La morte, un problema irrisolto

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Proviamo a fare un po’ di sintesi. Partiamo da Ines Testoni e dal testo che sto leggendo: L’ultima nascita.
Dopo tanta riflessione teorica, filosofica e astratta, la Testoni ci fa toccare con mano che cos’è un corpo morto, che cos’è la morte, quali sono le pratiche giuridiche e politiche che si mettono in atto sul corpo morto. Pratiche giuridiche che ad esempio riguardano tasse di successione, eredità.
È sempre questa autrice a sottolineare come, nella nostra cultura, la morte cerebrale diventi l’indicatore che consente di stabilire la morte stessa. In altre culture la morte è sancita dalla putrefazione del corpo.
Il merito di Jung era stato quello di indagare su ciò che avveniva dopo la morte. Assumendo una posizione in questo antitetica a quella di Heidegger, che in Essere e tempo dice esplicitamente che il problema metafisico non lo interessa, preferendo indagare che cosa la morte rappresenti nell’al di qua. La morte è per l’autore di Friburgo l’estrema possibilità, che dà senso. È l’angoscia che prende di fronte a questo evento, e che non si risolve in un altrove, in un premio futuro.
Jung sembra credere nell’immortalità dell’anima. Se l’anima è energia, e per le leggi della fisica l’energia non si distrugge, allora l’anima è eterna. Allora, il Sé, il nostro nucleo più autentico permane.

Come possiamo affidarci alla visione di Jung, alla sua ipotesi, noi malati di positivismo?
È la von Franz allieva di Jung, nel suo La morte e i sogni, a mettere in rilievo che i sogni delle persone che si risvegliano dal coma, e delle persone in procinto di morire presentano la stessa simbologia, gli stessi archetipi delle persone che stanno attraversando grandi cambiamenti nella vita. Non si tratta mai di sogni disperanti, ma di sogni di apertura.
Parlare del dopo morte è sicuramente un’impresa ardua. Ma almeno la domanda va posta, anche se la risposta assomiglia più a una fievole speranza, che a un sicuro dominio della ragione.
Forse è più ragionevole la posizione di Vladimir Jankélévitch che afferma di non poter dire alcunché sulla morte. Tutte le parole che potrebbe dire appartengono a un prima, cioè alla vita. La morte, per questo autore costituisce la cornice di un contenuto, che è la vita. È questa cornice, questo limite che dà senso e valore a quello che è il contenuto. Ma oltre questa cornice io non posso andare. Non posso.
La lettura di Alejandro Jodorowsky, La via dei Tarocchi, costituisce una scommessa. È una scommessa rispetto alla possibilità di lettura per simboli, almeno degli arcani maggiori, soprattutto della cara del Matto e della carta XIII, quella dello scheletro con la falce.

Tornando a Jung, notiamo che anche Sonu Shamdasani e James Hillman ne Il lamento dei morti, riconoscono a Jung il tentativo di aver cercato di pensare il non pensabile. Di averlo fatto attraverso il linguaggio onirico, allusivo, simbolico del suo Libro rosso, che è una vera e propria finestra sull’al di là. Come possono esserlo i libri alchemici e sapienziali.
Tra l’altro Hillman nel suo Il suicidio e l’anima sottolinea alcuni punti essenziali. Evidenzia come la psicologia, presa dall’angoscia, sia reticente nel pensare la morte, e che su questo tema sia in debito con la filosofia che ha il merito di sollevare domande essenziali.
Lo stesso Hillman sottolinea come Freud sia perentorio nell’affermare che nell’inconscio non esista una rappresentazione della morte. Tale concetto è ripreso da Franco De Masi nel saggio Il limite dell’esistenza, e da André Green che in Narcisismo di vita, narcisismo di morte insiste nel dire che, nella parte inconscia dell’Io, sussiste una rappresentazione dell’immortalità. E morte e immortalità sono un Giano bifronte.

La Klein aveva sin da subito insistito nella possibilità di rappresentazione della morte nell’inconscio, a partire dalla scissione tra seno buono e seno cattivo, e dalla funzione persecutoria del seno cattivo.
Mentre Otto Rank parlando de Il trauma della nascita, fa dell’angoscia della morte un patrimonio comune agli uomini, a partire proprio dalla nascita.
In questo panorama diventa interessante la posizione assunta dalla Kubler Ross che non parla esplicitamene di Death Education, ma nel libro La morte è di vitale importanza, racconta da una parte della sua trentennale esperienza con i pazienti di un ospedale psichiatrico e dall’altra descrive di come accompagni i bambini piccoli a comprendere la morte. L’autrice spiega che da psichiatra è riuscita, attraverso progetti di tipo psico-pedagogico, a reimmettere nel circuito sociale il 95% dei pazienti dichiarati cronici. Si parla di pazienti psicotici. E la psicosi, non è un po’ come morire?
La Ross recupera e reimmette i suoi pazienti nel circuito della vita. Li reimmette in un circuito complesso come quello della città di New York. Questo punto sembra confermare quelle che sottolineano anche le ricerche inglesi: liberare il paziente dal bisogno di assistenza medica, renderlo autonomo significa liberare fondi economici per altri progetti altre progettualità. Quindi uscire da un modello clinico che impone la medicalizzazione e segregazione della psicosi, diventa una scelta non solo etica, ma anche economica irrinunciabile.

Appare a questo punto come il concetto di morte possa assumere non solo l’aspetto di una morte fisica ma anche quello di una morte psichica.
D’altra parte, la Kubler Ross chiarisce che accompagnare i bambini piccoli alla consapevolezza di ciò che significa la morte, e la morte di persone amate, porta a una migliore elaborazione del lutto, impedendo che esso viri verso forme di patologia.
La Kubler Ross è convinta di questo. Così come è convinta che più che accompagnare, lei lascia che siano i piccoli ad accompagnarla a comprendere che cosa sia la morte.
E se il segreto fosse questo?
Farsi accompagnare alla morte per comprendere la vita perché come disse Freud: Si vis vitam, para mortem.

Gianfranco Falcone

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