La pandemia e le drammatiche conseguenze ambientali

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La produzione di plastica e il suo consumo vanno portati il più vicino allo zero. Abbiamo scritto molte volte e continueremo a farlo che il riciclaggio non basta più a risolvere il problema dell’inquinamento da plastica. Esistono tecnologie e materiali sostitutivi e dove non ci sono, ora vanno impiegate molteplici risorse per trovare sostituti adatti.

Quello che stiamo vedendo nella pratica è che le risorse per la ripartenza non sono indirizzate ad un progetto complessivo che rimodelli quantomeno il sistema produttivo e le abitudini di consumo, dove l’acquisto di beni e servizi è ancora troppo distante dal loro valore d’uso. Cambiamenti necessari se nel giro di qualche decennio non vogliamo vivere in un ambiente ostile e lontano dalla civiltà.

C’è anche chi come l’amministrazione Trump, con il pretesto della pandemia, ci dice su The Mother Jones Rebecca Leber «ha lavorato alacremente per smantellare le regole che proteggono la salute pubblica. Ha invertito gli standard per le auto pulite e le emissioni di mercurio dalle centrali a carbone. Ha sospeso rigorose revisioni ambientali richieste dall’Enterangered Species Act e dalla National Environmental Policy Act per accelerare l’approvazione di autostrade e condutture in 30 giorni. E proprio la scorsa settimana, la Environmental Protection Agency ha modificato il modo in cui calcola le vite salvate dall’aria più pulita, un cambiamento devastante che verrà utilizzato per minare la futura regolamentazione dell’aria pulita» [1].

Il blocco delle attività provocato dall’emergenza Covid-19 aveva dato qualche mese di respiro alla terra, all’aria e alle acque consentendoci di registrare un abbassamento dei tassi di inquinamento e di vedere piante ed animali che riprendevano possesso di alcuni spazi. Una dimostrazione che incidendo con determinazione sulle produzioni e i consumi inquinanti si possono avere dei risultati immediati. Certo non si tratta di bloccare tutto, ma di avviarci ora e velocemente ad una sostituzione completa di ciò che inquina.

Non abbiamo fatto in tempo a gioire di questi momentanei progressi che ci arrivano dati e racconti di quanto sta accadendo in giro per il mondo a causa dell’uso di mascherine e di altri strumenti monouso come i guanti per fronteggiare la diffusione del coronavirus e per proteggersi. A dimostrazione di quanto andiamo dicendo che il tema ambientale, il surriscaldamento globale non sono inserite automaticamente nelle analisi di causa→effetto→soluzioni nelle attività umane.

La prima considerazione da farsi è ovviamente: perché non si era pensato già da prima a strumenti quantomeno riciclabili? E a come smaltirli?
Molti dispositivi di protezione, ma questo è un vizio di molti imballaggi e materiali vari, sono fabbricati con componenti diversissimi che ne impediscono un riciclaggio semplice. Le aziende ragionano con in testa costi bassi e profitti e quindi alla fine senza incentivi non fanno nulla. Bisogna smetterla di pensare sempre ad incentivarle: devono cambiare sistema produttivo.

Le mascherine monouso normalmente sono in polipropilene, una tipologia di plastica di quelle che rilascia piccolissime e pericolosissime microplastiche nelle nostre acque ed ingoiate dai pesci entrando così nella catena alimentare. E comunque quel tipo di plastica non si degrada se non dopo centinaia di anni.
Se ad esempio i guanti monouso in lattice sono biodegradabili (va comunque nell’indifferenziata), tutti gli altri non lo sono.

Perfino The Economist, la bibbia del liberalismo economico, è intervenuto con un editoriale per parlare dei danni che sta provocando all’ambiente il consumo di materiali per la protezione dal coronavirus. L’editoriale dispensa cifre non solo sui dispositivi ma anche sull’espansione del commercio elettronico che ha moltiplicato gli imballaggi spesso di pessima qualità.
«Sia sulla sponda del Tamigi che sulle spiagge deserte di Soko [isola di Hong Kong, ndr], il pianeta è pieno di plastica pandemica. I dati sono difficili da trovare ma, ad esempio, il consumo di plastica monouso potrebbe essere cresciuto del 250-300% in America da quando il coronavirus ha preso piede, afferma Antonis Mavropoulos dell’International Solid Waste Association (ISWA), che rappresenta gli organismi di riciclaggio in 102 paesi. […] Secondo una previsione di Grand View Research, il mercato globale delle maschere monouso passerà da $ 800 milioni stimati nel 2019 a $ 166 miliardi nel 2020.[…] A marzo, mentre in alcune parti dell’America e dell’Europa chiudono i negozi, si stima che circa 2,5 miliardi di clienti abbiano visitato il sito di Amazon, con un aumento del 65% rispetto allo scorso anno. In Cina, oltre il 25% dei beni fisici è stato acquistato online durante il primo trimestre dell’anno, secondo il Peterson Institute for International Economics, un gruppo di riflessione a Washington, DC. Gran parte di ciò che viene acquistato online viene avvolto in plastica, e il tipo cattivo in questo. Le merci sono spesso confezionate in plastica comprendente diversi strati. […] Allo stesso tempo, le masse bloccate hanno consumato consegne a domicilio da ristoranti in numero record» [2].
Un disastro.

Ieri il sito di Euronews riportava quello che si vede sulle spiagge dell’Inghilterra meridionale, «facilissimi da trovare sulla spiaggia, non ci vuole molto per scovare guanti e mascherine anche in mare. Proprio come ha fatto Luke Hanrahan: “Un guanto di plastica che galleggia lungo la costa del sud dell’Inghilterra. e non solo qui a Brighton le associazioni ambientaliste parlano di un aumento esponenziale di questo tipo di rifiuti: è in tutto il Paese”» [3].

Un disamina dei danni che si stavano provocando era già stata avviata e ad aprile quando c’era già le immagini del disastro, ad esempio Luca Zanini sul Corriere ne scriveva dettagliatamente. Parlando anche della Thailandia dove il governatore di Bangkok ha invitato i cittadini a smaltire le mascherine in sacchetti a parte indicando il contenuto. Spiegava che «il tessuto utilizzato nelle mascherine per filtrare l’aria è una sorta di maglia di filamenti estremamente sottili, prodotti partendo da materie plastiche: «Stiamo parlando di fibre in cui un filamento ha un diametro inferiore a un micron», spiega Markus Müller, direttore delle vendite della tedesca Reicofil, società fornitrice di macchinari per produrre il tessuto-non tessuto filtrante» [4]

Un problema che deve essere affrontato da ogni punto di vista d quello della produzione, a quello di un uso più parco, al riutilizzo ove possibile, alla raccolta, allo smaltimento, al riciclaggio ove possibile. Insomma tutte cose che andavano già decise da tempo per qualsiasi produzione, perché il riscaldamento globale è un’emergenza immane e, come in qualunque emergenza, deve tenerne conto.

A mare buttiamo i profitti legati ad attività inquinanti.

Alla fine vi segnalo un’azienda «più eco-friendly, come quella del brand newyorkese Collina Strada che ha realizzato mascherine in tessuto da avanzi di magazzino o stoffe inutilizzate» [5].
Non basta ma questa è una delle strade da percorrere.
Pasquale Esposito

[1] Rebecca Leber, “Trump Is Using the Pandemic to Undo Environmental Rules. It’s Hurting Black Americans.”, https://www.motherjones.com/environment/2020/06/trump-is-using-the-pandemic-to-undo-environmental-rules-its-hurting-black-americans/, 10 giugno 2020
[2] “Covid-19 has led to a pandemic of plastic pollution”, https://www.economist.com/international/2020/06/22/covid-19-has-led-to-a-pandemic-of-plastic-pollution, 22 giugno 2020
[3] Marte Brambilla e Luke Hanrahan, “GB: spiagge invase da guanti e mascherine. Il Covid fa male anche all’ambiente”, https://it.euronews.com/2020/06/25/gb-spiagge-invase-da-guanti-e-mascherine-il-covid-fa-male-anche-all-ambiente, 25 giugno 2020
[4] Luca Zanini, “Coronavirus, allarme ambientale: «Miliardi di mascherine finiranno nei mari»“, https://www.corriere.it/cronache/20_aprile_08/coronavirus-allarme-ambientale-miliardi-mascherine-finiranno-mari-7e05af60-781c-11ea-98b9-85d4a42f03ea.shtml, 8 aprile 2020
[5] Emily Chan, “Inquinamento da mascherine e guanti monouso. Che fare?”, https://www.vogue.it/news/article/inquinamento-mascherine-guanti-monouso-che-fare, 18 giugno 2020

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