La pandemia di Omicron 4 e 5: è la resa?

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È come se si fosse deciso di avviarsi verso una resa anti-pandemica. È come se, non potendo opporre adeguate misure, ci sia una tacita risposta ai contagi secondo la quale, visto che l’opposizione ad essi sarebbe come “non vivere”, secondo alcuni, o come non avere introiti finanziari, secondo molti di più, tanto vale lasciar correre e… “io speriamo che me la cavo”! Oppure speriamo che per l’autunno arrivi una versione aggiornata dei vaccini che diano almeno una copertura annuale ai sistemi immunitari di ognuno così duramente messi alla prova.

I conti però non tornano o sono mal interpretati. Si era sperato nella solita pausa garantita dalle condizioni atmosferiche favorevoli per la bella stagione, ma così non è, anzi. Gli scienziati già da tempo hanno appurato che: le caratteristiche delle varianti si selezionano secondo le condizioni comportamentali ed ambientali che trovano, in cui agiscono  e che si generano tanto più frequentemente quanto più alto è il numero delle replicazioni in cui incorre il virus. Altra considerazione non di poco conto è che la variante successiva, per diffondersi deve poter contare su maggiore contagiosità della precedente che altrimenti non potrebbe essere sostituita. È una competizione tra soggetti per l’affermazione. È come avviene in natura dove, chi ha caratteri più adatti al contesto prevale sugli altri. Ovviamente nel virus è la maggiore contagiosità a dare il plus per far prevalere quella variante sulle altre. È quello che accade adesso con  Omicron 4 e 5 tanto da far tornare lo spauracchio del contagio come lo si era incontrato nelle peggiori ondate pandemiche. La differenza è che al momento  le terapie intensive non sono intasate e speriamo che restino tali anche nelle prossime settimane.

Altro che sappiamo su queste varianti è che bucano i vaccini e possono infettare più volte lo stesso soggetto grazie a replicazioni virali che gli organismi non riescono ad ostacolare. Per la precisione i colpiti le ostacolano con i mezzi individuali in termini di risposta immunitaria che la natura ha voluto loro regalare, e con quella difesa, purtroppo molto limitata rispetto a ciò in cui si sperava, ottenuta attraverso le vaccinazioni. Per fortuna per tanti il contagio si risolve velocemente e con scarso fastidio, per altri invece la sintomatologia perdura per lungo tempo e si protrae anche attraverso il doversi confrontare con quell’insieme di sintomi e problemi sanitari genericamente chiamati Covid lunga. Un termine che praticamente, anche per alcuni sanitari abituati a dover affrontare situazioni complesse, significano manifestazioni con sintomatologie strane ed ingestibili terapeuticamente in modo noto ed efficace.
Quel che appare all’osservatore attento è la convinzione di essere circondati da menefreghismo galoppante da parte di tutti, con le autorità sanitarie che non vogliono più essere aggredite nel promuovere le misure che significano sacrifici e restrizioni per lo più in momenti destinati allo svago.

Cerchiamo di dare una fotografia del momento che si vive.
Le restrizioni hanno comunque indotto in tutti, sia quelli interessati per profitti sulle loro attività, sia in coloro interessati alla ripresa di una vita normale, un’accoglimento molto favorevole alle nuove misure meno restrittive dei comportamenti quotidiani, come pure è stato per la dichiarazione di fine dello stato di emergenza. Probabilmente è stato colto da molti come un segno da “liberi tutti” che non era ma che, per gli eventi di più ampio interesse collettivo, è stato interpretato come tale dai più. Questo ha colpito diffondendo il contagio verso coloro che avevano un approccio più ortodosso verso le precauzioni insieme a coloro che pensavano ormai di esserne fuori. Stadi e mezzi pubblici, eventi sociali come matrimoni o funerali, luoghi di intrattenimento come dancing ed ogni altro assembramento, anche magari legato alle elezioni celebrate nei giorni scorsi,  stanno costantemente lasciando una scia di positività che non viene valutata nella percezione individuale come realtà.

I dati aggiornati sui numeri della pandemia riportati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) [1],  lasciano margini significativi di probabilissimi errori sulla congruità di quei numeri perché non tengono conto dell’enormità del contagio sommerso [2]. Del resto anche gli esperti sono orientati a non considerare i dati disponibili reali [3].
Quale riflessione adottare?
La prima la più facile e più immediata che è legata alle immagini che ognuno ha nei propri ricordi di file presso le farmacia di coloro che aggiravano l’impegno sociale per non vaccinarsi ed ottenere il pass che avrebbe consentito di vivere gli eventi con normalità. Testimonianza inoppugnabile di quanto nel paese fosse diffusa la mancanza di responsabilità verso il prossimo e di quanto diffusa potrebbe essere la volontà di non autodenunciarsi in caso di contagio positivo. Sicuramente tra costoro potremmo includere i milioni che non si sono mai vaccinati, coloro che professavano la contrarietà alle norme anti-pandemiche e quelli che sono rimasti delusi da un vaccino che ha dato solo risultati parziali, seppur utilissimi, almeno nella copertura verso i casi gravi di Covid.

Altro aspetto importante è relativo al metodo diagnostico ad altissima diffusione per fare diagnosi di contagio. È  stata consentita la vendita sapendo che non fosse il gold standard, ma banalmente un self made. Tuttavia è stato venduto come analogo del test di farmacia, cioè il test che arruolava nei  protocolli i positivi previo controllo con il molecolare. Questo però ha conferito agli utilizzatori quella patente di credibilità sulle risposte che avrebbe fatto inorridire i puristi della diagnostica costretti ad avallare una sequela di atti difformi rispetto ai criteri e alle regole che la patologia clinica si era data. Si pensi che erano state emanate delle norme sanitarie che regolavano le modalità di utilizzo del dato diagnostico come riservato esclusivamente al professionista specializzato in questa disciplina. Adesso il paradosso è che ognuno, volendo anche più volte al giorno, si sottopone a test secondo il cui risultato si attuano comportamenti più o meno idonei e sfruttandone il dato ottenuto magari secondo le proprie necessità.
Ma si ha contezza della delicatezze di quei test in epoca pandemica? È lecito che ci si esponga a numeri di false negatività altamente probabili a causa della robustezza del metodo diagnostico e della mancanza di competenza da parte di coloro non in grado di rispondere ai criteri di buona esecuzione ed attenzione delle manovre a monte, intermedie ed a valle sulla interpretazione dei dati? Si è consapevoli che il falso negativo significa che il soggetto, che non ha contezza di tale realtà, è libero, anche moralmente, di attivare comportamenti altamente diffusivi sul contagio di coloro con cui si relaziona, al lavoro, nel sociale oppure ancora peggio nelle attività ludiche che arricchiscono questi periodi? Basterebbe che ognuno analizzasse quanto accade intorno, sull’uso delle mascherine, sull’uso dei disinfettanti (vendite meno 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) [3], sulla promiscuità degli assembramenti e dei soliti modi di affettuosità nei saluti per avere una idea calzante. Ecco la risposta arriva da quel sommerso di contagi che si ha guardando criticamente la propria cerchia di conoscenze che non può essere limitata, estrapolandola, a quei 16.000 circa nuovi positivi riportati nelle statistiche mentre le ipotesi di stime probabili parlano di oltre un milione in totale [3]. Verrebbe da dire che la ragione di questo sommerso sia riconducibile all’esplosione degli acquisti dei test, al mancato obbligo di denuncia della positività riscontrata, ed a tutti gli altri più sofisticati distinguo sulla correttezza esecutiva dei dispositivi, sulla loro robustezza, sulla loro sensibilità.  C’è da chiedersi quanto poi coloro che risultano positivi si sottopongano alle norme che prevedono i protocolli. C’è anche da chiedersi che, se ogni medico ha l’obbligo di denuncia, questo non è previsto per il paziente che ha positività dall’autocontrollo, e che con sintomi lievi potrebbe non informare il suo medico curante. Ognuno potrà dare le sue risposte ma per avere politiche sanitarie adeguate dovrebbe esser l’Istituzione ad avere dati certi. Dovremo essere costretti ad osservare un aumento dei ricoveri in terapia intensiva e del numero dei decessi che rischiano di arrivare,  per avere un quadro significativo della gravità del momento e prendere decisioni più sensate? Seppur non comprendente i numeri del sommerso anche amplificati  dalle possibili  reinfezioni che con le varianti Ba.4, Ba.5, e Ba.2.12.1 sono possibili. Anche questo delle reinfezioni possibili mancava, per aggravare ancora quanto già preoccupa e per avere contezza di quel che accade o che accadrà da metà luglio, periodo in cui dovremmo essere vicini al picco secondo alcune stime [3].
Emidio Maria Di Loreto

Questo articolo non propone terapie o diete; per qualsiasi necessità sul proprio stato di salute, su modifiche della propria cura o regime alimentare, si consiglia di rivolgersi al proprio medico o dietologo.

[1] https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/id/5477037
[2] https://coronavirus.gimbe.org/
[3] https://www.ilsole24ore.com/art/covid-boom-test-fai-da-te-e-casi-sommersi-ecco-quanti-potrebbero-essere-davvero-positivi-italia-AE2ABFhB

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