La molotov di Gideon Bachmann

Gideon Bachmann Karlsruhe foto Paolo Sassi
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Gideon Bachmann se n’è andato – alla soglia dei 90 anni – già dal 2016; eppure, dal suo vastissimo repertorio di voci, suoni, immagini, spunta fuori ogni tanto qualcosa che vale sempre la pena di esaminare con attenzione ed emozione [1].

Bachmann è stato un personaggio poliedrico e dalla vita assai complessa [2]: nacque nel 1927 – col nome di Hans Werner – nella Germania della Repubblica di Weimar, in una famiglia ebraica. Costretti dall’avanzare del nazismo ad emigrare, i suoi genitori decisero di raggiungere la Palestina, allora sotto mandato britannico. Era il 1936 e l’aspirazione di questa famiglia di emigranti perseguitati ad un destino di libertà si sarebbe incontrato presto e drammaticamente con la guerra mondiale e le complicate evoluzioni della storia del Medio Oriente, ancor oggi in parte insolute. Sarà laggiù che Hans Werner prenderà il nome di Gideon; sarà da lì che egli partirà ancora – alla vigilia della nascita dello stato di Israele – alla volta degli Stati Uniti.

Negli USA Gideon comincerà a conoscere e frequentare il mondo del cinema, che attraverserà coraggiosamente per oltre sessant’anni e del quale diventerà un importante cronista e narratore; tornerà in Europa all’inizio dei mitici anni ‘60, particolarmente in Italia, dove si legherà con diversi grandi interpreti ed autori – da Fellini [3] a Pasolini [4] – per ritornare infine col nuovo millennio (paradossalmente, ebreo errante) nella Germania di nuovo unita e democratica, dove concluderà la sua lunga e variegata esistenza di uomo paradigmatico del secolo breve.

A Camera is not a Molotov Cocktail, questa pellicola “ritrovata”, che Gideon Bachmann firma nel 1978 come regista, ha avuto circolazione limitata: prodotta per il canale tv tedesco ZDF, realizzata in Italia e particolarmente a Roma, ha come “apparente” protagonista Damiano Damiani. Sarà lui il pretesto per realizzare una sorta di documentario sul cinema di impegno politico.

Riproposto in Italia probabilmente per la prima volta al Festival del Cinema ritrovato di Bologna, lo scorso 27 giugno [5], A Camera is not a Molotov Cocktail è un vero precipitare all’indietro, nel tempo e nello spazio, con molte commoventi immagini di Roma sul finire degli anni ’70.
Sono 45 minuti a colori, aperti da Bernardo Bertolucci, che pronuncia – più o meno – la frase che dà il titolo al film, inanellati intorno a Damiano Damiani e al suo cinema e con variegate testimonianze, tra le quali una di Cesare Zavattini, il quale ragiona ingenuamente sulla “rivoluzione” allora in atto, senza sapere che di lì a poco si sarebbe aperta la stagione del “riflusso”. Ma ci sono anche – per l’emozione dei romani più maturi di età – le periferie del Quadraro (con le interviste a povere donne emigrate umiliate) e i cortei delle femministe su ponte Garibaldi; i comitati di quartiere dell’Alberone (se non mi sono sbagliato) ed i dibattiti tra il regista impegnato e i militanti tra le strade e le case, cercando il cambiamento; le riprese di Damiani al lavoro sul set come pure il regista che ascolta con attenzione e partecipazione i suoi interlocutori ed interlocutrici (il femminismo nel cinema, con una giovanissima Donatella Palermo!), cercando di non deludere nessuno e di valorizzare ed indirizzare anche l’ingenuità popolare.

Damiano Damiani (al Quadraro) durante le riprese di EKIKMC)
Damiano Damiani (al Quadraro) durante le riprese di A Camera is not a Molotov Cocktail

Rivedendo quelle immagini, mi è tornata alla mente la discussione che svolsero – assieme a Bachmann e da lui convocati – Pier Paolo Pasolinie Jonas Mekas, undici anni prima, nel 1967; una discussione riproposta dallo stesso Mekas in uno dei suoi affascinanti e pirotecnici diari. Bachmann condusse Mekas da Pasolini, nella sua casa dell’EUR, in via Eufrate. Nella conversazione di quella calda giornata romana di luglio, ci sono tutti i temi di Mekas: le avanguardie, il cambiamento, la rivoluzione e il marxismo, le ideologie, il cinema italiano (che Pasolini definì sostanzialmente qualunquista) e – ovviamente – il nuovo cinema americano.
Mekas tentò di spiegare candidamente a Pasolini l’idea dell’Underground Cinema:

«Negli USA ci sono sette milioni di telecamere 8 e 16 mm. Toglieremo il cinema dall’industria e lo daremo alle persone […] Ognuno può fare un film […] e questi sette milioni di camere possono diventare una forza politica: tutti gli aspetti della realtà saranno mostrati – le prigioni, le banche, l’esercito – e ci aiuteranno a far vedere chi siamo, ad uscire dal nostro status e ad andare verso qualcos’altro. Vogliamo dare voce a questi sette milioni di camere!». Ma Pasolini rispose, sornione e disincantato: «Ho i miei dubbi: quante macchine da scrivere ci sono negli USA? Non voglio ridicolizzare la tua speranza, ma cerco di capire come mai il cinema dovrebbe essere una via di liberazione più di quanto non lo sia stata la letteratura» [6].

Bachmann – che presenziò un’ultima volta ad un dibattito su questo suo film a Karlsruhe, sua ultima dimora, nel 2014 – riflette a posteriori sui limiti del cinema “politico” e conclude realisticamente:

«Non penso più che il film possa avere un effetto politico. Non può essere una bottiglia molotov. Non può convincere i non convinti. Ma può fare una cosa: può far sentire meno soli coloro che sono già dalla nostra parte. L’essere umano, per natura, non è un combattente solitario. Non siamo eroi su cavalli veloci, non siamo Alessandro Magno che conquista, non siamo profeti solitari sulle cime delle montagne. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro. E per mantenere una convinzione, dobbiamo sapere che questa convinzione non è solo nostra. Ed è ciò che i film politici possono fare per noi: darci la sensazione di non essere soli là fuori nella tempesta. Che qualcuno condivida le nostre opinioni. Il cinema può produrre solidarietà»[7].

Curioso che a distanza di così tanti anni, in un mondo così diverso, in un paese introflesso e autocentrato come non mai quale l’Italia di questi giorni, Gideon Bachmann – che è stato come una ineguagliabile “levatrice” di informazioni e di idee con i suoi tanti interlocutori – ci lanci questo invito a non perdere l’aspirazione che l’isolamento non diventi un destino ineluttabile.

Paolo Sassi

[1] Per un approccio completo ai suoi diversi contributi, cfr. il numero monografico di lettereaperte del 2018 a lui dedicato: Ciao, Gideon! Gideon Bachmann e la sua opera: riletture critiche e ricordi
[2] Una ricostruzione della sua biografia è quella da me presentata in occasione della sua commemorazione a Karlsruhe il 18 febbraio 2017, Ich sprach die Sprachen dieser Welt
[3] Ineguagliato il ritratto cinematografico di Bachmann Ciao Federico, del 1970, che propone una visione assolutamente originale di Federico Fellini al lavoro sul set.
[4] Le interviste che Bachmann ha fatto a Pasolini lungo più di un decennio, dal 1963 al 1975, pubblicate in volume col titolo Polemica, politica, potere, Milano, chiarelettere, 2015, sono state ora edite in una bellissima edizione tedesca in due volumi – con un imponente e preziosissimo apparato critico – tradotte e a cura di Fabien Vitali, Pasolini Bachmann Gespräche, Hamburg, Galerie der abseitigen Künste, 2022.
[5] Con la presentazione di Riccardo Costantini e Gian Luca Farinelli.
[6] Cfr. Jonas Mekas, Scrapbook of the Sixties. Writings 1954-2010, Leipzig, Spector Books, 2015, p. 164 (mia traduzione dall’originale inglese).
[7] G. Bachamnn, Limits of Political Moviemaking: the Search for Solidarity. 30 Years of Personal Quest, pro manuscripto, 1996, (mia traduzione dall’inglese).

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