La Parigi di Robert Doisneau: un mondo di poesia oltre “Il bacio”.

Palazzo delle Esposizioni mostra Robert Doisneau
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Je me souviens de Paris casquettes et chapeaux melons et de Paris révolté, Paris humilié, Paris bigots-bourgeois, Paris putains mais Paris secret et puis Paris barricades, Paris ivre de joie, et voici Paris bagnoles, Paris combines, Paris jogging….
Così cita uno dei pannelli della mostra fotografica “Paris en liberté” – attualmente a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni – che celebra il centenario della nascita di Robert Doisneau, maestro senza tempo della fotografia in bianco e nero, romantico narratore della Parigi del Novecento, città in cui ha trascorso la sua vita e che ha amato profondamente, come testimoniano queste poche righe e le oltre 200 fotografie originali presentate a Roma, che sono state disposte senza seguire alcun ordine cronologico; mostrando, piuttosto, attenzione ai temi e ai soggetti sui quali il suo sguardo si soffermava maggiormente.


Palazzo delle Esposizioni. Mostra Robert Doisneau. Ottobre 2012. Foto Angelica Falcone

Protagonista, prima di tutto, la città. L’arredo urbano è interpretato non come mero insieme di architetture, ma come veicolo attraverso cui studiare la vita, i gesti e le abitudini dei suoi abitanti: i vicoli e le strade di Parigi, i caffè di Parigi, i giardini e le panchine solitarie di Parigi, gli atelier e le gallerie d’arte di Parigi.  Protagonisti dei suoi scatti sono tutti: dai volti celebri di pittori e filosofi come Pablo Picasso e Simone de Beauvoir, di cantanti come Eartha Kitt, di stilisti, registi e artisti come Coco Chanel, Christian Dior, Yves Saint Laurent, Luis Buñuel, Juliette Binoche, Jean Paul Gaultier e Alberto Giacometti, a quelli della gente comune, per la quale Doisneau pare avere una particolare predilezione.
Paesaggi nostalgici e umoristici al tempo stesso, persone umili affaccendate nei gesti di quotidiana routine; volti e azioni che, apparentemente, passerebbero inosservati ma che, attraverso il suo sguardo, vengono restituiti alla loro originaria veridicità e poetica malinconia: come l’immagine del Ciclocross a Gentilly – alla quale diceva di essere particolarmente affezionato – o quella di Quai de Jemmapes in cui un anziano signore, seduto su una sedia fuori dalla sua abitazione, volge lo sguardo al cielo. Doisneau riesce a rendere, meglio di chiunque altro, l’eccezionalità del “normale”.
In questa meravigliosa narrazione di innocenza e spensieratezza, i bambini e gli innamorati giocano un ruolo fondamentale; foto come I fratelli, A scuola, Rue des peupliers, I bambini della plâce Hébert, Davanti al Louvre,  testimoniano la fascinazione del fotografo per l’animo puro dei giovani ragazzi parigini, ai cui semplici giochi infantili conferisce rispetto e serietà.
Complice ancora, la città, per tutti i baci che Doisneau, nel 1950, “ruba”, per la rivista Life, agli innamorati: tra i vicoli e nei giardini di Parigi (Amour et Barbelés), sotto la Tour Eiffel, sulle scale del metrò davanti all’Opéra, e lungo i boulevards con una ragazza che stringe tra le mani un mazzolino di giunchiglie. E poi, sopra tutti, c’è Lo scatto: quello sul marciapiede di Rue de Rivoli, Il bacio dell’Hotel De Ville, l’opera  che negli anni Cinquanta  lo ha reso famoso in tutto il mondo, e che sarebbe diventata icona e simbolo di Parigi. Fotografia di un amore sapientemente studiata – contrariamente a quanto appare – e, per questo, la sua spontanea poeticità stupisce e fa sognare ancora oggi. Lo scatto racchiude diverse componenti: coglie l’eternità di un attimo d’amore dei ragazzi che si amano di Prévert, che “si baciano in piedi” sfidando “l’invidia dei passanti”; evidenzia l’atmosfera romantica della città che si fa complice di un momento magico e non rinuncia all’esaltazione della joie de vivre; infine,  mette in risalto le nuove tendenze che si facevano avanti nel mondo della moda.
E inevitabilmente, questa del bacio, diventa la foto-logo della stessa mostra attiva presso Palazzo delle Esposizioni, così come il simbolo della fotografia novecentesca in bianco e nero, testimonianza di come l’amore per la propria città conduca a cogliere, di essa, ciò che di più bello contiene: Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.
E per questa sua natura estremamente sensibile e idealista, Doisneau ha sempre dato molta importanza al rapporto con le persone  che voleva inserire nella sue fotografie. In un’intervista del 1983, egli spiega che quando si lavora su commissione la gente ti guarda di traverso, e questo non lo aiutava nel suo lavoro. Quando invece si lavora per conto proprio, ci si lascia avvolgere dal luogo in cui ci si trova, l’occhio cattura tutte le impressioni da cui l’animo si fa guidare – come facevano i pittori impressionisti – e si resta talmente incantati ed innocenti di fronte alla bellezza che ci circonda, che la gente lo percepisce e non ti respinge. La mattina sono come un imbecille che passeggia per strada, l’invasato dei santoni di provincia, va tutto bene, non mi accorgo neanche dei posti dove metto piede, alle volte mi dico “si metterà male” e invece no.
Al contrario, quando si è preoccupati perché qualcun’altro ci ha commissionato qualcosa da portare a termine, non si presta abbastanza attenzione a tutto questo e ci si scontra con l’aggressività.
Ecco perché la gente ritratta da Doisneau sembrava avere sempre un’aria di familiarità. Egli stesso considerava le sue fotografie come un momento di felicità personale: è come sfogliare un album di famiglia – diceva. Come un ricordo da lasciare intatto. Forse più di qualsiasi altro fotografo, egli era ossessionato dall’idea di voler fermare il tempo, attraverso le sue immagini. È per questo che, dopo averle scattate, non le riguardava mai: la paura che il tempo che passa potesse mostrare la sostanza effimera di tutti gli istanti di vita gioiosa che aveva cercato di rendere eterni, lo rendeva triste e malinconico.
Doisneau non aveva progetti prestabiliti, quando scattava le sue foto; lo faceva spinto da uno stato d’animo, da una predisposizione di spirito che lo rendeva sensibile alle cose che vedeva. E questa sensazione non durava a lungo. Ecco perché la fotografia è una continua lotta contro il tempo.
Non si può dire che seguisse le regole della fotografia moderna, che per un certo periodo doveva dare l’illusione di essere stata scattata all’insaputa del modello. In alcune foto, al contrario, egli preferiva che i soggetti guardassero dritti nell’obiettivo, poiché il potere evocativo di uno sguardo diretto è incontrollabile e più grande di una foto scattata “di nascosto”.
Inoltre, non può nemmeno essere associato ad un fotografo di stampa: nelle sue foto non ci sono mai avvenimenti. Poco in comune aveva con i giovani fotografi dell’epoca, che per paura di essere accusati di sdolcinature, difficilmente immortalavano cose gradevoli. Così, preferivano mostrare il dramma, immagini crudeli, perché è l’unico modo in cui riuscivano a far sentire la loro voce. Doisneau, al contrario, sostiene che esistono degli ambiti privati, segreti, in cui non bisogna entrare. Meraviglioso l’aneddoto raccontato dal suo amico Jacques Prévert, emblema dell’estrema umanità e purezza dell’animo di Robert Doisneau persona, prima che artista , e che aggiunge un motivo in più per amare questo poeta fuori dal tempo: c’era un gregge che stava accompagnando, mentre improvvisamente capitò un incidente: un camion aveva schiacciato alcune pecore e dei cani e lui, invece di scattare la foto, ha consolato il pastore.

Angelica Falcone

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