La nuova Grande Recessione mentre Renzi sceglie le ciliegie.

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I segnali ormai si susseguono preoccupanti, i Paesi (ex) emergenti stanno trascinando in una nuova recessione l’economia mondiale. E questo nonostante la pioggia di liquidità (oltre tredicimila miliardi di dollari) dell’ultimo lustro, anzi forse grazie a questa, le disuguaglianze sociali aumentano e la fragile ripresa che sembrava delinearsi si attenua fino quasi a sparire. Forse ci troviamo di fronte al “cambio di un epoca” profetizzato dal Papa.
Le Banche centrali cercano di rispondere con gli abituali strumenti di politica monetaria, per gli osservatori più qualificati ormai poco efficaci. La fuga di capitali (per FMI solo nel 2015 mille miliardi di dollari!)  e l’incremento fuori controllo del debito privato dalle economie emergenti, il terrorismo, la bassa inflazione e il crollo dei prezzi delle materie prime, la produttività ferma con applicazioni tecnologiche che riducono i posti di lavoro, il rischio di fallimenti a catena in paesi che (come la Cina) hanno conosciuto una crescita impetuosa, la debolezza dell’Europa, l’emigrazione di massa sono fattori che tutti insieme determinano una situazione che finora si è dimostrata ardua da gestire  con gli strumenti della cosiddetta austerity: gli strumenti preferiti da Merkel &Co.

L’economista ed ex segretario al Tesoro Usa ai tempi di Bill Clinton Larry Summers, in un recente intervento invita ad abbondonare, la “retorica delle riforme strutturali” e a passare a “politiche di stimolo fiscale“. Parole sante? Forse sì, visto che nonostante tagli e sacrifici si riprende a parlare di Grecia e della sua possibile uscita dall’area euro.
Tanto più che secondo molti osservatori, il periodo di instabilità iniziato nel 2007 è tutt’altro che finito e così nelle ultime settimane si sono susseguite altalene spaventose delle Borse con prevalenza complessiva di ribassi e cedimenti  spaventosi del mercato azionario collegato al sistema bancario; segnali preoccupanti di frenata della crescita dei Pil Europei in generale e di quello Italiano in particolare.

La proposta di un ministro del Tesoro unico per l’area euro sembra più un cavallo di Troia che messaggio politico innovativo, visto che l’alternativa proposta  alla poco probabile riforma è quella di un aumento e un inasprimento dei controlli da parte della Commissione!
L’illusione di una ripresa sembra svanire anche in prospettiva e questo complica parecchio i piani di chi aveva sperato di poter agganciare, al traino di una ripresa impetuosa, una timida “ripresina” italiana che è sempre rimasta in coda ai paesi più virtuosi e attrezzati.
La risposta italiana, con lo sfondo preoccupante costituito dalla questione libica, non sembra particolarmente lucida e in un paese molto distratto dalla querelle sulle unioni civili, per ora ci si limita al conflitto Renzi- Junker  per “colpire con una ventata di nazionalismo l’opinione pubblica italiana” per dirla con Scalfari.

L’austerity non basta”: è l’invito di Renzi, come sempre preoccupato delle forme più che dei contenuti nella lettera a Repubblica di qualche giorno fa, perché: «il problema non sono le regole, dunque; il problema è la politica economica di questa nostra Europa»  ma «di sola austerity si muore». Con il debito italiano continua a inanellare record su record?
Renzi, poi, continua in quello che gli inglesi chiamano cherry picking (scegliersi le ciliegie), e cita solo i dati che gli conviene citare, trascurando quelli che offuscherebbero o che li metterebbero sotto una luce diversa il suo governo.

La realtà sembra parecchio differente.
Le riforme sbandieriate dal governo non sono mai sembrate utili e incisive almeno quanto il paese avrebbe avuto bisogno. Non si riesce a mettere un argine alle spese, il rischio di una nuova “procedura d’infrazione” si fa sempre più concreto, anche perché annaspano più o meno come prima produzione industriale e vendite al dettaglio.
Gli interventi sulle banche, hanno finora provocato gran malcontento e se hanno per il momento garantito la prosecuzione dell’attività e impedito fallimenti clamorosi, sono contraddittori e deludono  le aspettative inevitabilmente legate ai provvedimenti di questo tipo, scontentando un po’ tutti. E (almeno apparentemente) sono esclusi aiuti per le sofferenze sui crediti che qualche volta dipendono dalle scelte sbagliate delle banche, ma sono inevitabili in un’economia che ha perso dieci punti di Pil in poco più di 5 anni, in un Paese con una struttura di aziende piccole e poco capitalizzate. E sembra impossibile che si possa  agevolare la vendita sul mercato delle sofferenze bancarie, grazie alla garanzia statale, evitando che la garanzia costituisca un aiuto di Stato.
La presunta ripresa, risulta essere molto debole e condizionata da fattori esterni. È in atto un critico peggioramento che ridimensiona numerosi settori produttivi, strategici e ad alto contenuto tecnologico come il manifatturiero, mentre cresce il  terziario (il commercio al dettaglio, trasporto e magazzinaggio; servizi di alloggio e di ristorazione) che tra l’altro determina quasi esclusivamente occupazione scarsamente qualificata, il Governo spenderà circa 5 miliardi di euro all‘anno di decontribuzione per creare non più di 100.000 mila nuovi posti di lavoro aggiuntivi (valutazione della fondazione  David Hume), premiando anche aziende che non avranno generato posti di lavoro incrementali. La pressione e l’evasione fiscale e la corruzione  restano fra le più alte del mondo, i servizi pubblici scarsi e inefficaci.

Riprendendo una vecchia citazione di Luca Ricolfi (il Giornale.it 27/01/2010), l’Italia ha ormai perso terreno non solo rispetto agli altri Paesi sviluppati (declino relativo), ma anche rispetto agli standard raggiunti da se stessa alla fine degli anni Novanta (declino assoluto), in un quadro economico per il quale si evocano i peggiori momenti del 2008 e lo sgretolamento della costruzione europea.

Francesco de Majo

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