narrativa, si possa riuscire a donare un senso a quelle che – restando altrimenti domande senza sbocchi ed ossessioni irresolvibili – impediscono la possibilità di voltare pagina e di andare avanti; procedimento, per certi aspetti, molto simile a quello della psicanalisi, ossia il tentativo, attraverso l’interpretazione e decodificazione dei simboli con i quali si esprime il nostro inconscio, di comprendere e superare i traumi che bloccano un sano decorso esistenziale.

Non a caso La mia Vita di Uomo risulta divisa in due parti: protagonista, ma è finzione nella finzione, della prima parte è il noto personaggio Nathan Zuckerman – alter-ego dello stesso Roth e a cui ormai tutti i lettori sono affezionatissimi – cui il vero protagonista del romanzo, lo scrittore Peter Tarnopol, ricorre nel tentativo di narrare la propria infanzia ed adolescenza come fosse una mera invenzione letteraria, quindi distorcendo, arricchendo, omettendo, cambiando i nomi reali (ed infatti tutta la prima parte è raccolta sotto il sintomatico titolo di “Utili Finzioni”), dando vita al racconto (interno alla prima parte) che ha per titolo “Anni Verdi”, seguito da un secondo racconto (sempre interno alla prima parte, “Utili Finzioni”), dal titolo “Corteggiare il Disastro”, in cui, ancora omettendo, stravolgendo, cambiando i nomi, arricchendo, in sostanza esplicitando l’operazione di finzione narrativa, descrive l’insensatezza e l’incubo del suo matrimonio.
La seconda parte si presenta invece come resoconto veritierio (“la mia vera storia” appunto, è questo il titolo che raccoglie tutti i capitoli di questa seconda parte) dello scrittore Peter Tarnopol, il quale, nel tentativo di uscire indenne da tutte le problematiche inerenti la difficile causa di separazione in corso da sua moglie Maureen, ricorre all’aiuto dell’analista Spielvogel ed insieme a quest’ultimo ripercorre, in maniera presumibilmente veritiera, tutti gli eventi che nella prima parte erano stati trasformati in finzione lettararia, esplicitandone e mettendone a nudo la creazione fantastica.
Quel che spera di ottenere il protagonista Peter Tarnopol, nella prima parte del romanzo, è riuscire a comprendere e padroneggiare il proprio vissuto attraverso l’elaborazione narrativa; ricorrendo alla finzione letteraria del personaggio Nathan Zuckerman, in sostanza cerca di conoscere se stesso, peraltro, per usare le parole di Simone de Beauvoir, che verranno poi citate a proposito nella seconda parte del romanzo, senza riuscirvi pienamente.

La mia Vita di Uomo, in sostanza appare come il risultato del lungo lavoro, sofferto e meditato, di un uomo che tenta di riscrivere la propria esistenza, dapprima stravolgendola nei contenuti e nei nomi – pur aderendo alla sostanza dei sentimenti in gioco, a ribadire che alla fin fine esiste sempre un’unica ed ultima verità, quella dei propri sentimenti – per poi tentare di ripercorrerla in una narrazione fedele e lineare, ma sempre e soltanto nel tentativo di utilizzare gli strumenti della Letteratura per rendere significanti i segni ed i simboli con i quali cerchiamo di interpretare la realtà; se è vero che la Letteratura non può fare a meno della vita reale – da cui saccheggia instancabilmente sin dall’inizio dei tempi – è altrettanto vero che anche la vita, la nostra, l’esistenza di ognuno di noi, senza la Letteratura, sarebbe davvero ben poca cosa perché essa, la Letteratura, contribuisce a fondare l’idea che abbiamo del mondo e della realtà, e nel fondarla, le attribuisce infine senso e significato.
Probabilmente, come sosteneva Simone de Beauvoir, è vero che non possiamo far altro che raccontarci, ma nel raccontarci ci trasformiamo anche in viaggiatori alla perenne ricerca di noi stessi, viaggiatori che disseminano segni e simboli ad uso e consumo anche di chi verrà dopo di noi.
La mia Vita di Uomo è qualcosa di più di un semplice romanzo: è un romanzo-saggio sul valore della Letteratura, ricco di citazioni sparse di grandi classici e grandi scrittori, una di quelle opere al cui interno si dipanano decine di fili possibili da seguire dimostrando così la tessitura di un’arte – quella del narrare – la quale sembra essere funzione insopprimibile dell’essere umano. Che sia tradizione orale, racconti tramandati dai cantori per non disperdere le tracce del passato, che sia finzione per inseguire una verità mascherata, ma pur sempre verità dei sentimenti, la Letteratura, ed in special modo la narrativa, costeggia il cammino dell’uomo e così facendo, lo illumina.

Rita Ciatti

Philip Roth
La mia Vita di Uomo
Einaudi – 2011
374 pagine – 20,00 euro

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