La partecipazione. Le voci e le mani di tutti. La libertà umana.

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Partenza valida. Forza ideale, determinazione, linguaggi diversi che si intendono nelle transcodifiche avviate. Uno spazio pubblico autentico. In piazza, in strada, gomito a gomito.

Partecipazione serena, allegra. Anche se l’eziologia parla di tentato omicidio razzista. Condivisibili tutti i contenuti del “fare politico” di tante e tanti. Ancor più apprezzabile la commozione, ben gestita, di coloro che sanno il fatto loro e non solo “loro”, ma anche di coloro i cui corpi sono stati lacerati da colpi d’arma fascista da fuoco.

Volti e biografie a me note mi confortano, così come la pluralità generazionale. Commistione di corpi e menti ben riuscita. Avevo previsto. Dopo rotture, blasfemie e fluire d’acque carsiche ho il riscontro sociale che il mio agire politico, culturale, professionale incontra, ancora una volta, la “sua” comunità.

I passaggi, le distanze intervenute, a volte, confluiscono nell’anomalia d’una nuova identità, presente e futura. Resistenziale, irriducibilmente. Insieme, responsabilmente.

Solo una nota stonata, benvenuta certo. Mi allarma un poco. Un reiterato corto circuito che mi distoglie brevemente dalle conferme ottenute fin’ora. Il solito, efficace filosofare di belle menti irrompono nei miei pensieri, in questa circostanza con valenze problematiche. Mi interrogo e decido: dovranno diventare “eventi cognitivi” per la comunità dei “partecipanti”, per una esigenza di chiarezza. Non possiamo lasciare che la “democrazia reale” lasci uccidere per vendetta. Non possono sussistere dimensioni non rischiarate, nell’intrapresa avventura collettiva di reazione al neofascismo.

L’obamiana “imprevedibilità” mi punge ancora assai. Mi domando: cosa dell’imprevedibile ascesa al potere dell’afroamericano ci ha riguardato? In che modo la sua affermazione è stata causa ed effetto di condizioni politiche, difficili da prevedere e, quindi, aleatorie, insicure negli esiti, laddove proprio l’inatteso, l’imprevisto, inaspettato avrebbero dovuto favorirci?

Al netto di becere logiche di marketing sul “ciclo di vita dei prodotti”, secondo le quali nella “fase di introduzione” sul “mercato” si ottiene successo commerciale poiché si afferma una nuova chiara identità e se ne promuove la massima consapevolezza (con fisiologiche successive fasi di maturità e declino), volendo altresì accantonare ipotesi di restyling politico di icone dell’immaginario di massa, in che “forma” la “novità” in quanto tale può divenire duraturo e qualificato orizzonte di nuovi rapporti sociali? In altri termini: l’impreveduto Obama cosa ha disegnato di favorevole per il mondo, e perché avrebbe dovuto configurare un’analogia con l’esperienza primigenia del rinnovamento della democrazia europea? L’“impensabilità” della vittoria antirazzista e democratica è forse insostenibile. L’iperliberismo planetario ha prodotto massacri sociali, ma anche resistenze e contraddizioni. Dunque, quanto è accaduto negli U.S.A., luogo di razzismo quotidiano, è “pensabile”.

L’unilaterale lettura imprevidente della “imprevedibilià” ci rende deboli. Il “caso” si accompagna alla “necessità”; è nello sforzo individuale/collettivo di comprensione che si determinano i diversi, aderenti o meno fattualmente, orizzonti di comprensione delle cose. Ripropongo a tutte/tutti la domanda di qualche tempo fa: Condoleeza Rice non è forse altrettanto afroamericana?

Lo storico R. Aron pensa che la storia non può essere scritta in anticipo, perché essa è e rimane in buona parte imprevedibile. Imprevedibile come l’uomo stesso, le sue azioni, i risultati a cui esse conducono. Aron sa che gli uomini fanno la storia ma non sanno, perfettamente, la storia che fanno. Aron stesso afferma: “la presunzione di pochi oligarchi di conoscere in modo definitivo la verità sulla storia e sull’avvenire risulta quanto meno insopportabile” (cfr. “L’etica della libertà – Memorie di mezzo secolo, 1982). Ho da eccepire che la dogmatica esclusione della “necessità” e di quanto è suscettibile di previsione ci può rendere infedeli rispetto ai fatti storici, quindi fallaci in modo pervicacemente miope. La dimensione propriamente umana, quella dell’azione e dell’imprevedibilità, concorre insieme alla materialità dell’esistenza a determinare gli esiti razionalmente concepibili, nell’evoluzione nelle tendenze e negli sbocchi, dei fatti umani.

Penso sia la “contraddizione”, la categoria utile per intendere e rappresentare la fenomenologia sociale; in realtà, la compensazione menzognera ed astratta di un più che reale dominio economico del capitale costituita dalla chiusura (prevista) di Guantanamo, non mette affatto in discussione il “libero mercato” ne ci immunizza dai disastri umanitari delle “guerre”. Il “fenomeno” Obama è un po’ come la ketamina, un farmaco anestetico che, assunto a dosaggi inferiori a quelli necessari per l’anestesia, agisce sul sistema nervoso centrale come un potente psichedelico (molto più dell’LSD) producendo una sensazione di dissociazione tra mente e corpo. La particolarità di queste sostanze non sta tanto nella loro tossicità fisica, quanto – appunto – nell’imprevedibilità dei loro effetti psicologici . . . e la più recente e nostrana “democrazia macerata” lo dimostra tragicamente.

Si può essere eventualmente in accordo se l’imprevedibilità, risultante dalla condizione di pluralità, è intesa come narratività. Wolfgang Heuer (“Hannah Arendt”, Reinbek, Hamburg 1987, pag. 11 ) ci riferisce del nonno di Hannah Arendt, che lei venerava molto. La sua abilità nel raccontare le storie le lasciò un’impressione profonda, e lei non solo avvertì molto presto una inesauribile sete di conoscenza, ma anche una passione immensa per le storie che lei stessa raccontava spesso e volentieri. Forse bisogna ringraziare il riferimento della piccola Hannah al nonno per la scoperta che la Arendt fece più tardi, importante: la narratività dell’azione. Hannah Arendt descrive la proprietà narrativa soprattutto in “Vita activa” (Capitolo 25), senza tuttavia usare il sostantivo. La narratività consiste nel fatto che l’azione porta avanti le storie con la stessa naturalezza con cui l’opera produce cose e oggetti vari (pag. 174). Quando si descrivono processi lavorativi o produttivi, si scrivono manuali, non storie. Le storie nascono invece dall’azione, poiché essa si trova in un ordito di relazioni di affari umani (pag. 173). A sua volta, questa rete è composta dalle diverse trame di relazioni che gli uomini tessono fra loro; è composta dalle relazioni che ogni membro della moltitudine umana intrattiene con gli altri. L’insopprimibile natura contraddittoria della condizione umana.
Da questo punto di vista generale, scopo ambizioso di un progetto politico di rinnovamento economico, sociale ed etico con correlato “assalto al cielo politico-amministrativo” (perché dai contenuti e toni del dibattito innescato dalla campagna elettorale di questo, a me pare, si debba trattare) è – nello stesso tempo – di scuotere qualche pseudocertezza e infondere qualche utopia (“ciò che non è ancora realizzato”).
Scuotere pseudocertezze: perché troppi, nella “sinistra” di novecentesca memoria sia di movimento che di partito, talmente in modo autoreferenziale (eufemismo) hanno agito che da decenni propongono linee politico-programmatiche e strategiche perdenti, soprattutto per i referenti sociali piuttosto che per il quadro politico dirigente (l’emblematico esito è il colpevole “disastro” elettorale della fuoriuscita dal Parlamento di ogni rappresentanza istituzionale di istanze provenienti dalle lotte di autodifesa sociale), con i risultati che vediamo: 1) la destra – nella nuova dialettica Stato / Impresa comunque camuffata – è saldamente al potere e 2) una irreversibile contaminazione liberale-aziendalisto-telecratica (quelli della “bella politica”) di ogni residuale esperienza politico-amministrativa della “sinistra” (ex PCI, per intenderci) rischiosa per la stessa “tenuta” democratica della società italiana, nonostante “democratici” vogliono propangandisticamente “pensarsi” e “denominarsi” i vertici renziani.

La cultura politica del “neocivismo” può fare a meno dell’“alfabeto tricolore”, ma anche dei rossi drappi laddove non sono né le lettere “P” e “D” né il “logo falce / martello” che fanno delle soggettività antagoniste una alternativa politica all’attuale riconfigurazione planetaria degli interessi capitalistici.

Infondere utopie (“ciò che non è ancora realizzato”) perché con la depressione e la microcosmica gestione individualistica non si va da nessuna parte. Il mondo è cambiato e il “pensiero unico” frammenta, “competivizza” l’esistenza, separa, nega socialità, imponendo costumi coatti e livelli di coscienza “mass-mediati”: un’anestetizzazione della socialità e caratterizzazione terroristico-repressiva d’ogni fenomeno di insorgenza popolare.
I cittadini hanno molto da fare in un necessario cambiamento di rotta. Si tratta di rivendicare e praticare l’autonomia per una socialità libera. La metodologia di lavoro si basa su tre assunti: 1) BUSSOLA SOCIALE – Riflettere e discutere in modo non ideologico, senza paura di mettere in discussione luoghi comuni e certezze dell’area politico-sociale di riferimento; 2) IN & OUT – Fondare analisi e confronto sulla realtà materiale, oggettiva e soggettiva, piuttosto che su principi astratti o teorie della società prive di alcun riscontro empirico; in sintesi: dai movimenti alle istituzioni e viceversa 3) POLITICAL INCORRECT – Vuol dire “stare sul pezzo” ed ottenere “consenso” e “partecipazione” organizzando le attività in modo ordinato e rilassato, con una metodologia di lavoro professionale e amichevole al tempo stesso. La partecipazione, dunque. Le voci e le mani di tutti, quindi. Quasi a ricordarci le radici biologiche della libertà umana: della coscienza primitiva e di quella autobiografica, della coscienza cognitiva e della coscienza fenomenica.
Giovanni Dursi

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